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Sintesi degli interventi sul tema “libero arbitrio”

(ottobre 2002 - agosto 2004)

 

 

LA LIBERTA’

COME COSTITUTIVO ESSENZIALE DELLA PERSONA


 A cura di Nazzarena Marchegiani

 

 

Nell’epoca in cui la vita sulla terra era piena, nessuno faceva particolarmente

attenzione alle persone meritevoli, né si dava gran peso a quelle esperte.

I governanti erano i rami più alti dell’albero e il popolo come i cervi del bosco.

Erano onesti e virtuosi, senza accorgersi che stavano “facendo il proprio dovere”.

Si amavano fra loro, ma ignoravano che si trattava di “amore per il prossimo”.

Non ingannavano nessuno, eppure non sapevano di essere “uomini degni di fiducia”.

Erano affidabili e ignoravano che si trattasse di “buona fede”.

Vivevano insieme nella Libertà dando e ricevendo e non sapevano di essere generosi.
Per questo motivo nessuno ne ha narrato le gesta. Essi non fanno storia.

(Tratto da “La via semplice di Chuang Tzu” di T. Merton)

 

 

INTRODUZIONE

 

Nonostante la tematica ampia e complessa che, per sua natura, ha necessitato non solo di riflessioni personali ma anche di riferimenti a varie fonti del sapere, ciò che se ne deduce come accordo di fondo è che la libertà non è una qualità a fianco di tante altre, ma è il costitutivo essenziale della persona: essere persona significa essere libero, e crescere nella propria umanità è crescere nella propria libertà.  E’ dunque la persona stessa a dare orientamento complessivo alla propria vita e, con la sua azione, anche alla storia umana e al cosmo. La libertà appare così quella struttura dinamica attraverso cui la persona ha la capacità di costruire la vita senza subirla, di orientare la storia senza rassegnarvisi, di realizzare il dominio sulla propria esistenza senza abdicarvi.

 

 

ORIGINE DEL TERMINE

 

II termine libertà è, nel lessico di ogni lingua, una parola polivalente; è indicativa, infatti, di un concetto complesso e molto difficile da definire. Come diritto personale è stata nella storia bandiera di infinite battaglie delle armi e dello spirito; e come aspirazione alla propria fondamentale autenticità, al superamento di tutti i condizionamenti e le mistificazioni che falsano la verità del proprio essere, l’ideale mai pienamente raggiunto. L’espressione “libero arbitrio” (lat. liberum arbitrium indifferentiae, ted. Willensfreiheit, ingl. freewill, fr. libre arbitre) significa libertà dell’uomo, ed è di origine scolastica. Essa, nel suo specifico significato teologico, sta a significare che l’uomo nel suo agire è libero sia dalla costrizione o coazione esterna sia dalla costrizione o coazione interna. Per costrizione esterna si intende ogni vincolo imposto appunto dall’esterno al libero agire dell’uomo. Per capire invece che cosa sia la coazione o costrizione interna, gli scolastici portano l’esempio del sasso, che secondo la fisica aristotelica cade sempre all’ingiù, tendendo naturalmente al suo luogo naturale. Viene riportato, inoltre, un secondo esempio: l’animale, che agisce in conseguenza di un giudizio; per esempio l’agnello quando vede il lupo fugge; la fuga consegue a quel giudizio, suggerito dall’istinto naturale, che fa sì che l’agnello giudichi il lupo un male da fuggire. Al contrario l’uomo giudica non naturalmente o istintivamente ma compara più possibilità alternative e perciò può agire in modi differenti. Di fronte al lupo, l’uomo giudica se scappare o se nascondersi; oppure, se è armato, di attaccarlo. Non giudica quindi per istinto, ma sceglie di fare l’azione che giudica più opportuna nella situazione data.

Questa libertà è chiamata “libertà di indifferenza”, nel senso che la scelta tra questo o quel corso di azione non è determinata dalla natura o dall’istinto naturale né dall’oggetto; l’uomo per natura è indifferente ai diversi corsi di azione possibili, e se decide di fare x piuttosto che y lo fa in base a un giudizio sulla situazione e a qualsiasi necessità. Lo fa perché si autodetermina; cioè, determina da sé perché vuole fare x anziché y. Libero arbitrio significa, appunto, sovranità decisionale o indipendenza da fattori; è dunque un potere sovrano. Intesa in senso generale, dunque, la libertà è lo spazio che un ente ha nello sviluppare la propria energia. “Libero arbitrio” è sinonimo di signoria della volontà sulle proprie scelte.

Applicata all’uomo, questa definizione si qualifica diversamente a seconda che si accetti o meno che l’uomo abbia una determinata natura: ossia spirituale, materiale o composta. Essa suppone la consapevolezza della ragione, perché senza di essa l’agire umano non avrebbe carattere di padronanza personale e sarebbe solo cieca passività. In questo senso, Tommaso diceva che l’uomo è fatto a immagine di Dio, perché ha un intelletto e un arbitrio libero, un campo di decisioni libero da qualsiasi necessità esterna e interna, e agisce sovranamente. Certo, l’uomo non è indipendente da qualsiasi necessità come Dio; non è un sovrano assoluto come Dio, al cui potere nulla può resistere o pretendere di creare ostacoli; ma assomiglia a Dio, perché ha anch’esso uno spazio decisionale su cui regna sovrano, libero da ogni necessità. Non si dimentichi che, per Tommaso, questa libertà non riguarda il fine ultimo morale, che è naturale, ma solo se e come conseguire questo fine, attraverso scelte relative a situazioni determinate e contingenti. Potremmo dire così che l’uomo è signore sovrano delle sue scelte nel campo di oggetti e situazioni contingenti.

E’ interessante la polemica tra Erasmo e Lutero circa il “libero o servo arbitrio”: l’oggetto del contendere è se l’uomo sia libero e sovrano rispetto alla scelta tra bene e male. Lutero sostiene che, in conseguenza del peccato originale, la natura dell’uomo è corrotta e quindi l’uomo non può non fare il male morale, e ha un servo e non più un libero arbitrio; solo la fede salva e libera dalla natura corrotta. Erasmo risponde che il peccato originale non corrompe totalmente la natura in modo che l’uomo sia naturalmente costretto al male: se così fosse, l’uomo sarebbe irresponsabile e perderebbe la dignità, che gli deriva dal libero arbitrio, di potere decisionale sovrano. Per Erasmo, dunque, la natura è vulnerata o ferita ma non è viziata in quanto natura. L’uomo avrà una sovranità decisionale parziale che riduce le sue possibilità d”azione; la riduzione, tuttavia, non è una mutazione della natura umana, ma solo riduzione delle sue possibilità operative.

 

 

LA CONCEZIONE ORIENTALE

 

C’è da dire che è difficilissimo accettare la filosofia del libero arbitrio, quando nel mondo accadono fatti che ci lasciano sconcertati. L’aereo che cade con il suo carico umano, l’attacco alle torri gemelle, le guerre e tanti altri tragici eventi che giornalmente si verificano, inducono allo smarrimento e quindi ad interrogarsi sempre di più sulla realtà della libertà umana: “Dov’è il libero arbitrio di chi subisce la violenza altrui o la casualità di un grave incidente?”

Una giustificazione a tante barbarie ci viene dalla teoria della reincarnazione. Proveniente dalla cultura orientale, questa teoria si basa, fondamentalmente, sulla legge del Karma o, per meglio dire, sulla legge di “causa ed effetto”. La parola Karma, infatti, è un termine sanscrito che significa azione, opera, e sta ad indicare le conseguenze dei nostri atti sulla sorte delle varie incarnazioni. Il Karma, quindi, risulta essere un percorso formativo che dura diverse vite e che permette all’uomo di evolvere o meno in funzione del modo in cui egli usa il libero arbitrio. Premessa da fare, però, è che nel mondo c’è posto per chi crede e per chi non crede nel Karma e chi crede nel Karma non è certo migliore o peggiore di chi non vi crede o viceversa, ma che tutto dipende dal modo di vivere la vita e il prossimo. Il valore di un individuo, dunque, può esistere anche al di là della fede nel Karma.

 

1. KARMA E REINCARNAZIONE

 

Secondo la legge del Karma, l’anima sceglie, indirettamente o direttamente, tutto quello che la condizionerà (nel bene e nel male), sia nella vita attuale che nelle seguenti. Alla nascita, dunque, ognuno di noi trova quello che ha scelto in tempi e condizioni diverse. Si tratta di un percorso molto ampio, i cui estremi, passato e futuro, s”intrecciano con il relativo presente. Questo presente è l’essenza stessa del libero arbitrio e, salvo apparenti eccezioni, in ogni momento si possono fare scelte consapevoli, partendo da quello che si trova “in situazione”. Si può decidere di abbandonarsi agli eventi, di collaborare con essi o di avversarli; ma si può anche decidere di essere al di fuori degli eventi. Quello che l’uomo non può fare, ad esempio, è cambiare le stagioni a suo piacimento, ma in un rigidissimo pomeriggio invernale può decidere di reagire al freddo in vari modi e le azioni conseguenti non possono che scaturire da una libera decisione sia che si viva sotto un ponte sia che si viva in un comodissimo appartamento.

Riprendendo la tesi della Scolastica, in una situazione dipendente da fattori non causati dalla volontà diretta, l’uomo può decidere in quale modo affrontare l’evento. C’è da dire, inoltre che l’onnipotenza non appartiene all’essere umano e che, come altre realtà, anche il libero arbitrio ha un suo limite, tant’è che, grazie alla consapevolezza, i confini ne possono risultare allargati, ma sicuramente non eliminati: ad esempio è possibile migliorare le condizioni della vita e prolungarla, ma non è possibile eliminare la morte che, tra l’altro, nel discorso della reincarnazione è un obbligatorio momento di transito. Ritornando alla tematica dell’accettazione costruttiva, l’uomo ha la possibilità di migliorare la situazione in cui viene a trovarsi ma sempre nei limiti delle sue reali possibilità. Spesso, purtroppo, gli capita di sottovalutare o sopravvalutare le proprie possibilità e, in entrambi i casi, finisce per peggiorare la situazione. Ecco perché diventa indispensabile il percorso della consapevolezza, in quanto permette di conoscersi fino al punto di affrontare la situazione, agendo nella maniera più consona possibile.

Secondo la cosmogenesi tantrica, in seno ai trentasei principi della Creazione e del Karma, vi sono cinque “Kanchuka” o corazze che limitano il nostro libero arbitrio:

·         Kaala o limite temporale;

·         Kala o limite spaziale;

·         Raga o limite della volontà;

·         Vidiya o limite conoscitivo;

·         Niyati o limite causale.

I confini di questi limiti sono personali, modificabili e reversibili ma restano pur sempre dei limiti, almeno sino alla liberazione finale. Volendo questi limiti si possono allargare o restringere: Niyati, il limite legato alle cause esterne, come gli eventi naturali, è il meno personale e perciò il più difficile da gestire; lo si sperimenta in situazioni come le catastrofi naturali o cose simili; Raga, il limite alla volontà è il più personale e perciò il più modificabile e gestibile.

 

2. IL PENSIERO DI EDGAR CAYCE

 

La tesi reincarnazionistica e karmica è avvalorata anche da Edgar Cayce, personaggio notevole e incredibilmente eclettico che ha lasciato una quantità enorme di testimonianze della sua medianità. Era un soggetto che operava nella trance più totale, tant”è che solo “dopo” prendeva coscienza di ciò che aveva detto. Inizialmente lui non credeva alla reincarnazione ma, con il tempo, le sue letture mettevano sempre di più in luce i collegamenti tra le esistenze passate e i dilemmi e le problematiche di quella su cui stava indagando. Nella documentazione della Fondazione a lui dedicata esistono prove di questo suo passaggio in cui finì per accettare l’idea della reincarnazione.

Il punto di vista di Cayce esclude la trasmigrazione delle anime, secondo la quale gli umani possono reincarnarsi sotto forma animale. Per Cayce la reincarnazione è la credenza che ognuno di noi ha delle vite successive nello scopo di evolvere spiritualmente e poter così ritrovare la piena coscienza della propria natura divina. In sostanza, Cayce procura un quadro filosofico al passato, mettendo l’accento sul modo di assumere la nostra esistenza attuale: dobbiamo vivere l’istante presente, sviluppando la nostra anima e aiutandoci gli uni con gli altri. Dai suoi vari scritti deduce che il percorso che abbiamo effettuato ci ha condotto dove siamo. La cosa essenziale non è “chi siamo stati” o “cosa abbiamo fatto” prima, ma come reagiamo di fronte alle opportunità e alle prove che ci capitano adesso.

In effetti, sono le nostre scelte e le nostre azioni del momento, generati dal nostro libero arbitrio, che importano realmente. La prospettiva di Cayce, in nessuna maniere fatalista, apre orizzonti quasi illimitati. Cayce segnala anche i pericoli di una comprensione errata della reincarnazione. Egli indica che certe teorie ne altererebbero il vero significato. In particolare, tutte quelle che non riconoscendo la libera volontà, creavano ciò che nominava “una bestia nera karmica” cioè un”idea non corretta che ignorava gli atti autentici e i rapporti stretti legando Karma, libero arbitrio, sorte e Grazia. Ancora nei nostri giorni la reincarnazione è sovente interpretata, a torto, come un incatenamento ineluttabile di esperienze e di relazioni imposte dal Karma. Se fosse così, le nostre decisioni anteriori ci costringerebbero a seguire una traiettoria segnata di avvenimenti specifici e il nostro avvenire sarebbe già fissato. Questa visione diverge totalmente da quella di Cayce che dice che il passato non fornisce che una congiuntura possibile o probabile che ci dimostra che, lontano dal comportarsi come semplice spettatore, a volte reticente, l’essere umano gioca un ruolo dinamico nello sviluppo della propria esistenza.

Varie letture si accordano con questa definizione, ma aggiungono la nozione filosofica inedita ed esclusiva che il karma può essere considerato come una memoria. Non si tratta dunque di un debito da pagare conformemente ad un tabella universale, né di una serie di esperienze determinate dalle nostre azioni precedenti, buone o cattive. Il karma è soltanto una fonte d”informazioni contenente elementi positivi ed altri negativi in apparenza, ove il subconscio attinge alle informazioni che utilizza nel presente. Questo spiegherebbe, per esempio, le affinità o le animosità spontanee che sentiamo verso certe persone. Benché questa memoria subcosciente si rifletta nella nostra
fisionomia e influenzi i nostri pensieri, le nostre reazioni e le nostre decisioni, abbiamo sempre la possibilità di ricorrere al libero arbitrio per orientare la nostra vita.

I vari scritti di Cayce menzionano che, quando decidiamo, non ci reincarniamo immediatamente. Visto che quello che chiamiamo in questo mondo “subconscio” diventa nostro “conscio” nell’aldilà, l’anima ricapitola tutto quello che ha attraversato e seleziona, tra le lezioni che deve imparare, quelle che si sente capace di assumere adesso al fine di continuare la sua evoluzione. Aspetta il momento propizio per rinascere sulla terra e torna ordinariamente in un ambiente conosciuto anteriormente. Ad ogni nuova vita, sceglie tra un corpo maschile o femminile, a seconda dell’obiettivo della sua incarnazione. Inoltre, sceglie l’entourage e le condizioni (parenti, famiglia, luogo, epoca, ecc) che le permetteranno di perfezionarsi e di compiere quello che spera realizzare. Tuttavia, le sue esperienze dipenderanno dal modo con cui impiegherà il libero arbitrio all’interno di questo contesto. Possiamo in effetti considerare le nostre tribolazioni come degli ostacoli e dei scogli o, al contrario, trasformarli in situazioni benefiche, in opportunità per elevare il nostro livello di coscienza. Il processo di reincarnazione prosegue finché non riusciamo a personificare l’amore universale nel mondo ed esprimere la nostra essenza divina in tutti gli aspetti della vita sulla terra. Dobbiamo far notare che i talenti e le qualità non si perdono mai, in modo che le facoltà coltivate in ogni incarnazione aumentino il capitale del futuro. Così, il dono dei “bambini prodigio” è la risorsa di un talento coltivato in una o più esistenze precedente. Le nostre attitudini si manifestano in funzione del motivo della nostra incarnazione attuale.

Il karma non si stabilisce tra individui ma unicamente nei confronti di sé stessi. Il nostro karma è personale, eppure ci sentiamo costantemente attirati da gente o gruppi che ci offrono occasioni favorevoli al fine di assumerlo. In modo analogo, questi vengono verso di noi nel loro cammino individuale per soddisfare la loro memoria karmica. Le nostre interazioni con gli altri ci permettono dunque di confrontarci con noi stessi e di vivere avvenimenti che c”insegnano e che ci aiutano a progredire sul sentiero spirituale. Non incontriamo mai qualcuno accidentalmente, perché non c’è coincidenza. Dobbiamo subire le conseguenze delle nostre scelte, atti e attitudine anteriori. La Bibbia declama: "Quello che l’uomo avrà seminato, lo raccoglierà in seguito". Gli addetti della reincarnazione esprimono questa verità con “Attiriamo quello che ci assomiglia". Contrariamente alle dottrine fataliste che ci destinano ad una sorte immutabile, la teoria di Cayce afferma che rimaniamo “maestri del nostro destino”. In effetti, abbiamo la possibilità di controllare i nostri pensieri, le nostre parole e le nostre azioni e di scegliere il nostro comportamento verso le circostanze della vita che abbiamo noi stessi generati: "Comprendiamo che tutto quello che si produce nella nostra esistenza è il frutto della nostra propria creazione e che le prove contribuiscono sempre al nostro sviluppo quando le guardiamo come a delle opportunità di correggere gli errori del passato o di acquisire saggezza e intendimenti". Lo stesso concetto è ribadito da Swami Yogananda Giri: "Ciò che siamo oggi, che ci crediamo o no, non è altro che il risultato delle vite passate, basta fare una piccola riflessione su quello che l’uomo si trova ad essere, sulle sue potenzialità, le sue tendenze, i suoi limiti; da qualche parte devono avere origine, questa origine nasce dalle esperienze del passato. La capacità di essere liberi significa diventare consci di questo serbatoio di tendenze, solo a queste condizioni è possibile una vera libertà, se non conosciamo ciò che ci induce a muoverci, ad agire, difficilmente siamo liberi, quindi la capacità di essere liberi, il libero arbitrio, la capacità di determinare con una nostra azione una scelta tra diverse tendenze, questo è un atto conscio; la capacità di determinare con la nostra azione, scegliere l’azione idonea ai nostri obbiettivi, quella è capacità di scelta."

 

3. LE RIVELAZIONI DEL CERCHIO FIRENZE 77

 

Altre testimonianze pervengono dal Cerchio Firenze 77, un gruppo che, in più di trent”anni, ha raccolto gli insegnamenti di varie entità elevate; insegnamenti trasmessi attraverso Roberto Setti, medium straordinario, ormai scomparso. Nel corso delle sedute queste entità hanno dato luogo a comunicazioni profonde ed importanti sui problemi esistenziali e conoscitivi del genere umano. Questi libri di alto contenuto filosofico e spirituale sono una grande fonte di guida nella vita di molte persone. In essi si affronta più volte il problema del libero arbitrio.

Onde evitare di mal interpretare il contenuto e di modificare inconsapevolmente il significato se ne riporta fedelmente alcune parti di un capitolo:

 

IMPOSTAZIONE DEL PROBLEMA DELLA LIBERTA’:

Prima di affrontare questo ponderoso argomento è opportuno dire subito che il problema della libertà individuale non risulta così assillante. Infatti le leggi cosmiche sono infrante sia che l’uomo agisca di spontanea volontà, sia sotto un”influenza. A coloro che sono abituati a pensare in termini di responsabilità, verrà istintiva una domanda: “L’uomo, allora, ha colpa di ciò che compie nell’ignoranza e nella coercizione?”. Per rispondere a questo interrogativo, occorre tenere sempre presente il principio che l’esistenza dell’uomo non è una riabilitazione, non è una prova atta a stabilire se debba meritare un premio o un castigo, ma è una nascita vera e propria. Infrangendo, consapevolmente o no, liberamente o coercitivamente le leggi cosmiche, l’uomo subirà degli effetti, avrà delle esperienze le quali allargheranno in lui la coscienza e ne determineranno la nascita spirituale. Il dolore che l’uomo incontra non è il castigo di una colpa commessa, ma l’ultimo rimedio al quale si è costretti a ricorrere per fargli comprendere una Verità. Premesso ciò, il problema del libero arbitrio cade ma è pure sempre interessante conoscere in quale misura l’uomo è libero, e di quale tipo è questa libertà.

 

LA LIBERTA’ DELL’UOMO E’ RELATIVA:

L’uomo, o individuo, sarebbe assolutamente libero nella scelta se questa si maturasse in un”atmosfera nella quale l’Assoluto è egualmente presente; ma il nulla assoluto non esiste, quindi rimane valida la seconda condizione: è assolutamente libero chi ha raggiunto la massima evoluzione, chi ha presente il Tutto con eguale intensità. Per l’uomo, quindi, non è il caso di parlare di libertà assoluta. La libertà dell’uomo è relativa e cresce proporzionalmente all’evoluzione. Ciò è logico: infatti, se un individuo poco evoluto avesse una grande libertà, muoverebbe tante cause che lo soffocherebbero, mentre – essendo la libertà proporzionale all’evoluzione, e cioè alla coscienza – esiste un controllo naturale che restringe il campo di azione degli inevoluti in modo che questi possono muovere solo tante cause da non restare soffocati. Ma dire che la libertà dell’uomo non è assoluta, non significa che l’uomo non abbia alcuna libertà. Libertà assoluta vuol dire assenza di ogni e qualunque limitazione, come assenza di libertà vuol dire assoluta coercizione. Fra questi due estremi è compresa la libertà dell’individuo dal suo manifestarsi nel piano fisico come cristallo, all’apice della sua evoluzione come superuomo. Non solo, ma se esaminiamo la libertà di un uomo di media evoluzione, vediamo che esiste egualmente questa scala data da:

1)      azioni che egli compie (o subisce) irrevocabilmente per karma, cioè per gli effetti delle cause che egli ha mosse in precedenti incarnazioni (assenza di libertà);

2)      azioni che egli compie per sua libertà relativa, per le quali la scelta è stata influenzata da una necessità (libertà spuria);

3)      azioni che egli compie, sempre nell’ambito della sua libertà relativa, ma al di fuori di qualunque influenza (libertà pura);

Libertà pura, naturalmente, non vuol dire assoluta. Per essere assolutamente libero, l’uomo – come prima è stato detto – non dovrebbe subire alcuna influenza in tutte le decisioni da prendersi, mentre la libertà pura si riflette in una, o poco più, decisioni prese al di fuori delle influenze. Solo nell’uomo massimamente evoluto la libertà pura si identifica con la libertà assoluta, in quanto tutte le decisioni sono prese al di fuori di ogni influenza. Riassumendo: la libertà in genere è la possibilità che ha l’individuo di mettere in atto certi suoi proponimenti. Questa libertà può essere goduta in misura diversa, cioè essere assoluta o relativa. La libertà è sempre un attributo in quanto non esiste in modo a sé stante. La libertà è una conseguenza dell’evoluzione; quanto più l’individuo è evoluto, tanto più è libero. La legge di evoluzione, invece, esiste in modo a sé stante. La libertà è un attributo dell’evoluzione. E’ assolutamente libero chi non patisce di alcuna limitazione.

 

LIMITAZIONE DELLA LIBERTA’:

Le limitazioni possono essere di ordine intimo: mancanza di capacità; oppure di ordine esterno: impedimenti alla realizzazione di un proponimento. Ad esempio, si può avere la capacità di scrivere un romanzo, ma non avere il tempo per farlo (limitazione esterna). La misura della libertà si determina nell’attimo in cui l’individuo si propone di fare qualcosa. Ad esempio, fino a che non ci si proporrà di volare non si determinerà la limitazione che sorge da non avere questa possibilità. L’assenza di desiderio rende l’individuo indeterminatamente libero. Assenza di limitazioni significa anche non essere sottoposti ad alcuna influenza. Tale condizione si realizza in due soluzioni: l’una negativa, l’altra positiva; cioè è assolutamente libero l’individuo che è posto in un ambiente interiore ed esteriore di vuoto assoluto, o l’individuo che ha presente, con eguale intensità, il Tutto.

 

CONCETTO DI LIBERTA’:

Che cos”è quindi libertà? Per libertà deve intendersi assenza di limitazioni: uomo libero è quindi colui che è al di fuori di ogni influenza, che non ha necessità alcuna, che non conosce limitazione alcuna, che può fare tutto quello che vuole. La libertà cresce con l’evoluzione dell’individuo, è quindi relativa a questa; quando un individuo ha raggiunto il massimo dell’evoluzione, gode della più ampia libertà. Tuttavia l’individuo evoluto non compie certe azioni; si può allora considerare questi limitato? No, dal momento che libertà significa poter compiere tutto quello che si vuole; l’individuo evoluto non vuole compiere quelle azioni; sarebbe limitato nel momento che dovesse compierle, perché allora farebbe qualcosa contro il suo sentire. Se poi certe azioni si “dovessero” compiere, egli le vorrebbe. L’individuo evoluto quindi è limitato al proprio sentire, al proprio essere, in altre parole, a sé stesso. Ora, essere limitati a sé stessi significa non essere liberi? Per l’individuo non evoluto sì, perché se anche potesse fare tutto quello che può desiderare o pensare o sentire, vi potrebbero essere altri pensieri, desideri, sentimenti, azioni oltre quelli che egli ha. Ma l’individuo che ha raggiunto la massima evoluzione, essendo questi consapevolmente uno col Tutto, si identifica con l’Assoluto e, quindi il suo sentire è illimitato come l’essere; allora - laddove non vi è limitazione alcuna - vi è assoluta libertà.

 

IMPOSTAZIONE MATEMATICA DEL PROBLEMA DELLA LIBERTA’:

"Se si vuole avere un”idea chiara di quale libertà di arbitrio possono usufruire le creature, si deve paragonare l’entità che organizza la forma più semplice di vita (il cristallo) ad un”equazione di primo grado, in cui una sola è la soluzione; le entità superiori a questa, ad equazioni di grado superiore al primo, fino al giungere a Dio – Assoluto – paragonato ad un”equazione di grado infinito in cui infinite sono le soluzioni. La libertà è rappresentata dalle soluzioni disponibili”. Questo è il pensiero del Maestro Pitagora, il più chiaro, profondo, completo, conciso sull’argomento del libero arbitrio. Niente v”è da aggiungere, niente da chiarire: la libertà dell’individuo cresce con il suo evolversi. Determinare fino a che punto l’uomo è libero è sempre stato un problema appassionante. Esiste il destino, ovvero una predestinazione? Implicitamente, ammettendo questo, neghiamo che l’uomo possa avere una libertà, conseguentemente una responsabilità dei propri atti. Ma, oltre questo, l’assenza della libertà impedisce all’individuo l’avere delle volute esperienze e, quindi, l’evolversi della sua coscienza. D”altra parte non è vero che l’uomo abbia una libertà assoluta, proprio per il fatto di essere uomo, cioè di avere delle necessità fisiche ovvero delle schiavitù. Inoltre, per avere la libertà di scegliere il bene o il male, come si dice, si deve essere al di fuori del bene o del male per non venire influenzati nella scelta.

 

PREDESTINAZIONE E KARMA:

Esiste una legge di causa ed effetto alla quale l’uomo sottostà; ciascuna azione comporta un effetto adeguato che l’individuo deve subire in una delle prossime esistenze. Ecco in che cosa consiste la predestinazione in certi Karma, per dirla con gli Indù, che si devono scontare e che hanno ragione d”essere come ha ragione d”essere la scottatura che si prova avvicinandosi ad una fiamma. Naturalmente, è l’uomo con le sue azioni, non il fato, che costituisce l’ossatura della futura esistenza, i particolari saranno costruiti da ciascuno secondo la libertà di cui godrà, proporzionalmente alla sua evoluzione. Questa libertà condizionata l’uomo non sa godersela nella sua pienezza in quanto, spesso, si autolimita, creandosi delle regole, dei pregiudizi, che non osa trascendere. Questi è l’uomo limitato, che rifugge ogni innovazione, che giudica e comprende secondo i suoi schemi di pensiero, che non osa andare oltre ciò che altri ha sperimentato.

 

IL PROBLEMA DELLE RECIPROCHE INFLUENZE

IL CASO-LIMITE DELL’OMICIDIO:

La stessa cosa va osservata da due punti di vista. Ad esempio: nell’assassinio si ha colui che uccide e colui che è ucciso. Ora non è ammissibile che il libero arbitrio di una creatura possa provocare un danno così grave quale è il togliere la vita ad un altro individuo. Cioè una creatura non può fare questa somma di male, per così dire. Si hanno dei casi in cui degli innocenti che transitano per una strada, sono vittime di una sparatoria. Non sarebbe ammissibile che una creatura innocente dovesse subire di questo fatto? La reale spiegazione, appunto, si scopre vedendo i due lati della questione: quelle creature avevano chiuso il proprio ciclo di vita di una reincarnazione, quindi il loro veicolo fisico doveva perire perché loro dovevano trapassare. Prendiamo l’esempio di una creatura che uccide: questa creatura non ha saputo superare l’uccidere i propri fratelli attraverso il ragionamento; ma non ha fatto in realtà un male così grave quale l’uomo crede che possa fare uccidendo, in quanto l’altra creatura che è stata uccisa, doveva trapassare. Pur tuttavia, questo non toglie che la causa sia stata mossa, in quanto l’individuo che ha ucciso è realmente un assassino. Sarebbe però erroneo intendere le parole che precedono nel senso che il corso degli eventi sia rigorosamente prestabilito per entrambe le creature della nostra ipotetica vicenda. Dire, infatti, che così “doveva” essere, è solo parzialmente esatto. Così doveva essere per colui che è morto, ma non per colui che ha ucciso. Per quella creatura che uccide, non potendo superare questa azione attraverso il ragionamento, altro mezzo non v”era che l’esperienza diretta. Ma con questo “doveva essere” non si deve intendere una cosa predisposta dal fato. Certamente che se non si comprende con la mente, altro mezzo non v”è che il dolore; e quindi “doveva essere” unicamente in questo senso. Cioè vi sono due vie: se si scarta la prima, non rimane che la seconda.

 

IL PROBLEMA DELLA RESPONSABILITA” PERSONALE:

Una creatura, che può essere causa di sofferenze indicibili e dal trapasso di milioni di esseri umani, dovrebbe avere un karma... inestinguibile? Il fatto è che ciascuno di noi può essere, e molto sovente è, lo strumento di un karma di un proprio simile. Ciò però non toglie la responsabilità che abbiamo di fronte ai nostri fratelli. Il fatto che nessuno può subire, a torto, il dolore che noi possiamo dargli, non vuol dire che noi siamo esonerati dalle responsabilità di aver fatto soffrire un nostro fratello, anche se questa sofferenza doveva patirla. In quanto poi a certi fatti clamorosi, per analogia, anche quando si tratta di una sola persona, ci si può ricondurre all’esempio di Giuda, il quale avrebbe tradito Cristo, l’avrebbe venduto e che quindi starebbe nel più profondo dell’inferno. Giuda, però, rappresenta lo strumento, non solo di una certa parte dell’umanità che viveva al tempo del Cristo e che circondava la sua figura in
quel momento storico, ma rappresenta il simbolo di tutta l’umanità che si era cristallizzata e che in questa cristallizzazione, aveva determinato la venuta del Cristo sulla terra. Tutte le creature ritenute responsabili di atrocità, non sono altro che il simbolo della società, delle nazioni e dei popoli che hanno voluto le guerre. E in questi
si devono comprendere anche coloro che andavano ad applaudire i discorsi degli esponenti delle nazioni di allora, anche coloro che davano il loro assenso al movimento di violenza e di crudeltà che fermentava in quel dato momento storico.

 

Riepilogando, secondo la credenza della pluralità delle vite, l’uomo nasce con una serie di “condizionamenti” derivanti da una molteplicità di fattori: ereditarietà, educazione, contesto sociale, luogo di nascita, ecc. Inoltre c’è chi nasce sano e chi malato; chi ricco e chi povero e via dicendo. Condizionamenti che sono quelli che l’anima ha scelto prima della sua attuale incarnazione e, in questi termini, sono frutto di una “libera scelta” in quanto fatta sicuramente in condizioni assai diverse da quelle attuali. Comunque se si crede al fatto che l’attuale vita non sia qualcosa a sé stante ma, al contrario, sia il piccolo segmento di un disegno molto più vasto, un disegno le cui tracce e finalità non sono molto chiare durante questa vita, ma sono invece chiarissime all’anima negli intervalli tra un”incarnazione e un’altra, allora si può parlare di un libero arbitrio che si esercita “prima” e di un libero arbitrio che si esercita “dopo” (cioè nella vita terrena.) Nello svolgersi del “dopo” possono presentarsi dubbi sulla effettiva realtà del libero arbitrio, ma questo potrebbe essere dovuto all’impossibilità dell’essere di guardare con obiettività in quanto l’anima non è più libera dai legami della materia. Tuttavia anche chi non crede alla reincarnazione e alle scelte dell’anima, può riflettere sul fatto che, aumentando la presa di coscienza dei propri limiti, si possono fare delle scelte più consapevoli.

 

 

DALL’EBRAISMO ALLA TEOLOGIA CONTEMPORANEA


Nella religione ebraica la libertà acquista una dimensione che non esiste nelle religioni dell’estremo oriente e nella filosofia greca: la storicità. Per l’ebraismo, infatti, la religione non è solo rapporto del singolo con Dio e visione della natura in Dio, ma è anzitutto salvezza offerta da Dio al popolo ebraico e a tutta l’umanità mediante fatti storici. Secondo il finalismo biblico, la storia è un incontro tra l’agire di Dio e dell’uomo che nella continua novità e libertà crea il futuro. Nel primo cristianesimo e quindi con il superamento del “patto sinaitico”, il concetto di libertà assume altre valenze. Scrive S. Paolo: "Voi miei fratelli siete stati chiamati alla libertà" (Gai 5,13). Quindi la libertà diventa “vocazione” e “modo di vivere”, Dio entra in rapporto diretto e personale con ogni uomo ed ogni uomo è chiamato ad una risposta personale, libera e responsabile, per vivere nel mondo la vita stessa di Dio. In seguito per S. Tommaso è Dio che ordina tutta la creatura umana al fine soprannaturale: solo una trasformazione dell’attività umana per mezzo della Grazia può adeguare l’uomo al suo fine. Nel pensiero post-tridentino si afferma, invece, che nella trasformazione progressiva dallo stato di peccato all’amicizia con Dio, l’uomo non è strumento passivo inerte, ma coopera veramente con la sua libertà all’azione di Dio. Dio non salva l’uomo senza il suo concorso.
La speculazione teologica sul discorso della “libertà creaturale” assume, in epoca più recente, una visione che scaturisce da motivazioni profonde:
-          Motivo sociale: Il passaggio da una civiltà contadina ad una civiltà industriale ha posto l’uomo al centro dei suoi interessi emarginando Dio. All’uomo contemplativo si è gradualmente opposto l’homo faber, il cui valore è stato integralmente posto nell’operare umano.
-          Motivo filosofico: La svolta di Cartesio verso la coscienza, l’influsso di Rousseau che indica la libertà come espressione attiva ed autonoma del soggetto capace di giudizio, le riflessioni di Kant sul rapporto fra libertà e moralità, rappresentano le tappe principali di un distacco dove l’uomo può pienamente bastare a sé stesso. A monte di questo distacco, la libertà appare come un movimento verso Dio, nel senso che Dio non è una aggiunta esteriore al mio essere e al mio volere, ma è l’unica ragione del mio esistere colto nella sua totalità. Là invece dove la persona umana è totalmente sganciata da Dio, la libertà diventa assoluta, diventa regola di sé stessa: è questo l’atteggiamento di tutti coloro, da Hegel a Marx fino a Sartre, che respingono ogni trascendenza e considerano Dio come il limite dell’uomo. Già Hedegger aveva concentrato la sua attenzione sulla individualità esistente: "qui la libertà appare segnata da una finitezza che comporta il non essere sempre a disposizione… Sullo sfondo di una esistenza precaria, non completamente padrona del mondo e di sé stessi, la libertà appare la configurazione esistentiva di una interiorità raccolta su sé stessa".
-          Motivo ecclesiale: L’esigenza di un recupero della vera religiosità e del sacro in senso liberatorio attraverso l’apertura alla grande tradizione dell’oriente ortodosso e attraverso lo scambio con i valori sacrali delle civiltà orientali; in particolare con l’induismo.

Alla luce di questa realtà e pur riprendendo, in parte, la speculazione tradizionale, il pensiero teologico contemporaneo non può non prendere in considerazione la modernità e quindi afferma che la libertà suppone l’assenza di una univoca predeterminazione ad opera di fattori estranei alla volontà stessa. L’atto libero è “causa sui”, cioè, come scrive B. Haering in “La legge di Cristo”, "la determinazione prima di ciò che è ancora indeterminato, dunque un vero inizio assoluto".
Già la morale tradizionale conosceva forme di condizionamento capaci di diminuire od annullare la volontarietà degli atti umani: si pensi, ad esempio, agli studi sul potere condizionante dei mezzi di “persuasione occulta”, sul peso della pubblica opinione e della mentalità corrente. Per questo da molte parti ci si chiede se all’interno di questo universo di condizionamenti ci sia ancora posto per la libertà morale. La riflessione teologica sulla creazione è una riflessione sui limiti e sui compiti della libertà umana: una libertà umana alle prese con Dio attraverso il reale. La libertà dell’uomo nella costruzione del mondo corrisponde alla libertà di Dio che crea il mondo senza altro presupposto se non il suo amore disinteressato, senza che lo muova alcun tipo di necessità o coazione. Dunque Dio ha creato il mondo con assoluta libertà, non per una sua esigenza, ma semplicemente per comunicare il suo amore e rendendo gli uomini partecipi della sua gloria; Dio non cresce né si perfeziona, ma il bene e la pienezza dell’uomo non sono qualcosa di distinto da Dio stesso. Ciò che si rimprovera all’ateismo moderno da Comte a Feurbach, da Nietzsche a Sartre, è di mettere in campo il concetto che consegna il divino nelle nostre mani e lo fa coincidere con l’ente assoluto, necessario come spiegazione del mondo, del suo esistere e del suo fine. Si spiega così la scelta globale dell’uomo che risolve la teologia nell’antropologia e che decreta la morte di Dio. Il mondo creato è sì manifestazione dell’essere del Creatore, ma non porta a una totale reciprocità. Infatti, se la prima non può esistere senza un preciso rimando al creatore, non è però vero che l’Assoluto non può esistere senza il mondo.
 

LO ZODIACO

E IL CAMMINO DELL’UOMO VERSO LA LIBERTA’

 
“Ogni persona deve essere come una stella e seguire la sua orbita” (Crowly)

 

Indubbiamente non ci sarebbe riflessione filosofica e teologica sul “libero arbitrio” senza consapevolezza dell’esistenza di questa istanza. In poche parole la ricerca della o sulla libertà nasce da un presupposto fondamentale che riguarda l’evoluzione individuale: il problema della libertà, infatti, non si pone fino a quando non si sperimenta la “non libertà”. Ovviamente la questione del libero arbitrio si presenta solo quando c’è un Io, altrimenti la questione stessa non si pone; deve, dunque, esistere una coscienza che pensa a sé stessa affinché vi sia scelta. Quindi, pur essendo costitutivo della persona, la capacità di scegliere percorre delle tappe evolutive fondamentali.

 

1. DAL MATRIARCATO ALLA COSCIENZA

 

A questo proposito è significativo il parallelo con la fase simbiotica “madre-figlio”, fase tipica della non-soggettività, in cui il bambino non percepisce divisione tra il mondo esterno e il mondo interno, ma si sente inglobato, contenuto, nutrito, ossia facente parte di un tutto (fase lunare). E’ il Sole che interviene poi in seguito a dare l’aspirazione all’individualità. A livello storico, questa fase “simbiotica” si può paragonare alla lunghissima Era del matriarcato, fase millenaria in cui l’umanità non aveva coscienza di sé in quanto il “singolo”, vivendo in perfetta fusione con la natura, non si poneva alcun problema di autonomia da essa. La coscienza inizia a formarsi attraverso un processo di “rottura” che, intervenendo sull’armonia dell’inconscio (mito di Adamo ed Eva: “Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi”), dà il via alla polarità, all’ambivalenza, al conflitto. A poco a poco i miti diventano “solari” e sostanzialmente “guerrieri”; nell’uomo nasce però anche l’idea di poter dominare la natura e quindi di sottometterla.

Nei miti greci, gli dei facevano ancora il bello e il cattivo tempo, intervenivano infatti direttamente nelle vicende umane con fulmini, calamità o proteggendo con vari metodi i propri protetti; ma anche se in quel periodo cominciava a prendere forma il patriarcato, l’uomo era ancora totalmente assoggettato al dio. L’oracolo del dio era legge, valga per tutti Agamennone che sacrifica Ifigenia perché così ha chiesto l’oracolo di Apollo a cui Ifigenia si era negata; la ribellione al volere degli dei era hibris e punita sempre con la morte o con sciagure terribili che si abbattevano anche sulle generazioni future; gli dei erano molto gelosi del loro potere sugli uomini. Al pari degli uomini di tem­peramento fortemente collerico, gli dei celesti sono molto più temuti che amati. Pertanto di fronte ad essi il sentimento che normalmente si prova è quello del “tremendum”. Qualsiasi tentativo di scalare le cime celesti (con la sovrapposizione dei monti più alti, l’Ossa e il Pelio, come volevano fare i Giganti-Titani, il caso di Atlante e Prometeo e di altri ancora) o di raggiungere l’immortalità (è il caso di Gilgamesh nell’epopea che prende nome da lui, giunta a noi nella versione accadica, più completa di quella originaria sumerica) è de­stinato all’insuccesso. Di più ancora, il castigo suole giungere come reazione immediata delle divinità celesti. Nel mito la formazione dell’Io si ha per la prima volta con un dio germanico, Wotan-Odino, dio guerriero, ma anche mago che si fa crocifiggere capovolto per nove giorni e per nove notti su un albero, il frassino; una iniziazione che ricorda quelle sciamaniche. Un dio che rischia di morire nella prova e che perde un occhio, quindi con un occhio solo vede il mondo esterno, perché con l’altro si guarda dentro (comincia la scoperta del lato inconscio, del suo potere magico) e che all’alba del decimo giorno con l’occhio rivolto verso terra vede spuntare da essa la rune, le pietre segnate che consentono di leggere il destino, il futuro.

 

2. IL VIAGGIO DELL’EROE

 

C’è dunque un momento nella vita di ognuno in cui si determina la presa di coscienza di “non essere liberi”. Forse il punto di partenza è proprio quel “Mondo Ordinario” che J. Campbell descrive come prima tappa del “Viaggio dell’Eroe”: l’Eroe, sia uomo che donna, viene strappato alla sua vita di tutti i giorni e trasportato in un mondo speciale, nuovo ed estraneo dopo di che non potrà più vivere nel suo familiare e tranquillo mondo ordinario. Per Campbell, infatti, “Il Viaggio mitologico può avvenire anche materialmente ma quest’aspetto è irrilevante. In realtà il Viaggio è fondamentalmente un evento interiore, un viaggio verso profondità in cui oscure resistenze vengono vinte e resuscitano poteri a lungo dimenticati per essere messi a disposizione della trasfigurazione del mondo…Il periglioso viaggio non ha per scopo la conquista ma la riconquista, non la scoperta ma la riscoperta”. E dagli studi di Campbell si ricavano varie tappe che, simbolicamente, a partire dal “Mondo Ordinario” mettono alla prova l’Eroe proprio sulla sua capacità di scelta nonché di discriminazione. Una volta che l’”Appello” è arrivato l’Eroe non può più vivere nel mondo ordinario anche se il terrore dell’ignoto è spesso foriero di un rifiuto.

Parlando in termini astrologici il Sole, dunque, rappresenta “quello che dobbiamo diventare”; in un certo senso è qualcosa che sembra essere fuori dal nostro libero arbitrio. In ogni caso, rispetto al divenire, “si dovrebbe diventare quel particolare Sole in quella particolare casa”; però è vero che è possibile esprimerlo al massimo, al minimo o non esprimerlo affatto. Cosa fa la differenza tra i tre risultati finali spesso non è comprensibile, ma forte è il sentore che alcune possibilità vengono date a tutti nella vita di comprenderne, magari anche solo per un attimo, il senso. Spesso questi segnali non vengono percepiti, anche a causa del particolare linguaggio simbolico con cui si manifestano; in questo linguaggio sono racchiuse tutte le difficoltà del momento e, contemporaneamente, anche le possibilità vitali e di sviluppo.

Forse la meta di ogni vita è quella di affrontarla il più creativamente possibile cercando di sentirsi in accordo con sé stessi. A volte le persone sembrano non voler rischiare di essere sé stesse, ed è in questo che bisogna assumersi la piena responsabilità, e che si intende possedere il libero arbitrio; le possibilità esistono, ma alcuni non le vedono, perché restano ingabbiati dentro un modo di essere unico e dentro alle pieghe delle convenzioni familiari, sociali, che spesso non amano neppure permettere la scelta. Troppo spesso le intenzioni coscienti si trovano in netto contrasto con quelle dell’inconscio e ciò dà vita ad un ingorgo energetico che mette il soggetto in una posizione di stallo.

E’ chiaro che per arrivare a non fare scelte condizionate indubbiamente c’è bisogno di avere delle opportunità e, soprattutto, di coglierle; è impossibile che nella vita non arrivi almeno una opportunità di pensare che si possa essere di più di ciò che si è; forse, il più delle volte, gli strumenti “in dotazione” restano inutilizzati o vengono usati in maniera impropria. Esistono tantissimi condizionamenti e il compito più difficile è uscire da questi brancolamenti tra il mondo personale e quello collettivo. Del resto questo è la vera difficoltà della vita: rendersi autonomi, scegliere ed essere responsabili accettando la grandissima frustrazione che ci arriva dai sensi di colpa e dal non sentirsi accettati, amati, adeguati; il prezzo più grosso lo paghiamo in termini di falsificazione di ciò che siamo, perché i miti insegnano. Non è sempre facile ribellarsi né avere la possibilità di sentirsi contenuti dalla psiche collettiva. “Psiche collettiva” intesa anche come inconscio… Indubbiamente è molto difficile sottrarsi a forze che sembrano influenzare in modo particolare certe vite, ma non è impresa impossibile. Si legge spesso: “astra inclinant sed non necessitant” ossia “gli astri inclinano, non determinano” ma forse non inclinano né determinano, e molto più semplicemente rispecchiano, segnalano, corrispondono... perché non sono qualcosa di diverso o di estraneo a noi stessi ma, proprio come noi, esprimono una realtà dinamica e manifestabile a più livelli.

In poche parole si tratta di una sintesi fra la metafora del tavolo con sopra tutti gli strumenti a disposizione e la capacità di fare un buono o cattivo uso di essi. Occorre non dimenticare, inoltre, che siamo nati con una specifica e particolare natura caratteriale, a cui si aggiunge un intorno, una famiglia, una cultura, ecc. e non possiamo cambiare tutto ciò anzi, meglio sarebbe, accettare completamente tale realtà e non cercare di diventare quello che non si è. A tale proposito un esempio potrebbe essere quello della persona che volendo essere più razionale cerca di mantenersi obiettiva a tutti i costi cercando di cancellare le sue innate emozioni: in questo senso diventa un’altra, non è più sé stessa, quindi sarebbe meglio accettare questo limite e cercare di approfittare del vantaggio che le offre la sensibilità. Vogliamo sottolineare qui che la libertà di una persona, e il senso della sua vita, non consiste nel poter cambiare la propria natura, ma solo nel realizzarla pienamente così come indicato dalle sue predisposizioni, adottando dei modi di risposta e dei fini evolutivi, ossia liberandosi dalla centratura sull’Egoismo, dal narcisismo, per tenere presente l’Altro. E’ inutile che un cavallo desideri diventare un pesce per sentirsi libero! L’idea sarebbe quella di compiere al meglio il percorso segnato dal nostro Sole tenendo presente che durante il viaggio potranno esserci mille opportunità di scegliere in che modo “viaggiare”. Troppo spesso l’uomo usa il “destino” come mezzo compensatorio alle “ingiustizie divine”, ma in realtà queste ultime non sono altro che la dimostrazione di irresponsabilità sulle proprie scelte (conscie ed inconscie), e quindi dell’incapacità di prendere in mano le briglie della propria vita.

La vita terrena, dunque, appare come possibilità per l’anima di progredire in un continuo processo evolutivo, altrimenti sorge spontanea una domanda: “Ma cosa ci stiamo a fare?”. Non avrebbe senso in quanto tutto sarebbe statico e prevedibile. Ci sembra più opportuno invece affermare che dentro al contesto “destinico” la persona può scegliere se cogliere o meno le opportunità. Ragion per cui quando si legge un TN, si può avere una idea di come è fatta una persona e come potrebbe reagire agli eventi, ma non si potrà mai averne certezza, perché, alla fine, sarà la persona stessa a decidere quale passo fare. L’Astrologia risulta essere infatti nient’altro che un mezzo che dovrebbe portarci ad un fine, ossia a percorrere il “nostro” cammino, a crescere ad evolverci, affinché, come disse Jung, “la nostra vita non sia sprecata”. E’ chiaro che l’interpretazione del TN consente una maggiore comprensione di noi stessi, ma affinché questo accada nel modo più puro possibile l’interpretazione stessa necessita di maggiore attenzione ai condizionamenti che la simbologia astrologica, per sua natura, rischia di apportare (a tale riguardo un’ipotesi di lettura – comunque da verificare e da sperimentare – è quella delle case, settori, pianeti, ecc. che essendo privi di aspetti potrebbero rappresentare campi della vita dove è più facile esercitare il libero arbitrio e questo senza troppi condizionamenti o schemi che tendano ad incanalare verso una direzione o l’altra proprio perché sono fuori dalla rete degli aspetti stessi).

Secondo T. Dethlefsen “determinismo e libertà sono due poli che si condizionano reciprocamente e sono legati assieme… Per questo la via che conduce alla libertà passa attraverso l’osservanza delle leggi: solo chi sottostà alla legge è libero… L’uomo raggiunge la sua massima libertà quando può dire: Signore, avvenga la Tua volontà, non la mia”. E’ anche vero che il tema della libertà riguarda piuttosto l’ambito filosofico che quello astrologico, ma occorre ricordare che l’astrologia può avere un senso soltanto se si accetta l’idea del libero arbitrio e cioè se si ammette la possibilità di risoluzione – più o meno ottimale – delle situazioni. Mettendo in dubbio il libero arbitrio ossia la possibilità di scelta, la possibilità di sbagliare, ma anche di trarre insegnamento dagli errori, c’è da chiedersi quale sia il vero senso dell’astrologia e se studiarla sia davvero utile. La convinzione che tutto sia già deciso “a priori”, esime l’astrologo dalla professione stessa: in tal caso l’aiuto astrologico non serve a nulla. Occorre ricordare che il connubio astrologia/psicologia ridimensiona di molto l’aspetto “destinico” dell’astrologia in quanto la psicologia stessa non solo non ne trarrebbe nessun beneficio, ma rinnegherebbe sé stessa nell’ammettere immutabili e quindi prive di via d’uscita determinate situazioni. Quindi, per l’astrologia psicologica, molte dinamiche presenti nel tema natale non solo si possono assolutamente risolvere, ma anche con il tempo non presentarsi più.

A questo proposito è auspicabile una visione psicologica dei transiti e quindi l’eventualità di superamento dei vari problemi. Determinate problematiche sembrano accompagnare le persone per lungo tempo e a livelli diversi; tuttavia scegliere di lavorarci su per comprenderne la radice può portare, gradualmente ed in molti casi, alla risoluzione completa e, in altri, ad una possibilità di “padroneggiamento” che altro non è che la capacità di convivere con certi problemi sapendo che esistono, ma che non dominano più. Senza uno di questi due passaggi non ci sarebbe alcuna possibilità di evoluzione. Ad esempio nel caso della gelosia: è vero che nella prima parte della vita l’istinto e l’emozione agiscono in modo compulsivo e quindi senza una azione diretta e volontaria della persona. E magari quando si presenta una situazione che suscita il nucleo infantile e sensibile, questa reazione istintiva e compulsiva si ripresenta: a questo punto il primo passo a livello psicologico consiste nel prendere coscienza che questa pulsione esiste e, in quanto compulsiva, agisce al di fuori della coscienza e senza che la persona ne abbia un controllo. Lavorando poi su questa emozione, ci si può rendere conto di eventuali “tradimenti” infantili che hanno poi generato la paura di essere traditi ed abbandonati. Il problema della gelosia è un problema di insicurezza e di non solidità rispetto alle proprie risorse, nonché di un nucleo molto basso di autostima che fa sì che le sicurezze e l’identità siano dipendenti da un soggetto esterno anziché da un valore e da affetti interni. La gelosia è una questione di possesso, c’è paura che venga portato via ciò che si ritiene di avere; in realtà questo non è possibile in quanto c’è una confusione-sovrapposizione tra l’essere e l’avere. Con l’aiuto di qualcuno si può far crescere questo nucleo svalutante e arrivare a spostare il valore dall’esterno all’interno di sé e sentirsi così più forti e meno vulnerabili all’idea di perdere qualcosa o qualcuno e, nel tempo, si potrà anche capire che non si può perdere ciò che c’è a livello affettivo, ma solo ciò che comunque già non esiste. Diventando più forti si arriverà anche a sopportare l’idea che non si può trattenere con la forza o con la paura, o peggio ancora con il controllo e la prigionia qualcuno che non vuole stare con te, oppure qualcuno che non ha nessuna intenzione di tradire ma che semplicemente non può dare quella sicurezza che ognuno può trovare solo dentro di sé.

Così facendo si impara a “collaborare con l’inevitabile”, cioè la paura, il sentimento e le emozioni che sembrano incontrollabili, imparando a non proiettarle e trasferirle su altri all’esterno; andando avanti nel tempo e rafforzando l’Io e l’autostima, si imparerà a credere di più in sé stessi e addirittura a ridere della passata gelosia, anche perché, a quel punto, le gratificazioni arriveranno per il proprio valore, per cui controllare e possedere l’altro non è più necessario, perché la paura e il senso di precarietà saranno stati affrontati e superati. Quindi i transiti, inizialmente, servono a riportare in superficie le dinamiche, esasperandole, mettendoci alla corda per far sì che, attraverso la loro pressione insostenibile, noi mettiamo mano al problema; una volta compreso, elaborato e risolto, la pressione del transito si muoverà diversamente, tentando di allargare la consapevolezza di quel determinato simbolo al fine di lasciare intravedere e conoscere nuove sfaccettature di quella funzione di noi stessi e come noi siamo in relazione con la stessa. I transiti hanno quindi una loro precisa intelligenza – sono infatti diretti dal Sé – che ovviamente sa come utilizzarli al meglio al fine di permetterci di portare a termine il nostro Progetto e lavorano in modo assolutamente diverso a seconda dello stato in cui ci trovano e di come noi siamo in relazione con la funzione che toccano nel momento in cui si attivano. Va specificato che la lezione è intesa come una modalità di introiezione di un determinato aspetto psichico, rappresentato dal simbolismo planetario, come se non ci fosse stata l’opportunità di comprenderne bene il funzionamento.

 

ESEMPI:

 

1.      Saturno quadrato a Venere

Un divorzio non è scritto nel tema natale, in quanto non c’è niente nei pianeti che decide che si debba divorziare: c’è invece una manifestazione interiore che tende a sottolineare il bisogno di rivedere posizioni che sono state assunte e che non corrispondono più a quello che ora il Sé ha deciso. Il libero arbitrio è anche riuscire a comprendere che ci sono due istanze che lavorano di cui una è sovrapersonale (Sé) e conosce il Progetto finale e sa dove l’Io ha le sue resistenze, i suoi ancoramenti, le sue difficoltà a mettersi in linea con ciò che in realtà è pronto per essere affrontato.

Non sta scritto che nell’aspetto di Saturno quadrato a Venere (transito che spesso viene considerato destinico), ci sarà la fine di una relazione in quanto Saturno sta semplicemente a manifestare che c’è una parte comunque pronta a spronare l’altra per diventare indipendente ed autonoma a livello affettivo e che chiede di considerare se lo si è, oppure no; e se non lo si è, chiede di riflettere sul perché non lo si è. Saturno non chiede un divorzio ma mette in luce quella parte che non sta in piedi da sola e chiede di lavorarci su, di renderla più forte, più capace di fare a meno delle stampelle esterne (nel caso, della relazione). Saturno è sempre maturazione e struttura, non abbandono e perdita. Certo, a volte può essere che diventare autonomi passi attraverso una perdita, ma è comunque una parte di noi che lo ha decretato ed è la parte che simboleggia Saturno (che è la funzione psichica che spinge per l’autosufficienza, a tutti i livelli). Se non si conosce bene questa parte, allora può sembrare che sia il “destino” a portarla.

 

2.      Giove quadrato a Venere:

Una persona che riceve questo transito, probabilmente nella prima parte della vita ha vissuto una ferita potente rispetto all’affettività, alle sicurezze e alla formazione di una base stabile su cui mettere poi i vari mattoni della propria struttura: c’è una sorta di voragine che inizialmente sembra poter essere compensata solo attraverso gli altri, secondo uno schema del tipo “gli altri mi devono dare, senza di loro io non esisto”, e questo perché non avendo potuto incamerare risorse e sicurezze iniziali, deve ancora riempire un vuoto che sembra agire ogni volta come un senso di morte e di annientamento, purtroppo però l’insoddisfazione viene proiettata e si cercherà di placare il vuoto attraverso l’amore di un’altra persona a cui, ovviamente, ci si aggrapperà in maniera simbiotica e totale. Naturalmente, non potrà esserci nessuno in grado di dare ciò che questa persona abbisogna e nessuno riempirà il vuoto che ha origini antiche e che crea continua insoddisfazione oltre che inquietudine, mancanza di fiducia e senso di abbandono e di perdita.

I primi transiti su quella Venere metteranno in luce il problema, quindi il soggetto si sentirà sfidato in questa paura, sperimenterà fino a fondo la disperazione della sua voragine e questo magari lo condurrà a farsi aiutare a capire perché chiunque incontri, dopo un primo abbaglio iniziale, finirà con creare vuoto e insoddisfazione perché non placherà la sua bramosia a livello di affetto ma soprattutto di sicurezza. Facendo questo lavoro, dovrà mettere mano all’incapacità di costruirsi un senso di sé che parta da valori personali e al bisogno di inglobare tutto ciò che incontra per calmare la paura di essere abbandonato e tradito, con l’illusione di poter risolvere attraverso l’esterno un problema personale. Se il soggetto trova valori suoi, senso di autostima e capacità di vivere la vita in modo autonomo e non in funzione di un’altra persona, i transiti futuri non andranno più in quella direzione, ma stimoleranno il suo grande bisogno di crescere e di alimentare costantemente una sorta di voracità di conoscenza e di bisogno di percorrere sempre strade nuove, di avere stimoli che, a quel punto, non saranno più delegati ad una persona o ad un rapporto ma a lui stesso, e quindi il transito stimolerà la sua personale crescita e il suo bisogno di incamerare e di assimilare informazioni, conoscenza e cultura, ma tutto questo non cercherà più di essere compensato attraverso la sola relazione affettiva, sarà invece un’occasione continua di allargare (come vuole Giove) la sua sfera di identità passando attraverso nuovi interessi di vario tipo. Il soggetto vivrà sempre una sorta di continuo bisogno, un “non accontentarsi” che è insito nella funzione Giove-Venere, ma a quel punto sarà un aspetto importante e assolutamente potente della sua personalità e non dovrà essere vissuto invece in senso negativo come un senso di impotenza rispetto ad un bisogno di crescere e di espandersi nel mondo.

 

3.      Sole quadrato a Saturno

In questo caso la persona non è riuscita ad integrare in modo corretto il senso della struttura e della personalità e quindi dovrà tornare, simbolicamente, sui banchi di scuola ed imparare a vivere il senso di autorità in maniera corretta e, soprattutto, portarla all’interno facendola diventare autorevolezza e capacità di responsabilità personale. A questo punto l’aspetto in sé è risolto, o meglio, lo si vive come una caratteristica personale. La dinamica rappresentata dalle due energie Sole-Saturno sarà necessariamente un tratto psicologico in quanto non si potrà disgiungere dall’Io l’aspetto di Saturno; ma è il caso di ribadire che l’aspetto dinamico segnala solo che nell’infanzia è stato impossibile riuscire a farlo funzionare bene e che, quindi, “questi duE’ devono imparare a relazionare in quanto il rapporto con l’autorità lo si è appreso in senso difficile e negativo portando alla conseguente scissione dall’identità di quest’aspetto. L’aspetto (Sole-Saturno) dice se è stato introiettato bene e se viene usato in modo corretto ossia come energia pronta e scorrevole, oppure se c’è bisogno di integrarlo perché una parte è scivolata fuori dalla coscienza e quindi viene proiettata all’esterno. Questo dovrebbe essere il significato ed è per questo che non può essere assolutamente determinante perché ad un certo punto lo si può riconoscere e superare.

Certo, i transiti, nella prima parte della vita porteranno sempre un “incontro-scontro” con Saturno, fino a che non lo si riprende e lo si vive come proprio. Nell’aspetto di trigono Sole-Saturno, l’energia scorre in maniera liscia e tranquilla, nel quadrato Sole-Saturno, invece, occorre imparare a far scorrere questa energia; e una cosa è nascerci e una cosa è giungervi attraverso un percorso evolutivo.

 

Va detto che la vita morale di ogni uomo comincia normalmente sotto il segno della pedagogia della legge: è la coscienza morale infantile che interiorizza i veti parentali e la paura; la coscienza sperimenta in questo caso una dolorosa frattura interiore; essa fa il bene ma non è ancora veramente buona, lo fa senza averlo scelto. Lo stadio maturo è lo stadio della libertà e dell’unità interiore. La crescita verso questo obiettivo di maturazione non è né breve né facile; è compito di tutta l’esistenza, coinvolge tutti i piani della vita umana, costituisce in sé stessa la vera essenza dell’impegno morale.

Da un punto di vista astrologico possiamo dire che è nella fase di casa IX - Sagittario  che può sorgere il problema teologico della “libertà” all’interno della creazione, in quanto è messa in discussione l’esistenza ricevuta e non scelta; ma a questo punto è inevitabile la risalita fino a Dio per ritrovare il senso della libertà, il suo significato, ma anche quello della vita stessa. Da questo punto in poi la libertà appare come “capacità” di un’esistenza che si appropria di sé stessa e così plasma la propria vita. Come già ribadito è certo che la libertà si esplica in modo “puro” solamente in assenza di fattori estranei che operano sulla volontà stessa. La logica dello Zodiaco, in fondo, non fa che mostrare il cammino dell’uomo verso la libertà assoluta rappresentata, appunto, dall’ultimo settore: casa XII - Pesci. Il percorso prende il via in casa X – Capricorno dove è necessario conquistare autonomia e indipendenza e, di conseguenza, assumersi le proprie responsabilità; si perfeziona in casa XI - Acquario dove si acquisisce il senso comune e il senso della diversità, unica possibilità per riconoscere e accettare gli altri e imparare a convivere cooperando e mettendo in comune ciò che si è e ciò che si ha. In un certo senso qui Saturno si abbandona all’espansione di Urano, il mondo non è più circoscritto e ciò induce l’Io a perdere vigore in quanto non più “unico e speciale”. Non a caso in Acquario il Sole è in esilio (liberazione dall’Io), c’è l’esaltazione di Nettuno (ideali) e il domicilio di Urano (innovazione). La XII e i Pesci sono realmente – se realizzati – il senso di partecipazione, ma tutto il resto è superato, e non si lotta più per avere qualcosa o per mostrare qualcosa. In Acquario, spesso si lotta ancora per mostrare la propria diversità e la propria libertà: quindi si è ancora in una fase di conquista.

Per meglio comprenderlo, il concetto di libertà dovrebbe essere analizzato sotto vari aspetti e cioè: fisico, mentale e spirituale. Ritornando per un momento Cerchio Firenze 77, l’entità Claudio dice: "…Dovete liberarvi dall’io. Quando avrete raggiunto una tale liberazione, non avrete più paura. Sereni sarete, di una serenità che non conosce incertezze di fronte ai mutamenti della vita, perché non sarete più assillati dall’esaminare i vantaggi e gli svantaggi dell’ io. Darete per quello che avrete avuto e per quello che non avrete avuto: ma soprattutto senza intenzione né scopo alcuno, e la fede corrisponderà veramente alla espressione più alta della coscienza individuale, nell’atto di essere coscienza cosmica”. Dunque la libertà, a questo livello, è uno “stato” dell’essere dal quale l’umanità è molto lontana e può essere intesa in senso spirituale come vuole Nettuno e la fase di casa XII. Parlando di libertà (o libero arbitrio) più alla nostra portata, o comunque vista sotto l’aspetto fisico essa può essere considerata una struttura dinamica attraverso cui la persona ha la capacità di costruire la propria vita senza subirla, di orientare la storia e di realizzare il dominio sulla propria esistenza: questa è la realizzazione di casa X e le funzioni di Saturno/Marte. Se per Sartre la libertà è “un atteggiamento assoluto con cui la coscienza, nella sua intenzionalità, sceglie e si progetta”, essa appare, dunque, come uno slancio verso l’avvenire, una progettazione nella quale l’uomo si è legato alla situazione che lo circonda, ma nella quale è totalmente libero: casa XI, Urano/Saturno, piano mentale.

 

La libertà comunque appare come un momento indispensabile di conquista della vera ed autentica personalità umana. La interiore apertura al divino diventa il criterio e la misura di ogni comunione con le persone: l’interiorità si carica, infatti, di emozioni e sentimenti che provocano la libertà fino a vederla non come riposo in sé stessi ma come coraggio, istitutore di valori etici e umani. La libertà appare allora il paradosso di un essere che riposa in un intangibile autopossesso e, proprio in forza di questa “Segreta Presenza” nella sua interiorità, è spinto ad aprirsi e a muoversi verso tutta la realtà esistente. E’ da sottolineare che l’ambiente sociale e l’eredità educazionale sono indubbiamente un limite alla libertà e alla progettualità del singolo, ma sono anche la condizione indispensabile del suo essere uomo e della sua concreta libertà. Ma, afferma il Gatti, "per sua intima struttura, in quanto tensione di un essere germinale verso il compimento di sé, la libertà umana è necessitata a una generica, ma insopprimibile volontà di bene e di felicità. Essa non può non volere il bene, la piena realizzazione di sé". Essendo legata alla possibilità che il soggetto umano ha di accettarsi o di negarsi, la Libertà diventa l’esercizio di una totale responsabilità nei confronti della propria vita e di una radicale auto-disponibilità nei confronti del proprio esistere.

 

 

Interventi di (in ordine alfabetico):

 

Rosanna Bianchini

Meskalila Nunzia Coppola

Giovanni D’Amico

Lidia Fassio

Roberta Fianchini

Pasquale Foglia

Chiarastella Ghersani

Genevieve Jama

Rosamaria Lentini

Nazzarena Marchegiani

Maria Teresa Mazzoni

Anna Maria Mazzù

Clementina Messaggi

Cristina Negro

Mary Olmeda

Rosi Salerno

Daniela Sassi

Sandra Zagatti

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

G. Colzani, Antropologia Teologica, L’Uomo paradosso e mistero, EDB Bologna

G. Gatti, Voce Libertà: Aspetto teologico-morale, in Diz. Teol. Interd.re, Ed. Marietti

U. Pellegrino, Voce Libertà: Aspetto storico-filosofico, in Diz. Teol. Interd.re, Ed. Marietti

L. Ladaria, Antropologia Teologica, Ed. Piemme e Univ. Gregoriana

T. Dethlefsen, Il Destino come scelta, Ed. Mediterranee

M. Guerra, Storia delle Religioni, Ed. La Scuola

AAVV, Il Testo Filosofico, Ed. Mondadori

 

 

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