Negli anni tra il 1940 e il 1950 un gruppo di studiosi tra cui
matematici, fisici ed ingegneri diede vita alla teoria generale dei sistemi. In quel
periodo era stato stabilito che fenomeni differenti (biologici e psicologici)
condividevano gli attributi di un sistema; per SISTEMA si intende una
unità intera e unica che consiste di parti in relazione tra loro, tale che l’intero
risulti diverso dalla semplice somma delle parti e qualsiasi cambiamento in una di queste
influenzi la globalità del sistema.
La teoria generali dei sistemi si occupa di studiare e comprendere le regole strutturali e
funzionali che possono essere considerate valide per la descrizione di ogni sistema,
indipendentemente dalla sua composizione. Quattro sono gli attributi fondamentali:
1) elaborazione dell’informazione,
2) adattamento al cambiamento delle circostanze,
3) auto organizzazione,
4) automantenimento.
Norbert Wiener
trovò che la comunicazione e l’autoregolazione attraverso la comunicazione sono
requisiti essenziali per l’operatività dei sistemi. L’informazione riguardante
i risultati delle attività passate è riportata nel sistema, andando così ad influenzare
il futuro. Questo processo si chiama di retroazione autocorrettiva (self corrective
feedback) e lo stesso Wiener denominò l’investigazione scientifica dei fenomeni
autocorrettivi CIBERNETICA, che comprende quindi lo studio di autoregolazione,
autoriproduzione, adattamento, elaborazione ed immagazzinamento dell’informazione e i
comportamenti finalizzati.
Gregory Bateson venne a contatto con il
pensiero cibernetico e pensò immediatamente che potesse essere applicato per descrivere
le interazioni umane. Essendo un antropologo, desiderava riuscire a spiegare che sia
l’uniformità che la variabilità dei comportamenti umani nelle diverse culture sono
governati da regole ben precise.
In particolare Bateson cominciò con lo studio di una cerimonia chiamata “naven” esistente tra i cacciatori di teste della Nuova
Guinea. Bateson aveva osservato che questo rituale serviva a consolidare e cementare i
rapporti di parentela più fragili; infatti, mentre il legame patrilineare era piuttosto
forte, quello con il clan materno per quanto molto importante poteva rompersi facilmente
se i congiunti della madre non avessero sfidato l’ostentazione che arrivava dal lato
paterno della famiglia. Questo fatto avrebbe creato grandi difficoltà nella stabilità
sociale, e il comportamento naven ripristinava invece l’equilibrio che era reso
precario dall’ostentazione di forza del ramo paterno.
Bateson distinse due tipi di comportamento: quello simmetrico in cui i protagonisti stanno su un
livello di uguaglianza. Ciò però può modificarsi fino a rischiare la rottura della
relazione; lui definì questo comportamento asimmetrico
in quanto una persona assume una posizione contraria rispetto al modo di porsi
assertivo o sottomesso dell’altro.
Bateson affermò che la società da lui osservata conteneva due tipi di forze: da un lato
quella che spingeva i partecipanti a schemi di progressivo antagonismo fino alla
possibile rottura da parte di un gruppo; dall’altro quella che sosteneva l’adattamento,
il compromesso e la coesione sociale. In questo comportamento ciascuna parte reagisce
alle reazioni dell’altra e Bateson vedeva in queste forze un equilibrio dinamico. In
seguito scoprì che la teoria dei sistemi poteva spiegare questo equilibrio con la nozione
di autogoverno attraverso la retroazione (feedback), per cui l’ informazione che
giunge da una data azione viene ricorsivamente reintrodotta nel sistema e gli consente di
regolare l’attività successiva modificandola.
C’è una retroazione positiva in cui
l’informazione aumenta la deviazione del sistema dal proprio stato iniziale;
c’è una retroazione negativa in cui
l’informazione riporta il sistema allo stato iniziale e diminuisce la deviazione.
In seguito Bateson riuscì ad ottenere dei fondi per studiare i processi della
comunicazione, in particolare quelli della comunicazione familiare, e così diede vita
alla scuola di Palo Alto; egli partecipò solo
a questo primo progetto poi si interessò di altro. La scuola di Palo Alto, invece,
divenne una vera realtà nello studio della comunicazione e in seguito della terapia della
famiglia. Inizialmente l’interesse andò alle famiglie schizofreniche.
La novità di questa scuola consiste nello spostare l’interesse psichiatrico verso i
processi e i pattern anziché verso i contenuti. Il gruppo di Palo Alto puntò per la
prima volta l’attenzione sul sistema familiare come totalità anziché come
agglomerato di individui; ciò consentì di elaborare un nuovo linguaggio che descriveva
fenomeni sovraindividuali invece che processi interiori quali affetti e motivazioni.
Questo annunciava un cambiamento di paradigma: l’individuo ed ogni gruppo sociale, in
ordine di complessità crescente, erano visti in relazione reciproca, come sottosistemi
all’interno di svariati sistemi contestuali differenti.
La famiglia come sistema cibernetico
La
scuola di Palo Alto si rese conto in fretta del vantaggio di vedere la famiglia come un
sistema e i vari membri come parti interconnesse, ma andò ancora più in là vedendola
come un sistema cibernetico che si autogoverna attraverso la retroazione. Infatti, con la
retroazione negativa il sistema in un certo senso si “raddrizza” e ritorna allo
stato originario ogni volta che viene colpito con informazioni nuove che tenderebbero
invece a sbilanciarlo. Soprattutto nelle famiglia schizofreniche si è potuto osservare
come il sistema sia costantemente “rigido” e quindi usi la retroazione negativa
per ricondurre il sistema allo stato precedente.
Inoltre, la famiglia viene vista come un sistema omeostatico, nel senso che possiede una
sorta di “autoregolazione automatica” che tende costantemente a mantenere il
sistema riducendo qualsiasi deviazione che risulti dall’introduzione di nuove
informazioni.
Jackson aggiunse ancora che la famiglia è un sistema governato da regole precise che
condizionano o stabiliscono l’ampiezza entro cui un dato comportamento può variare.
La più importante regola viene considerata il “quid pro quo coniugale” in base
alla quale ognuno dei membri della coppia può guadagnare qualcosa dalla relazione. È
chiaro che all’interno di questa regola non si intende solo la parte di
“contratto” conscio, ma anche le aspettative inconscie di riconoscimento e di
compensazione.
Il membro sintomatico
Il
gruppo di Palo Alto cominciò a sostenere che molte famiglie disfunzionali delegano ad uno
dei loro membri il ruolo di componente omeostatica che riporta ogni volta il sistema al
suo stato di tranquillità dopo che una regola in qualche modo è stata minacciata. Quando
un componente della famiglia manifesta un bisogno nuovo o una maggiore necessità di
svincolo, che porterebbe la famiglia ad un nuovo stadio vitale, il membro sintomatico
subisce un aggravamento o un incremento del sintomo. Chiaro che la persona delegata dalla
famiglia a questo ruolo (il membro sintomatico) paga un prezzo altissimo, tuttavia
permette agli altri membri di mantenere i rispettivi ruoli poiché tutti gli altri
problemi diventano secondari rispetto al “sintomo” di questo membro.
Tutte queste regole ed informazioni passano però ad un livello non verbale, attraverso la
comunicazione analogica. Ciò portò il gruppo di Palo Alto ad interessarsi moltissimo di
comunicazione, in particolar modo della connessione tra il linguaggio verbale e quello
analogico.
Furono studiati particolarmente i diversi livelli di comunicazione osservando che ogni
affermazione convoglia non solo un contenuto informativo ma anche una direttiva al
ricevente su come il contenuto deve essere letto. Vi sono quindi aspetti
“informativi” e aspetti di “comando”. A volte i due aspetti sono
congruenti, spesso invece sono incongruenti. Si notò che nelle famiglie disfunzionali era
prevalente l’incongruenza a livello di comunicazione; in particolare il gruppo di
Bateson cercò un costrutto teorico che potesse rendere conto di questa modalità
interattiva senza usare i termini conscio e inconscio che avrebbero riportato il discorso
sul piano intrapsichico.
La teoria del doppio legame
È
sicuramente uno dei contributi più interessanti della scuola di Palo Alto applicata alla
comunicazione alla famiglia e alla schizofrenia.
Nella teoria del doppio legame ci sono alcuni concetti chiave:
- devono esserci due o più persone, ma una è la “vittima” designata e
l’altra la persona che la “lega”;
- l’esperienza deve essere ripetuta nel tempo;
- c’è una modalità di comunicazione verbale ed una analogica che contraddice
nettamente la prima e che manda segnali tali da minacciare la sopravvivenza della
“vittima”;
- c’è un “comando” nella comunicazione analogica che impedisce alla
“vittima” di abbandonare il campo;
- quando tutti gli elementi vengono sperimentati per un po’ di tempo diventano
automatici e si instaura un vero e proprio schema di “doppio legame”.
Ad
esempio:
Madre in visita al figlio schizofrenico in ospedale psichiatrico che interagisce con lui:
il figlio è contento di vederla e le butta subito le braccia al collo; lei si
irrigidisce. Il figlio allora ritrae le braccia e si allontana. La madre gli dice:
“ma allora non mi vuoi più bene?”. Il ragazzo arrossisce e la madre aggiunge:
“non devi provare imbarazzo e paura per i tuoi sentimenti”.
Il ragazzo ebbe una crisi di violenta e dovette essere sottoposto a isolamento.
Chiaro che la comunicazione della madre era assolutamente incongruente e lui non poteva
far altro , per sottrarsi, che farsi venire una crisi. Si chiama doppio legame perché il
primo legame riguarda l’incapacità del figlio di commentare il duplice e
contraddittorio messaggio della madre; il secondo legame però lo condiziona: il figlio è
dipendente dalla madre in modo da non essere in grado di distanziarsi da lei né
verbalmente né fisicamente. La madre lo “legava” e lui era la sua
“vittima”.
Sostanzialmente lei, ritraendosi e irrigidendosi, gli diceva “non esprimere amore per
me”, però la seconda interazione “ma allora non mi vuoi più bene”
esprimeva esattamente un’interazione contrastante. Da parte della madre ci potrebbe
però essere una terza interazione: “non commentare la mia incoerenza e non farmi
pesare il fatto che io non so cosa provo per te”.
È chiaro che nessuno dei due membri è responsabile del proprio comportamento: e infatti
in terapia famigliare non vi è – o meglio non viene ricercata – una causa ed un
effetto, ma una teoria di circolarità reciproca. |