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Sintesi degli interventi su

 

CARL GUSTAV JUNG


a cura di Anna Rita Fabbri

 

 

La vita

 

Carl Gustav Jung nasce a Kesswill, in Svizzera il 26 luglio del 1875.

La sua infanzia è abbastanza malinconica e un po’ strana. Figlio unico di un pastore protestante, avverte fin da piccolo un profondo senso di solitudine (nel TN il Sole è in VII casa quadrato a Nettuno), ma forse proprio questa solitudine lo aiuta a contattare precocemente la sua creatività.

Celebre è il passo di “Ricordi Sogni Riflessioni”, in cui Jung fa alcune considerazioni seduto su una pietra vicino alla propria casa, quella che egli considerava la sua pietra, e che dimostrano la straordinarietà del suo pensiero fin dagli anni dell’infanzia:

 

“Spesso, quando ero solo, andavo a sedermi su quella pietra e cominciava allora un gioco fantastico, pressappoco di questo genere: Io sto seduto sulla cima di questa pietra e la pietra è sotto, ma anche la pietra potrebbe dire ‘Io’ e pensare: Io sono posata su questo pendio ed egli è seduto su di me. Allora sorgeva il problema: sono io quello che è seduto sulla pietra, o io sono la pietra sulla quale egli siede? Problema ch’era sempre il mio assillo, e allora solevo alzarmi chiedendomi chi, ora, fosse qualcosa. La risposta era tutt’altro che chiara, e brancolavo nel buio, buio che però stranamente mi affascinava. Non nutrivo dubbi che la pietra non fosse in qualche oscuro rapporto con me, e potevo sederci su per ore, affascinato dal suo enigma.”

 

Il piccolo Jung fu da subito immerso nella religiosità della sua famiglia. Infatti non solo il padre, ma anche otto zii e il nonno materno erano pastori protestanti. Fin dai primi anni di vita, quindi, fu abituato a seguire sermoni, preghiere e a frequentare le chiese e i cimiteri. Tutto ciò lo portò a porsi degli interrogativi sulla natura di Gesù.

Racconta, ancora, in “Ricordi Sogni Riflessioni”:

 

“Nel vicino cimitero il becchino aveva scavato una fossa, ammucchiando la terra bruna sconvolta; uomini neri e solenni, paludati in lunghe finanziere, con strani cappelli a cilindro e stivaletti neri e lucidi, portavano una cassa nera, e c’era mio padre, che indossava l’abito talare, e parlava con voce sonora, mentre intorno le donne piangevano. Mi avevano detto che qualcuno stava per essere sepolto in quella fossa. Persone che prima si erano viste nei dintorni improvvisamente sparivano, e allora sentivo dire che erano state seppellite e che il Signore Gesù le aveva chiamate a sé.”

 

Da queste immagini, nella sua visione infantile, il piccolo Jung identificava Gesù come colui che “prende con sé le persone e poi le infila nelle buche sottoterra”.

Egli ha sempre sostenuto che la sua vita intellettuale ebbe inizio intorno ai tre anni con un sogno molto particolare a cui diede spiegazione solo molti anni più tardi. Sognò di scendere sottoterra, passando attraverso una fossa lunga e buia, che lo condusse in una grande stanza con al centro un tappeto rosso sul quale era situato un enorme e meraviglioso trono d’oro con sopra uno strano essere seduto. Quando fu in grado di dare una spiegazione a questo sogno, capì che lo strano essere seduto era un enorme fallo. Sempre da “Ricordi Sogni Riflessioni”:

 

“Era un trono splendido, un vero trono regale come in un racconto di Fate! Sul trono c’era qualcosa, e a tutta prima pensai che fosse un tronco d’albero, di circa quattro o cinque metri di altezza e cinquanta centimetri di diametro. Era una cosa immensa, che quasi toccava il soffitto, composta stranamente di carne nuda e di pelle, e terminava in una specie di testa rotonda, ma senza faccia, senza capelli, e con solo – proprio in cima – un unico occhio, che guardava fisso verso l’alto.

(…) Quello strano corpo non si muoveva, eppure io avevo la sensazione che da un momento all’altro potesse scendere dal trono e avanzare verso di me strisciando come un verme. Ero paralizzato dal terrore, quando sentii la voce di mia madre, proveniente dall’esterno, dall’alto della stanza, che diceva ‘Sì, guardalo! Quello è il divoratore di uomini!’. Ciò mi spaventò ancora di più, e mi svegliai, in un bagno di sudore, con una paura da morirne.

(…) Questo sogno mi ossessionò per anni, e solo molto tempo dopo capii che ciò che avevo visto era un fallo, e passarono decenni prima che capissi che era un fallo rituale.

(…) In ogni caso, il fallo di questo sogno sembra essere una divinità sotterranea da non nominare, e tale rimase per tutta la mia giovinezza, e riappariva solo quando qualcuno parlava con troppa enfasi di Gesù. Il Signore Gesù per me non divenne mai del tutto reale, né del tutto accettabile e degno di amore, perché sempre mi si ripresentava al pensiero la sua figura sotterranea, la paurosa rivelazione che mi era stata concessa senza che la cercassi.”

 

Analizzando questo sogno, egli arrivò ad ipotizzare un collegamento con il cannibalismo che, secondo lui, era insito nel rito dell’eucaristia; comprese che il fallo non era altro che una grandissima e potente forza oscura, incredibilmente creativa, e passò buona parte della sua vita ad indagare questa forza.

Il piccolo Jung trascorreva ore nella biblioteca paterna cercando di scoprire qualcosa sul mistero che sentiva esistere al suo interno: si tormentava con una serie di domande sulla vita e sulla morte, ma aveva tuttavia una grande certezza, quella che in lui ci fosse qualcosa di eterno che doveva riuscire a contattare. Il nonno materno si interessava di spiritismo e spesso partecipava a sedute spiritiche in cui parlava con la prima moglie morta, alla presenza della seconda moglie (la nonna di Jung) e della figlia (la madre di Jung). Fin da piccolo, quindi, venne in contatto con il mondo dell’occulto e dello spiritismo, attraverso la figura della madre, spesso imprevedibile e misteriosa che, forse proprio per i suoi contatti con questo mondo, appariva al piccolo Carl misteriosa ed inquietante.

Probabilmente fu proprio l’incontro tra le due parti della natura umana – l’eccessivo dogmatismo protestante del padre e l’interesse per lo spiritismo e l’occultismo della madre – a portarlo a riflettere costantemente su quelle due parti di sé che chiamò “Personalità n. 1” e “ Personalità n. 2”.

La Personalità 1 era quella di tutti i giorni: sensibile, indisciplinata e a volte molto infantile tanto era emozionabile; questa personalità però era anche quella ambiziosa che voleva realizzarsi nella vita accademica, nella scienza, acquisendo uno status sociale di tutto rispetto. La Personalità 2 era definita “l’altro”, ed era quella che Jung identificava con il segreto della pietra e con l’illuminazione del sogno; era quella, ancora, che gli portava i significati che traevano sostanza dal mondo arcaico del passato. Egli associava la Personalità 1 al padre, e la 2 al mondo misterioso della madre, identificandola in un omino vestito di nero, che aveva intagliato nel legno, deposto in un astuccio in soffitta e a cui confessava e scriveva i suoi segreti. La lotta per cercare di riconciliare le due Personalità durò praticamente tutta la vita.

All’età di 12 anni imparò cosa fosse una nevrosi: ebbe una serie di svenimenti che preoccuparono molto suo padre, anche perché i medici fecero una diagnosi di epilessia. Jung invece riuscì a sconfiggere la malattia con la forza di volontà e, proprio dopo la guarigione, ebbe un’altra esperienza illuminante:

 

“Percorrevo, per andare a scuola, la lunga strada da Klein-Huningen, dove abitavamo, a Basilea, quando, improvvisa ebbi – per un breve momento – la straordinaria impressione di essere appena emerso da una nuvola. Tutt’a un tratto mi dissi: ora sono davvero me stesso! Era come se una coltre di nebbia fosse alle mie spalle, e dietro di essa non ci fosse ancora un ‘Io’.

In quel momento io nacqui a me stesso. Prima ero esistito, certamente, ma avevo solo subito gli avvenimenti: adesso ero io stesso l’avvenimento che mi capitava. Ora ero certo di essere me stesso, ero certo di esistere.”

 

Da quel momento Jung cominciò ad identificarsi molto di più con la Personalità 1, allontanandosi gradualmente dall’altra: studiava, faceva sport, diventò atletico, ironico e cominciò ad avere molto successo con le donne. La scelta universitaria fu difficile: i suoi grandi interessi erano la scienza e la filosofia. Dopo aver lungamente pensato si iscrisse alla facoltà di Medicina di Basilea. Due anni dopo suo padre morì e Jung temette, a causa dei problemi economici che ciò comportava, di non poter proseguire gli studi, ma fortunatamente gli venne in aiuto uno zio che con il suo appoggio economico gli consentì di terminare l’università.

Jung fu uno studente molto brillante: parallelamente alla medicina studiava anche la filosofia e in particolare i suoi autori preferiti, Nietche e Kant. In quegli anni riaffiorarono in lui l’interesse per l’occultismo ed il mondo paranormale, interessi sempre finalizzati a cercare di avvicinarsi al massimo della comprensione dell’animo umano, che esercitava su di lui un enorme fascino. Partendo dallo studio di Kant, egli ipotizzò che esistessero due strade che l’anima poteva percorrere: una verso il mondo “reale” e l’altra verso quello “spirituale”; sentiva questo molto vicino a tutto ciò che aveva da sempre vissuto attraverso le sue due personalità. Ipotizzò poi la possibilità che i fenomeni paranormali – quelli che consentivano di superare od alterare lo spazio-tempo – potessero rappresentare qualcosa di molto preciso legato all’anima; pensò che sarebbe stato molto utile studiare l’ipnosi, lo spiritismo, la chiaroveggenza, la telepatia e la parapsicologia, pur non sapendo ancora come fare per indagare queste discipline.

Sempre in quel periodo, un’altra illuminazione lo portò a studiare psichiatria: l’incontro con Krafft-Ebing, infatti, lo scosse profondamente fino ad accendergli il desiderio di studiare questa materia.

Dopo la scelta di iscriversi a Psichiatria, Jung sentì di avere trovato un trait d’union tra i fatti biologici e quelli spirituali; gli sembrò all’improvviso di poter mettere insieme ciò che per tanto tempo non era riuscito ad unire. Le conferme non gli mancarono. In quel periodo, infatti, accaddero in casa sua alcune esperienze che lo indussero a rivolgersi a una medium per cercare un collegamento tra alcuni fatti straordinari (un tavolo che si spezzò in mezzo con un grande botto, una lama di coltello in frantumi) e la morte del padre. In seguito a questi episodi cominciò a frequentare sedute spiritiche che alcuni suoi parenti facevano ogni sabato sera. Sua cugina Helene, che aveva come spirito guida il padre Samuel, durante le sedute incorporava lo spirito di una donna di nome Ivenes. Anche se Jung si accorse ben presto che sua cugina si era presa una cotta per lui, e che inscenava una serie di manifestazioni per attirare la sua attenzione, continuò comunque a ritenere possibile l’esistenza di fenomeni spiritici e continuò a pensare che la psichiatria avrebbe potuto spiegarli.

A questo proposito dobbiamo considerare che la psichiatria della fine dell’800 era ben diversa da quella che conosciamo oggi; non era così disgiunta dalla dimensione paranormale, era più aperta, e utilizzava anche delle vere e proprie “trovate” per cercare di spiegare tali fenomeni. Lo studio della psiche intesa come anima, era visto da molti come legato ai fenomeni di psichismo e di spiritismo. La Società per la ricerca sullo psichismo fu fondata nel 1882, per dar prova che la psiche era immateriale e non dipendeva dal corpo.

In quegli anni Jung incontrò Charcot, un famosissimo neurologo dell’Ospedale psichiatrico di Parigi, il quale sosteneva che l’inconscio era coinvolto nei casi di paralisi. Fin dalla metà dell’800 si era giunti a conoscenza che esistessero delle “zone oscure” della mente subliminale; si era quindi ipotizzato uno stato di inconscio capace di condizionare la coscienza fino a bloccarla. Già da alcuni anni Freud aveva scoperto una via d’accesso all’inconscio attraverso la psicanalisi; si era interessato molto di ipnosi, per poi abbandonarla, preferendole un metodo di libere associazioni che potesse permettere al paziente di richiamare alla coscienza ricordi rimossi, riferiti a fatti traumatici accadutigli. Freud studiava i sogni, il significato dei lapsus e delle dimenticanze, come tutte vie che potevano portare ad aprire una porta sull’inconscio. Nonostante l’occultismo continuasse ad avere grande successo, l’approccio non spiritualistico di Freud ebbe un grande impatto sulla psicologia del XX secolo. Questo sarà uno dei tanti dissidi con Jung che, invece, nonostante la formazione di quegli anni fosse di stampo materialistico, non perse mai l’interesse per il mondo dell’occultismo. Prova ne è che la sua tesi di dottorato fu proprio sulle sedute spiritiche: con l’aiuto degli studi di Janet, Jung investigò sua cugina che in stato di trance si trasformava in Ivenes; egli ipotizzò che dei frammenti di inconscio potevano apparire in un’altra personalità sotto forma di allucinazione oppure, come accadeva durante le sedute, potevano giungere ad impadronirsi della mente cosciente. La conclusione di questo studio fu quella che l’inconscio era capace di “compensare” le attitudini consce con una “intenzionalità” e uno “scopo” solo a lui noto. L’energia psichica quindi, secondo la tesi di Jung, aveva una propria funzione teleologica.

Nel dicembre del 1900, Jung iniziò il suo tirocinio da psichiatra nell’Ospedale Burghoizii, che era la clinica universitaria di Zurigo. Il Direttore era il dott. Bleuler – il più famoso psichiatra svizzero – che fu definito da Jung come “autoritario con lo staff, ma molto comprensivo con la malattia mentale”. I Medici erano tutti interni. Più che in una clinica sembrava di essere in un monastero.

E’ in questo momento che Jung si trovò a vivere all’improvviso con il mondo della follia. Lavorò nella clinica universitaria per circa nove anni, partecipando ad un programma pionieristico di psicologia – condotto dal dott. Bleuler – sui problemi della dementia praecox, ribattezzata successivamente “schizofrenia” dal dott. Bleuler stesso. Fino a quel momento la maggior parte degli psichiatri riteneva che la schizofrenia fosse dovuta a una degenerazione del cervello di origine puramente neurologica e organica: il dott. Bleuler invece – aperto sostenitore delle teorie di Freud sull’inconscio e sulla formazione psicogenetica dei disturbi mentali – cercava di prevenire la cronicizzazione della malattia, con terapie di analisi basate sulla comprensione della personalità del paziente. Fu proprio sotto la guida di Bleuler che Jung mise a punto le tesi sulle associazioni di parole e, da questo studio, nacque la sua teoria sui complessi. Scoprì infatti che le associazioni di parole erano connesse con emozioni inconsce che, proprio perché tali, formavano complessi di diverso genere.

Le ricerche di quegli anni diedero a Jung una fama internazionale. Nel 1905 iniziò ad insegnare psichiatria e fu nominato Primario della Clinica Psichiatrica dell’Università di Zurigo. Cominciò però ben presto ad interessarsi di psicanalisi, abbandonando totalmente la psicologia sperimentale che, a suo parere, non aveva nulla da dare. Sempre di quegli anni è il matrimonio con Emma, donna molto bella e colta, figlia di un industriale. Fu proprio la stabilità economica di lei a dare a Jung la libertà per continuare il proprio lavoro e le proprie ricerche. La coppia si stabilì a Zurigo ed ebbe cinque figli.

Nel 1911, Jung conobbe Antonia Wolff che diventò la sua amante. La relazione durò praticamente fino alla morte di lei, nel 1952. Questo menage a tre fu molto complesso da portare avanti, anche perché sia Emma che Antonia, essendo entrambe analiste, lavoravano con lui.

Emma studiò moltissimo i miti di Re Artù. Molto interessante è la sua ricerca sul significato del Sacro Graal, ricerca che fu portata avanti dopo la sua morte dalla sua allieva Marie Luoise Von Franz.

 

 

Il rapporto con Freud

 

Verso il 1906, Jung aveva scoperto l’opera di Freud e preso pubblicamente posizione in favore della psicanalisi.
Freud è stato indubbiamente l’artefice di una vera rivoluzione copernicana della concezione della natura umana. Partendo dalla nota teoria fisica in base alla quale “nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si trasforma”, per primo postulò che l’energia, laddove è negata, rimossa o relegata nell’inconscio, è pronta a riemergere da qualche altra parte. Si rese conto cioè che quello che vediamo e conosciamo dell’uomo è solo la “sovrastruttura” e fu tra i primi ad operare con gli strumenti della letteratura e della mitologia per arrivare alla “struttura”. In un periodo in cui si cominciava a parlare di “superuomini”, la malattia psichiatrica era vista come una tara ereditaria; Freud invece parlò di impulsi rimossi e di ricordi traumatici. Fu la liberazione da un pesante destino biologico, la sensazione di non essere condannati senza appello; in una parola egli distrusse ogni netta distinzione fra sanità mentale e follia.
Jung considerò Freud “il primo uomo veramente notevole che avesse incontrato fino a quel momento, dotato di un’intelligenza acuta, fuori dall’ordinario e mai banale. Dal canto suo Freud era molto interessato al lavoro di Jung. Però Jung aveva il vantaggio, rispetto al maestro, di non essere ebreo: fu così eletto primo presidente della Società Psicanalitica Internazionale, divenendo anche redattore del giornale psicoanalitico Jahrbuch diretto dallo stesso Freud. Nonostante queste investiture, che portavano a considerare Jung come l’erede legittimo della psicanalisi, nel 1912 si consumò la rottura con il grande maestro.
In “Metamorfosi e simboli della libido” – opera in cui Jung descrive il suo concetto di psiche umana – diversi punti erano in opposizione con il pensiero di Freud, in particolare gli contestava il primato della sessualità nei processi psichici. Le divergenze cominciarono però già nel 1909 durante il viaggio che fecero insieme negli Stati Uniti per tenere un ciclo di lezioni alla Clark University. Freud, ritenendo evidentemente che Jung accettasse le sue idee senza riserve, adottava spesso atteggiamenti paternalistici che Jung poco sopportava. Racconta Jung, nella sua autobiografia, che durante il viaggio si analizzavano reciprocamente i sogni che facevano; ma alla richiesta di Jung di svelare qualcosa della sua vita privata, per riuscire a meglio interpretare il sogno, c’era un’immediata chiusura da parte del maestro, probabilmente timoroso di mettere in discussione la propria autorità. Un’altra grande divergenza emerse durante una conferenza alla Fordham University di New York, dove Jung sfidò apertamente le teorie del maestro, reinterpretando ogni cosa e adattandola a quella che era la sua idea di analisi. Sostenne, infatti, che i disturbi psicotici e la schizofrenia non potevano essere spiegati da traumi di natura sessuale. Dalla sua esperienza era giunto a pensare che la perdita totale del senso di realtà che caratterizza queste due malattie era così estrema da implicare la perdita di altre forze istintive il cui carattere sessuale andava negato poiché – secondo Jung – nessuno poteva affermare che la realtà fosse una funzione del sesso. Fu a questo punto che Freud cominciò a considerarlo un vero traditore.
I due uomini rimasero profondamente feriti da questa rottura, perché la loro delusione fu grande quanto le reciproche aspettative. La fine dei rapporti tra loro fu inevitabilmente seguita da uno “scisma” tra le due scuole analitiche che rese quasi impossibile ogni serio confronto tra esse. Contrariamente a quanto si pensa comunemente, infatti, i due maestri non erano “contro”, semplicemente si sono posti come osservatori della psiche in modo diverso. Del resto, quando si parla di psiche, è pressoché impossibile non vedere sempre nuove sfaccettature.
Indubbiamente un ruolo importante, nel dissidio tra i due maestri, è da imputarsi alla loro differenza di età che portò, soprattutto Jung, al bisogno di differenziarsi, come lui stesso racconta:
 
“Spesso, in precedenza Freud aveva fatto ripetute allusioni a me come al suo successore. Queste allusioni mi erano penose, poiché sapevo che non sarei mai stato capace di sostenere le sue teorie correttamente, e cioè come le intendeva lui. D’altro canto non mi era ancora riuscito di elaborare le mie critiche in modo tale che egli potesse prenderle in considerazione, e il rispetto che avevo per lui era troppo grande per costringerlo ad un confronto definitivo con le mie idee. Ma l’idea che, senza la mia accettazione, mi fosse imposto il peso di dirigere un partito mi era per più ragioni sgradevole. Non lo desideravo, non potevo sacrificare la mia indipendenza spirituale, e un tale onore mi sarebbe stato assai poco gradito, poiché mi avrebbe soltanto allontanato dai miei veri scopi. Il mio interesse era la ricerca della verità, e questo non aveva nulla a che fare con questioni di prestigio personale.”
 
In queste righe si può leggere fortemente il bisogno di soggettività di Jung, il bisogno di differenziarsi senza accettare qualcosa che non era suo, che non gli apparteneva e che non avrebbe quindi potuto sostenere, nonostante in molte cose il pensiero dei due maestri convergeva: lavorando entrambi direttamente a contatto con pazienti gravi ebbero modo di comprendere appieno il materiale inconscio che emergeva dai sogni, dai deliri, dalle immagini e dai traumi, e di comprendere quindi che tutto ciò rappresentava un “sintomo” che cercava di manifestare la presenza di qualcosa.
L’ipotesi di Freud, che teorizzò il processo di rimozione considerandolo all’origine della costituzione dell’inconscio come campo separato dalla parte cosciente del cervello, rimane tuttora il modello più valido per spiegare molti fenomeni della vita psichica. Jung, quindi, ampia il concetto di inconscio freudiano come sola sede dell’irrazionale, dei conflitti rimossi e delle esperienze inaccettate. Anche il concetto di libido è diverso nei due maestri: Freud riconosce la libido nella forza sessuale, che in modo più o meno palese ritiene coinvolta in tutte le produzioni della psiche. Per Jung la libido ha un valore estremamente diverso: è un moto, una forza che opera sul sistema totale della psiche sia in modo astratto che concreto attraverso le pulsioni, gli affetti, la volontà e il comportamento. La libido, ancora, è l’energia vitale che condiziona tutti i fenomeni viventi.
Occorre considerare, a questo riguardo, che Freud trattò prevalentemente pazienti nevrotici, mentre Jung trattò prevalentemente pazienti psicotici. La psicosi è una delle forme più difficili e più profonde di sofferenza mentale; in questi pazienti non è presente un Io che possa fornire un esatto esame della realtà. Proprio per questo, Jung arrivò alla conclusione che l’inconscio non era solo il passato rimosso ma anche una serie di esperienze e patrimoni archetipici dell’intera umanità, perché i contenuti psichici di questo tipo di pazienti erano troppo lontani dal vissuto personale degli stessi. Studiando la mitologia verificò che molti simboli mitologici erano presenti nelle visioni dei suoi pazienti psichiatrici. Cominciò quindi ad interrogarsi su queste apparenti coincidenze ed arrivò ad ipotizzare che l’inconscio potesse trattenere “residui arcaici” che si strutturavano in immagini collettive ereditate e collegate a mitologie lontane, dimenticate dalla coscienza, ma sepolte nell’inconscio stesso.
Insomma i suoi studi a diversi livelli, non ultimi il suo interesse per l’Astrologia, per il simbolismo dei Tarocchi e per il mondo esoterico, lo allontanarono sempre più da Freud fino ad arrivare alla rottura definitiva. Per Jung iniziò un periodo molto difficile. Fra il 1914 e 1919 si allontanò anche dall’università, pronto ad affrontare il proprio inconscio personale con tutti i pericoli di cadere in quella psicosi che conosceva bene, avendola vista e studiata nei suoi pazienti. Aveva 39 anni e aveva perso ogni interesse per i testi scientifici.
In questo periodo Jung ebbe una serie di sogni e di visioni che anticiparono la Prima Guerra Mondiale; ciò lo portò a comprendere che i sogni non erano solo qualcosa di personale, ma potevano includere anche l’esperienza collettiva, e comprese, ancora, l’esistenza di sogni premonitori che egli definì “profetici” poiché indicavano la capacità dell’inconscio di anticipare alcuni eventi. Questi sogni furono da lui visti come una combinazione anticipatoria di probabilità; essi potevano coincidere con l’effettivo verificarsi di un fatto, anche se tale fatto poteva non essere identico in dettaglio.
Egli non accettava che il sogno venisse considerato solo come manifestazione di un desiderio represso. Vedeva per esempio la possibilità che il sogno fosse un atto compensatorio della psiche, un meccanismo di autoregolamentazione, paragonabile al meccanismo omeostatico del corpo. Per Jung quindi, i sogni erano un mezzo per venire in contatto con l’inconscio e poiché nessuna persona è identica all’altra, il significato del sogno doveva essere cercato in base a quello che il sognatore era realmente: “conoscere il soggetto è di fondamentale importanza, poiché il sogno è un suo prodotto, il sogno è il sognatore”.
Per Jung, l’incontro con il proprio inconscio, fu anche quello con personaggi biblici come Elia e Salomè. Fu l’incontro con immagini tra cui la più conosciuta è Filomene, con la quale si scopriva spesso a parlare di filosofia. Da un punto di vista psichiatrico Filomene era una fantasia, un sintomo psicotico simile a tutte le voci che sentono gli schizofrenici. Da un punto di vista psicologico, invece, Jung la considerava “un’immagine archetipica dello spirito”, una di quelle immagini che aveva verificato giungere dall’inconscio e che potevano turbare molto un malato di mente. Egli definì questo mondo sommerso “la matrice mitopoietica” scomparsa dalla nostra epoca troppo razionalistica; matrice sempre presente anche se temuta dalla psiche cosciente.
Nel 1919, Jung usò per la prima volta il termine “archetipo” per nominare queste immagini affioranti dall’inconscio e fu in questo momento che parlò per la prima volta di un Inconscio Collettivo formato da due componenti: istinti e archetipi. Gli istinti determinano le azioni; sono impulsi, cioè, che realizzano le azioni secondo una necessità ed hanno una componente biologica. Allo stesso modo egli ipotizza che vi siano modi di comprensione inconsci, innati, che regolano la nostra percezione: gli archetipi che sono necessariamente determinanti di ogni processo psichico. Così come gli istinti determinano le azioni, gli archetipi determinano le nostre percezioni. Entrambi sono collettivi perché hanno a che fare con contenuti universali ereditati oltre il mondo personale e individuale. Il modo in cui percepiamo una situazione (archetipo) determina il nostro impulso ad agire. La percezione inconscia, attraverso l’archetipo, determina la forma e la direzione dell’istinto, l’impulso ad agire (istinto) determina anche come noi percepiamo una situazione (archetipo). L’archetipo però, può essere solo dedotto; l’immagine archetipica, invece, penetra nella coscienza e diventa la nostra percezione dell’archetipo stesso.
 
 
La psicologia analitica

 

Jung decise di chiamare il suo metodo “psicologia analitica” per distinguerlo dalla psicanalisi freudiana. Attorno a lui aveva ormai molti allievi, molti dei quali intrapresero il training per diventare analisti. Egli continuò per tutta la vita a metterli in guardia sui pericoli dell’uso di un solo metodo analitico.

 

Tre sono i cardini della sua scuola:

1) L’analisi è una relazione a due e ogni caso è unico. Solo chi ha fatto su di sé l’esperienza della malattia può curare gli altri.

2) In chirurgia e in medicina il medico deve avere le mani pulite: un analista deve essere sicuro di essere ripulito dalle sue nevrosi.

3) La promozione di un training di analisi per terapeuti e un’ulteriore supervisione da parte di un “padre confessore” (celebre, a questo proposito la frase di Jung: “anche il Papa deve avere un confessore”).

 

Tre, anche, le cose da evitare:

- perdersi dietro ai ricordi inutili;

- tralasciare la componente spirituale;

- tralasciare la storia segreta del paziente.

 

La psicologia analitica vede nella psiche una struttura dinamica. Con il termine psiche, Jung intende tutto il nostro essere conscio ed inconscio che definisce “teleologico”, cioè in costante bisogno di crescita, di completezza e di equilibrio. Questo essere “teleologico” è distinto dal Sé, che invece rappresenta la meta verso cui la psiche è orientata e che è, secondo Jung, l’archetipo centrale.

La parte inconscia della psiche serve a compensare l’attività cosciente: quando l’attività conscia è troppo unilaterale e consapevole, la controparte inconscia si manifesta autonomamente per correggere lo squilibrio: i contenuti inconsci repressi accumulano una carica energetica tale da riuscire a manifestarsi sotto forma di sogni, immagini, oppure di patologie.

Le componenti inconsce possono manifestarsi anche sotto forma di proiezione in qualche cosa di esterno. Tutto ciò comporta una risposta emozionale di grande intensità, spesso eccessiva, verso qualcosa o qualcuno: quando accade dobbiamo pensare che un contenuto inconscio sta cercando una strada per “farsi notare” dalla coscienza; non riuscendo però ad aprirsi un varco può attivarsi solo all’esterno mediante la proiezione su un’altra persona. Certo è che a questo punto noi non amiamo od odiamo l’altra persona, ma amiamo od odiamo quella precisa parte di noi.

 

Jung studiò a lungo le direzioni dell’energia psichica e sviluppò la teoria dei tipi psicologici secondo cui l’energia psichica stessa si manifesta con due modalità: estroversa ed introversa. La prima è caratterizzata dall’apertura del soggetto verso l’oggetto: pensare, sentire ed agire sono in relazione a fattori esterni oggettivi; l’energia, quindi, fluisce verso il mondo. La seconda è caratterizzata da una concentrazione dell’interesse del soggetto per sé stesso: pensare, sentire ed agire sono in relazione a fattori soggettivi; l’energia si ritira dal mondo. Estroversione ed introversione sono reciprocamente esclusive: se una rappresenta l’atteggiamento cosciente abituale, l’altra agirà inconsciamente in modo compensatorio; per esempio, se l’atteggiamento cosciente è troppo rigido, l’inconscio tenderà ad aprirsi una breccia tesa a creare una frattura nell’unilateralità.

La coscienza quindi, non è che una parte della totalità della psiche. Può essere paragonata ad un piccolo atollo che nuota nel mare dell’inconscio. Al centro dell’atollo c’è una sorta di roccaforte che noi chiamiamo Io e che può essere considerata quella piccola parte delle psiche che deve permettere un adattamento alla realtà esterna.

L’Io, quindi, è un insieme di rappresentazioni che costituiscono il campo della coscienza personale e che consentono di mantenere il senso della continuità e dell’identità con sé stesso. Oltre all’Io e al campo della coscienza, vi è l’inconscio personale, rappresentazione di tutto ciò che sta leggermente sotto la soglia della coscienza stessa, che Freud definì come pre-conscio, vale a dire ciò che è dimenticato e che può essere riportato in superficie con uno sforzo di volontà e attraverso le libere associazioni. Attorno all’inconscio personale vi è poi l’inconscio collettivo, i cui contenuti non sono né conosciuti né specifici per l’Io, perché non derivano da esperienze personali ma da una sorta di eredità del passato umano, come una “struttura cerebrale ereditata”.

Cercando di visualizzare la struttura della psiche secondo Jung, possiamo immaginare l’atollo dell’Io che emerge dalla totalità del mare protetto da una barriera corallina. La terra ferma è l’Io con tutti i suoi abitanti: è la coscienza. Il tratto tra l’atollo e la barriera corallina è una laguna che possiamo invece paragonare all’inconscio personale. Al di là della barriera corallina vi è il mare aperto dell’inconscio collettivo. Dentro la laguna troviamo pesci che conosciamo, che possiamo assimilare ai nostri contenuti consci, quelli che nutrono l’Io e quindi, metaforicamente, possiamo immaginarli come gli abitanti dell’atollo. Oltre la barriera corallina ci sono invece pesci molto più grandi e per lo più sconosciuti, che non hanno mai attraversato la barriera: qui c’è la vera vita, ma per conoscerla occorrerà avere il coraggio di abbandonare le sicurezze che troviamo all’interno della barriera.

Questo sistema non è statico, bensì dinamico, in costante movimento; è un sistema che tende ad autoregolarsi alla ricerca dell’armonia tra conscio e inconscio. Quando questa armonia non si trova oppure si rompe, si avranno manifestazioni evidenti di squilibri psichici o fisici più o meno gravi. Jung individua nel sogno una straordinaria via per raggiungere l’inconscio e riconoscere la sua attività di autoregolazione della coscienza. I sogni, infatti, sono caratterizzati spesso da un linguaggio arcaico, pre-logico e simbolico, in cui non vi è traccia del sistema spazio-tempo; insomma, ci fanno nuotare nel mare aperto dell’inconscio alla scoperta di quei pesci che ancora non conosciamo.

Ovviamente l’inconscio collettivo è molto più antico della coscienza individuale, e quindi comprende contenuti che rappresentano potenzialità, comportamenti e modi di reagire che appartengono all’umanità fin dai suoi esordi: Jung specifica che tutto ciò avviene in quelle tipiche situazioni quali la paura, il pericolo, la lotta contro le forze della natura, le relazioni tra i sessi o tra genitori e figli, di fronte all’odio, all’amore, alla vita e alla morte, indipendentemente dalle differenziazioni di momenti storici e dalle differenziazioni etniche o di altro genere. Queste modalità di reazione, quindi, fanno parte del bagaglio psichico ereditato dai nostri antenati e le possiamo ritrovare nei Miti, nelle immagini religiose, nei rituali, nelle esperienze collettive; sono il patrimonio comune dell’intera umanità. Jung paragona questo patrimonio ad un grande pozzo da cui ognuno di noi attinge contenuti che poi rende individuali: siamo tutti eredi di una memoria inconscia che ha alla base i sedimenti delle esperienze fondamentali dell’uomo dall’inizio della propria storia evolutiva.

Queste intuizioni junghiane furono il frutto dell’analisi degli esperimenti di un biologo inglese, Rupert Sheldrake, che nel 1981 ipotizzò l’esistenza di una realtà che trascende le determinazioni spazio-tempo dell’esistenza e che definì “campo morfogenetico”, considerandola simile all’inconscio collettivo junghiano e riconducibile ad un modello di risonanza, che va ad influenzare le esperienze simili vissute in tempi successivi, come se si depositasse in una specie di memoria collettiva e universale che viene attivata ogni volta che si verifica un evento analogo. In sintesi questa teoria sostiene che quando un membro di una specie raggiunge una certa qualità o specialità, da quel momento in poi tutti i membri della stessa specie potranno potenzialmente raggiungere la stessa specialità o quanto meno l’apprendimento di quel tipo di specialità sarà più facile rispetto a chi l’ha affrontata, invece, per la prima volta.

E’ indubbio che il concetto di inconscio collettivo, così come formulato da Jung, cioè con la funzione di consentire risposte di adattamento utili per la sopravvivenza, è molto vicino al concetto darwiniano che sostiene che l’individuo più adattabile all’ambiente finirà con l’essere avvantaggiato rispetto agli altri e quindi avrà più probabilità di sopravvivere e di continuare ad espandere i suoi geni. Quindi l’inconscio collettivo è come una funzione adattiva della psiche umana di fronte a paure, angosce e situazioni che minacciano la disintegrazione e il senso di continuità della stessa.

La psicologia junghiana aiuta l’individuo a dare un senso al mondo grazie alla capacità di rapportarsi al simbolo, riuscendo così a dare maggiore pienezza e spessore alla personalità. L’uomo occidentale, che non è più in grado di interpretare il simbolo, ha anche perso la capacità di attribuire un significato agli eventi; la conseguenza è la sensazione della sconfitta e della sopraffazione. Quando però l’uomo comincia ad interrogarsi riuscendo a “strappare” una serie di contenuti all’inconscio (compiendo un atto simile a quello di Eva nel Paradiso Terrestre), si sentirà obbligato a chiedersi il perché di tutto ciò che lo circonda e che sperimenta.

Se riusciamo a dare un significato a ciò che viviamo, la vita diventa ricca e interessante.

La vera disperazione sorge quando non riusciamo a cogliere alcun senso di ciò che ci succede e restiamo imprigionati in una visione paranoica tesa ad accusare fatti e persone esterne come cause dei nostri problemi. L’immagine del Diavolo è stata percepita dall’uomo proprio in questo senso e ha permesso per lungo tempo la rimozione della nostra ombra, essendo egli colui che assumeva su di sé tutto il male del mondo.

La diversa interpretazione dell’inconscio, rispetto a Freud, è quindi evidente: per il maestro viennese, infatti, l’inconscio è la sede dell’irrazionale, dei conflitti rimossi e delle esperienze non accettate. Per Jung, oltre a tutto ciò, l’inconscio possiede un grande dinamismo progettuale ed è la sede di una profonda sorgente di sapienza.

Quella di Jung è una vera e propria “psicologia della trasformazione” che riesce a superare la contrapposizione freudiana tra pulsione di vita e pulsione di morte; e lo fa attraverso il processo di individuazione cioè attraverso la tensione a raggiungere l’integrazione delle diverse parti della psiche in una totalità chiamata Sé, in cui il conflitto è il dato strutturale creativo della psiche umana.

Il modello junghiano della psiche è costruito sul parallelismo con gli aspetti termodinamici della fisica: la psiche possiede una capacità di autoregolazione per riunire a sé i contrari; per scorrere, l’energia psichica deve avere una dinamica di contrasti come succede per la produzione di corrente elettrica; infatti nella vita psichica, dopo un’attività di pensiero positiva, appaiono contenuti affettivi o reazioni negative; questi opposti non sono in realtà negativi, ma rappresentano la possibilità di mantenere in continua tensione il moto e le trasformazioni dell’energia psichica.

 

 

Struttura quaternaria della psiche

 

Accanto ai due atteggiamenti di introversione e estroversione, Jung introdusse anche una struttura quaternaria che paragonò ad un mandala. Pensò ai quattro punti cardinali, alle quattro tipologie umane individuate dai Greci: i collerici, i flemmatici, i melanconici, i sanguigni. Pensò alle quattro stagioni che si basano su quattro qualità: freddo, caldo, secco, umido. Pensò alla natura nei suoi quattro elementi: fuoco, terra, aria, acqua. Ipotizzò quindi che anche la psiche possedesse una quaternità. Nacque così la teoria dei quattro tipi psicologici: pensiero, intuizione, sensazione, sentimento.

Queste quattro funzioni si riferiscono alle modalità con cui una persona si mette in relazione con il mondo, e al modo in cui percepisce le esperienze: l’adattamento di un individuo avviene attraverso la funzione che è in lui più differenziata. Con il termine funzione, Jung individua una forma di attività psichica che rimane sostanzialmente la stessa anche al cambiare delle circostanze.

 

Pensiero e Sentimento

Sono funzioni razionali influenzate dalla riflessione e sottoposte alla legge della ragione: il pensare esclude tutto ciò che è fuori dalla ragione. Il sentire, invece, parte dal presupposto di dare un valore ad ogni contenuto psichico. In questo caso opera pienamente il “giudizio” che mira ad accettare o ad escludere i contenuti in questione.

 

Intuizione e Sensazione

Sono funzioni irrazionali, o meglio extra-razionali, che rientrano nell’ambito di tutto ciò che non può essere fondato sulla ragione; esse raggiungono la loro perfezione nella “percezione assoluta” che manca totalmente di indizi razionali. La sensazione è la funzione che trasmette uno stimolo fisico alla percezione e che si configura come percezione cosciente. L’intuizione è la funzione che trasmette la percezione per via inconscia; è una sorta di percezione istintiva che, anche se non suffragata dai dati cosiddetti reali, ha una sua dimensione di sicurezza e di certezza.

 

Per Jung è impossibile sviluppare tutte quattro le funzioni. E’ quindi inevitabile che una o più di queste rimangano scarsamente sviluppate e che una di esse prevalga sulle altre orientando il modo di percepire della coscienza. Poiché si tratta di due coppie di opposti, la funzione meno sviluppata sarà la funzione opposta a quella che prevale nella coscienza e si chiamerà funzione inferiore.

La salute fisica e psichica dipende dalla capacità dell’individuo di sviluppare la funzione trascurata e dalla consapevolezza che per giungere all’armonia le quattro funzioni devono integrarsi.

 

Sulla base di questi studi, Jung definì otto tipi psicologici:

 

1) Il tipo pensiero estroverso ha regole fisse e principi universalmente validi. Si basa sulla realtà dei fatti materiali e su un principio di ordine.

2) Il tipo pensiero introverso si basa su fattori soggettivi. I fatti così come sono hanno scarsa importanza, mentre ha valore l’idea soggettiva.

3) Il tipo sentimento estroverso è perfettamente inserito nel suo ambiente, è interessato al successo e al riconoscimento sociale; è volubile e soggetto alle mode.

4) Il tipo sentimento introverso è inaccessibile. Ha grande talento per l’arte, per la musica e la poesia; è enigmatico, profondo e misterioso.

5) Il tipo sensazione estroverso dà valore ai fatti oggettivi; è capace di godere delle cose e delle situazioni in modo piacevole e attivo, tende però a sviluppare ossessioni e dipendenze.

6) Il tipo sensazione introverso si nutre di impressioni sensoriali e si cala nelle proprie sensazioni interne. Ha uno spiccato senso estetico, è spesso assorto nei suoi pensieri e generalmente ha scarse capacità artistiche.

7) Il tipo intuizione estroverso ha la capacità di “fiutare”, nelle situazioni, lo sviluppo di eventuali prospettive; è spesso carismatico e sa imporsi soprattutto nelle situazioni di crisi. Cerca sempre nuove possibilità ed è insofferente nelle situazioni stabili.

8) Il tipo intuizione introverso è legato alle dinamiche interiori; è sognatore, un po’ eccentrico, ha molta fantasia; rimanda all’immagine dell’artista genialoide ma incompreso.

 

I diversi tipi entrano spesso in relazione tra di loro e ognuno, inconsciamente, delega all’altro la cura della propria funzione inferiore.

 

 
Il concetto di individuazione 

 

Con il termine individuazione, Jung intende il cammino verso la realizzazione del Sé. Individuarsi, quindi, significa diventare un essere singolo, ovvero attuare pienamente il proprio Sé.

Il percorso per l’individuazione è per lo più inconscio – a meno che non si ricorra alla psicoterapia – e corrisponde alla messa in atto di tutte le qualità che un individuo può realizzare spontaneamente. Nel caso di una terapia analitica prevede alcune tappe:

La conoscenza dell’ombra, cioè la conoscenza dell’altra parte di noi che, sebbene sembri invisibile, fa parte della nostra totalità. Jung definisce l’ombra una figura archetipica che incarna tutte le qualità nascoste e meno accettate della personalità. Anche per l’ombra esistono due dimensioni: quella individuale e quella collettiva. La prima è strettamente connessa alla nostra storia personale; la seconda, invece, contiene i tratti oscuri comuni a tutta l’umanità che si manifestano, a seconda dell’epoca in cui si vive, con le caratteristiche peculiari dell’epoca stessa. Conoscere l’ombra significa quindi ritirare le proiezioni, non solo quelle individuali ma anche quelle collettive, non sentirsi più estraniati dalla vita ma parte integrante della stessa.

Il recupero del polo opposto, cioè l’incontro con l’Anima per l’uomo e con l’Animus per la donna. Anima ed Animus rappresentano ciò che viene sempre parzialmente rimosso nella personalità, quindi recuperando le due figure transessuali la donna si porrà di fronte al principio di Logos e l’uomo a quello di Eros. Sul piano biologico Anima e Animus rappresentano i geni opposti alla nostra identità sessuale. Conoscere questo aspetto significa completare ed amplificare la psiche a vantaggio dell’identità totale.

Quando il lato oscuro e quello transessuale sono arrivati alla coscienza, può avvenire il congiungimento dell’inconscio con il conscio ed il soggetto può orientarsi alla meta finale del processo di individuazione: il Sé. La nascita del Sé corrisponde alla scoperta di quel punto centrale che riesce ad equilibrare gli opposti psichici; si pone come entità autonoma rispetto all’Io ed offre a quest’ultimo una visione del mondo meno limitata, amplificando la coscienza in direzione della sua universalità.

Per spiegare il principio del Sé, Jung fa una parallelismo con il processo alchemico. Gli antichi alchimisti infatti, si proponevano di trasformare la materia grezza in oro filosofale: nella Nigredo alchemica Jung vede il confronto con l’ombra, nella Albedo il confronto con gli archetipi dell’Anima e dell’Animus e nell’Opus la scoperta della coscienza integrata del Sé.

Il grande messaggio che la psicologia analitica junghiana ci ha lasciato è quello di diffidare costantemente dell’unilateralità operativa delle funzioni psicologiche della mente, sia sul piano individuale che su quello collettivo. Con l’uso dell’intelletto l’uomo si è illuso di poter dominare la Natura credendo di soddisfare tutti i suoi bisogni: materiali ed emotivi. In realtà lo sviluppo unilaterale del pensiero razionale e l’eccessiva tecnicizzazione hanno portato ad abusare delle risorse naturali e hanno generato profonde insicurezze emotive. Ciò significa che l’uomo deve iniziare a confrontarsi con le funzioni opposte, deve ritrovare il contatto con il suo inconscio per recuperare il senso di totalità, deve capire che malgrado si illuda di dominare la natura, in realtà ne è vittima essendosi allontanato troppo dagli aspetti irrazionali della psiche, che sono i soli che possono permettere un rapporto non ambivalente con ciò che ci precede sul piano della realtà. “Non ci sono più Dei da invocare per aiutarci”. E’ quindi necessario riascoltare le voci interiori, quelle che Jung ha individuato nel senso più profondo del Sé come fattori omeostatici in grado di equilibrare le funzioni psichiche.

 

 

La sincronicità

 

Il termine “sincronicità” è un concetto junghiano che indica la correlazione tra fatti esteriori e interiori che apparentemente non hanno tra loro alcun significato casuale. L’idea di sincronicità come principio di nessi acausali è ancora oggi da considerarsi assai originale. Non stupisce quindi che, all’epoca, pur essendo già stata presa in considerazione da Schopenauer (e prima ancora introdotta da Alberto Magno e da Avicenna e accennata da Leibniz) potesse essere considerata un po’ eretica.

Abbiamo visto come l’osservazione clinica e l’esperienza personale indussero Jung a supporre l’inconscio come depositario di un sapere anteriore ad ogni elaborazione cosciente, concordando con la posizione dello scienziato vitalista Hans Driesch.

Le prime formulazioni esplicite compiute da Jung sulla questione sincronicità si collocano intorno al 1925; le approfondirà in seguito attraverso il contatto con il pensiero filosofico orientale, oltre che con la riflessione su sorprendenti avvenimenti della sua stessa vita, sfuggenti ad ogni interpretazione razionale. Per esempio, Jung ricorda un singolare fenomeno accaduto nell’ambito di una seduta analitica: la corrispondenza tra l’evocazione di uno scarabeo apparso in sogno e l’apparizione reale di uno “scarabeide”, la Cetonia aurata, alla finestra della stanza in cui si svolgeva la seduta. L’emergenza simbolica aveva avuto il potere di sbloccare una situazione psichica irrigidita nelle maglie del razionalismo esasperato della paziente. Jung racconta inoltre di essersi trovato di fronte dei pesci, in varie forme concrete, in un periodo in cui era vivamente attratto dal simbolo del pesce, sul quale evidentemente convergevano sia l’impegno dello studio che una più profonda attività psichica, straordinariamente coeva al concretizzarsi di apparizioni apparentemente occasionali eppur pertinenti al corso interiore della sua vita in quella fase.

Nel suo saggio “La sincronicità”, del 1952, Jung afferma che i cinesi sono i precursori di questa idea, in quanto da tempo immemorabile la loro filosofia si fonda su un concetto centrale denominato Tao (che i gesuiti hanno tradotto in Dio). Richard Wilhelm ha interpretato genialmente Tao con il senso di scopo. Nel famoso Tao Te Ching, Lao Tze lo definisce “il Nulla” perché non compare in sé per sé nel mondo sensoriale, ma ne è soltanto l’ordinatore. Chi ha intuito, dice Chaung Tze, “usa il suo occhio interiore, il suo orecchio interiore per penetrare le cose e non ha bisogno di una conoscenza intellettuale”. Qui si allude evidentemente al sapere assoluto dell’inconscio, cioè alla presenza nel microcosmo di eventi macrocosmici. Grazie alla sua natura microcosmica, l’uomo è un figlio del cielo, cioè del macrocosmo.

Oltre allo studio delle diverse filosofie, Jung si avvalse della collaborazione di un geniale scienziato – Wolfang Pauli – per elaborare una teoria che affiancasse quindi al principio di causalità quello finalistico, introducendo così, anche in campo psicologico, le teorie e i pensieri che già cominciavano a scardinare le basi della scienza moderna e della chimica in particolare. Tutti gli avvenimenti vengono così inquadrati in modo da consentire collegamenti significativi fra di loro sia in senso verticale (causali) che orizzontale o, se si preferisce, trasversale, cioè sincronici. Il concetto di casualità viene quindi ad essere rivisto e ridimensionato fino a poter essere anche radicalmente eliminato dal contesto. I collegamenti sincronici si vengono infatti a situare in uno spazio-tempo che implica una sorta di unicità del Tutto, che richiama la filosofia di Bruno e degli alchimisti alessandrini, e senza cui l’intera teoria sembra priva di senso: in questa dimensione “il caso” e “il destino” sono parole da ridefinire. Mentre le coincidenze significative si basano sul concetto junghiano già definito di fondamento archetipico.

Tutto questo ebbe un’enorme rilevanza teorica per le scienze esoteriche: finalmente venne data una spiegazione moderna, scientifica, del funzionamento delle tecniche mantiche, escludendo l’ipotesi di poco verificabili e non meglio definiti “fluidi” astrali. Non è un caso che sia stato proprio Jung ad introdurre e a tradurre l’I Ching in occidente. E che sempre Jung si sia cimentato fin dal 1952 in verifiche statistiche sugli aspetti Sole-Luna-Ascendente delle coppie sposate, così come erano riportati dalla tradizione tolemaica.

Questo approccio così razionale alla metafisica è alla base di tutta la moderna psicosomatica (come rapporto sincronico fra corpo e psiche), anche se, in fondo, non è che un recupero di un antico pensiero iniziatico di origine orientale che, almeno fino al XVIII secolo, non era ancora stato sconfitto dal positivismo scientista europeo.

David Richo, nel suo libro Quando le cose non accadono per caso, definisce il principio di sincronicità come “fenomeno della coincidenza significativa”:

 

“E’ una rassomiglianza, una congiuntura, una corrispondenza o connessione tra qualcosa presente fuori e qualcosa che ha luogo dentro di noi. In qualsiasi normale coincidenza, gli eventi sono correlati tra loro grazie al significato più che a una legge di causa-effetto, e tuttavia ciò può non considerarsi ancora una manifestazione di sincronicità, bensì puro e semplice sincronismo. L’evento diventa sincronistico allorché stabilisce un nesso significativo con gli scopi dell’esistenza o favorisce il progresso del destino personale in modo da consentirci di mostrare amore, vedere con saggezza e risanare noi stessi e il nostro mondo. Tutte le coincidenze sono collegate dal significato, ma la sincronicità si palesa quando tale significato attiene all’evoluzione personale. E’ uno sprone improvviso, insito nell’attimo cruciale, nel senso che ci incita a proseguire e si verifica senza preavviso. Inoltre si presenta al momento giusto – giusto non solo nel senso di tempestivo, ma anche perché fa parte della giustizia dell’Universo inviarci esattamente ciò di cui necessitiamo per foggiare il nostro destino, o esserne foggiati.”

 

Riassumendo, possiamo individuare tre tipi di sincronicità:

 

1) Coincidenza di uno stato psichico con un evento esterno contemporaneo corrispondente allo stato o contenuto psichico stesso. Per esempio, a livello astrologico, il transito di un pianeta può esplicitare all’esterno, tramite un accadimento oggettivo, una situazione psicologica interiore. Ciò è evidentemente spiegabile non certo con il principio della causalità (nel senso che non è “colpa” del pianeta), ma con quello del sincronismo.

2) Coincidenza di uno stato psichico con un evento esterno corrispondente, il quale però si svolge al di fuori della sfera di percezione dell’osservatore e quindi, distanziato nello spazio, come tale può essere verificato solo successivamente.

3) Coincidenza di uno stato psichico con un evento corrispondente non ancora esistente, futuro, quindi distante nel tempo.

 

 

Jung e l’Alchimia

 

Jung ebbe l’innegabile merito di riscoprire l’Alchimia e darle una nuova dignità ai nostri giorni. Quest’arte spirituale, oltre che pratica, si era adattata facilmente alla mistica islamica, ebraica e cristiana, mentre era stata ferita a morte dalla progressiva laicizzazione del mondo: non è possibile infatti, pensare ad un’Alchimia senza un Dio.
Sebbene Jung pubblicasse il suo grande lavoro sull’Alchimia poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, già nel 1912 scriveva a Freud che la loro divinità Sophia (la Sophia degli Gnostici) sarebbe ben presto tornata a far parlare di sé…
Nel 1926 fece un sogno in cui si vedeva nel XII secolo, nei panni di un Alchimista, intento alla Grande Opera. Nel 1928 un famoso sinologo, Richard Wilhelm, mandò a Jung la sua traduzione di un trattato alchemico cinese, “Il segreto del Fiore d’Oro”, chiedendo allo psicologo un’introduzione: finalmente Jung aveva trovato il ponte che avrebbe riportato la Sophia gnostica tra gli uomini moderni. Quel ponte era l’Alchimia.

Egli cominciò a mettere insieme una delle più complete biblioteche sull’argomento, insieme alle miniature che ornavano i codici alchemici. Nel 1941, in occasione di una conferenza data in occasione dell’anniversario della morte di Paracelso, egli parlò dell’Alchimia come via di redenzione e, come il suo più antico connazionale, Jung disse di credere nella Luce Divina proveniente da Dio e dalla Luce di Natura, cioè a quella energia nascosta negli elementi naturali di cui solo gli Alchimisti conoscono il segreto per riuscire a trattarla e ad utilizzarla. La premonizione di mezzo secolo prima sul ritorno della Sophia si era realizzata, e il “mago svizzero” non poté che essere soddisfatto quando Pio XII, nel 1950, proclamò il dogma dell’assunzione di Maria (la Sophia cattolica) con immagini alchemiche.
Jung cominciò a trovare corrispondenze tra la sua psicologia analitica e l’alchimia medievale, proprio perché quest’ultima aveva trovato la modalità di riunire gli opposti. Studiando i simboli alchemici, arrivò alla conclusione che molti di questi erano simili alle immagini archetipiche che apparivano nei sogni.

Questa scienza ermetica (dal nome del suo scopritore Ermete Trismegisto) aveva lo scopo di combinare le sostanze al fine di trasformare i metalli grezzi in oro. Lo scopo degli alchimisti, però, consisteva nel trasformare i metalli in “oro filosofico” il che equivale a dire che, per loro, la trasformazione doveva avvenire sul piano spirituale. L’agente catalizzatore di questo processo (fisico e spirituale) è la Pietra Rossa – o Pietra Filosofale o Lapis – che è in grado di trasformare il piombo in oro e l’uomo in superuomo.

Esistono varie classificazioni delle operazioni alchemiche. Una delle più importanti è quella che tiene conto della colorazione dei metalli: Nigredo o annerimento (Saturno), Albedo o candeggiamento (Luna), Rubedo o arrossamento (Sole). Queste tre fasi sono collegate al liberarsi della forma iniziale (Nigredo), alla purificazione o incorporamento dello spirito (Albedo) ed infine alla manifestazione dello spirito sulla Terra (Rubedo).

Lo studio dei principi alchemici portò Jung ad individuare nella figura di Cristo il Lapis, cioè il prodotto dell’unità degli opposti divini, arrivando alla comprensione che l’obiettivo degli alchimisti era sì quello di redimere gli uomini, ma anche quello di liberare la Divinità imprigionata nelle tenebre della materia. Accostò dunque il processo di individuazione al lavoro alchemico, laddove sia il paziente che l’Alchimista intraprendono un viaggio interiore che serve ad illuminare e a portare alla coscienza le tenebre interiori o quelle della materia.

I materiali che cuociono e distillano hanno un’analogia con la psiche. Ad esempio Jung interpretò l’Argento (Luna) come tenace e suscettibile, il Ferro (Marte) come coraggioso e appassionato, il Rame (Venere) come costante e sensuale, lo Stagno (Giove) come onesto e altero, il Piombo (Saturno) come distaccato e crudele. Considerò poi quella di Mercurio una natura sfuggente, che con i suoi vapori velenosi ed invisibili copre i pericoli, gli inganni e i sotterfugi dell’operazione alchemica. Lo spirito di Mercurio, però, è la figura centrale attraverso cui si rende possibile l’unione alchemica degli opposti.

 

 

Il rapporto con l’occulto

 

Jung mantenne sempre un rapporto privilegiato con l’occulto e i suoi fenomeni. Certamente questa propensione derivava dalle sue capacità intuitive che gli consentivano di avere premonizioni di fatti che dovevano ancora accadere. A questo proposito, sono note alcune sue celebre visioni, poi avveratesi, come quella di essere stato assalito dall’immagine di una persona che stava annegando; arrivò a casa sconvolto, e seppe che suo nipote aveva rischiato di annegare nel lago, cadendo dalla barca. Ad un pranzo di matrimonio Jung iniziò a parlare di psicologia criminale raccontando una storia dettagliata e particolareggiata, e si accorse che intorno era sceso un gran silenzio; successivamente fu rimproverato da un amico per aver reso pubblica la storia dell’uomo con cui stava parlando, di cui lui nulla conosceva. Ancora, nel 1944 si fratturò una gamba e di conseguenza cadde in diversi stati di incoscienza che lo portarono quasi vicino alla morte; ebbe molti deliri e anche un’esperienza extracorporea. In uno di questi momenti il medico che lo seguiva gli intimò di tornare in sé; Jung fu molto contrariato dal fatto di non essere morto e informò il medico di averlo visto nella sua “forma originaria” il che, spiegò, significava che il medico sarebbe morto al posto suo. Il dottore pensò ovviamente che quella di Jung fosse un’allucinazione, ma quello stesso giorno, il 4 aprile del 1944, si mise a letto e non si rialzò più; morì di setticemia.

L’accettazione di questi fenomeni spiritici e telepatici, provati personalmente, insieme con le esperienze che verificava nei suoi pazienti, lo portarono studiare e ad approfondire lo studio della divinazione. Jung cominciò a parlare di “psicologia della religione” individuando una serie di collegamenti tra la prima fase, quella che definì arcaica, caratterizzata dalla presenza degli sciamani, dei guaritori e dei saggi; a questa prima fase seguì quella delle civiltà antiche, caratterizzata dai profeti, dai sacerdoti e dai medici; infine l’era cristiana con i suoi mistici, teologi e filosofi. Tutti questi personaggi, se pur inseriti in fasi diverse della storia, avevano in comune l’esperienza interna della Divinità, quella che Jung chiamava “l’esperienza del Numinoso”.

Studiando i rituali delle diverse civiltà, constatò quanto questi fossero fondamentalmente uguali: lo smembramento sacrificale degli sciamani che abbandonavano il corpo cominciando un pellegrinaggio visionario in cui provavano malattia-tortura-morte-rinascita, lo ricondussero alla passione di Cristo, ma anche al viaggio dell’anima dopo la morte presente nel Buddismo tibetano, nel Libro della Morte egizio e in molte altre religioni. In altre parole Jung sostenne che queste esperienze spirituali di morte e rinascita, mostravano il processo del divenire in un Tutto attraverso il sacrificio e, secondo lui, il rituale della messa cattolica nasceva dagli stessi processi psichici che sottostavano agli antichi riti pagani. In esso, il Mistero dell’Eucaristia trasforma l’anima dell’uomo, e il Cristo rappresenta l’archetipo del Sé, ovvero la totalità della personalità che supera ed include l’uomo comune, e che nella mistica cristiana includeva originariamente anche l’Ombra dell’uomo; in seguito la Chiesa Cattolica sviluppò un’immagine di Cristo che comprendeva solo la parte luce.

Il lungo studio sulla figura del Cristo e sull’era dei Pesci, portò Jung alla conclusione che il pensiero occidentale moderno aveva eliminato “l’immaginazione mitopoietica”, facendo crollare il ponte spirituale che univa gli opposti. Nell’ultima parte della sua vita, l’opera di Jung si concentrò appunto nel tentativo di trovare un metodo che riunisse il metodo scientifico e l’immaginazione mitopoietica. Questa aspirazione arrivò nel momento in cui ritenne di essere finalmente riuscito a riunire le sue due personalità, potendo finalmente convogliarle in un progetto comune utile a tutta la comunità occidentale.

 

Il 6 giugno 1961, Jung muore a Kusnacht.

Una scritta scolpita nella pietra sopra la sua porta diceva:

“Vocatus atque non vocatus, Deus aderit” (Invocato o non invocato, Dio verrà).


 

Interventi di:

 

Lidia Fassio

Margherita Fiorello

Geneviéve Jama

Angelo Lo Presti

Nazzarena Marcheggiani

Maria Teresa Mazzoni

Mary Olmeda

Bianca Pescatori

Giovanni Pelosini

 

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