MODELLI DI TERAPIA DELLA FAMIGLIA


di Lidia Fassio

 

 

Tutti i modelli di terapia familiare sono di natura sistemica in quanto riconoscono una stretta interconnessione di fenomeni individuali, sociali e familiari. Differiscono però profondamente in molti aspetti. Farò una breve carrellata dei principali modelli.

Modello psicoanalitico
I primi terapeuti della famiglia erano ovviamente psicoanalisti e quindi tentarono di adattare la loro scuola al lavoro con le famiglie. Si interessarono prevalentemente delle esigenze dei singoli in rapporto a quelle della famiglia, evidenziando principalmente le dinamiche inconsce di ordine affettivo ed emotivo nella relazione tra i vari membri. L’eventuale designazione di un “capro espiatorio” veniva interpretata come una collusione di proiezioni di caratteristiche indesiderate dei vari membri su un soggetto. I primi terapeuti restarono perciò ancorati alla ricerca di una spiegazione nel perché si era instaurato quel problema e perché il sistema aveva preso quella strada. Utilizzavano pertanto le tecniche della spiegazione e dell’interpretazione collegando i comportamenti alle sottostanti motivazioni.
Essi adattarono alla terapia familiare anche tecniche della Gestalt come la “risimulazione e la scultura familiare”.

Modello strutturale
Questo modello, messo a punto da Minuchin, si basa appunto sulla struttura familiare che lui definisce “l’invisibile insieme di richieste funzionali che determina i modi in cui i componenti della famiglia interagiscono”. La terapia familiare strutturale si focalizza sulla distribuzione del potere all’interno del sistema e si incarica di ristrutturare l’intero sistema così da accompagnare la famiglia a trovare cooperazione e condivisione. Per raggiungere i suoi obiettivi propone compiti ed interventi mirati. 

Modello di Bowen
Il modello studiato da Bowen lavora più sulla differenziazione ed individuazione dei vari elementi all’interno della famiglia poiché nella sua visione i problemi nascono dalla mancata realizzazione dello svincolo. Per lui la difficoltà nello svincolo è dovuta ad una incapacità ad affrontare direttamente i disaccordi per paura delle ritorsioni che possono portare a “tagli netti” e alla cessazione dei contatti.
Bowen sostiene che per cercare di evitare gli scontri diretti i due membri che sono in disaccordo triangolano una terza persona all’interno della relazione e questo scongiura la paura di affrontare veramente il problema.
Il metodo di Bowen si incentra su piccoli ma progressivi cambiamenti e usa mezzi indiretti per ottenerli: spesso viene istruito un membro a “rientrare” in famiglia con lo scopo di cambiare le regole, specie quelle che hanno a che fare con la lealtà familiare.
I terapeuti boweniani hanno sviluppato al massimo il “genogramma” poiché la loro teoria sottolinea la ripetizione transgenerazionale degli schemi e di certi tipi di relazione.

Modello strategico
Questo modello, peraltro molto simile a quello sistemico, si basa essenzialmente sulle teorie di Milton Erickson, soprattutto per quanto riguarda il “paradosso”. Il metodo strategico usa compiti, rituali ed ogni genere di prescrizione che possa liberare il sistema ed allinearlo in modo più adattivo. Si concentra esclusivamente sul comportamento e si avvale di tecniche che portino ad un rapido cambiamento.

Modello sistemico
È legato alla scuola di Milano di Selvini Palazzoli e di Boscolo, che cercò di capire come potevano applicarsi i dettami della scuola sistemica alle famiglie. In pratica è stato un affascinante sviluppo della teoria dei sistemi. Gli interventi qui tendono a sfidare le resistenze rendendo impossibile per il membro o i membri della famiglia dichiarare di volere un cambiamento e intanto continuare ad agire nello stesso identico modo. Il gruppo di Milano sviluppò al massimo le teorie del paradosso sperimentate dal gruppo di Palo Alto, combinandole con formulazioni sistemiche e rituali. In pratica i terapeuti prescrivono il “non cambiamento” nei comportamenti sintomatici familiari, e in questo modo la famiglia accetta il terapeuta perché sembra non insidiare il loro sistema.
Le prescrizioni ritualizzate hanno lo scopo di spingere la famiglia a ricercare da sola nuove soluzioni: ad es. in una famiglia problematica viene fatta la prescrizione in cui, a giorni alterni della settimana, uno dei genitori decide da solo come trattare il bambino sintomatico mentre l’altro genitore fa come se non ci fosse. Ciò crea nuovi pattern transazionali tra i membri della famiglia bloccando al tempo stesso il loro normale modo di comportarsi.

Conclusioni
Per concludere la terapia familiare sistemica tende a mettere i terapeuti in grado di trovare nuove soluzioni ai vari problemi che si trovano di fronte nella loro professione. Le prescrizioni che vengono fatte hanno lo scopo di creare nuove connessioni alternative tra azioni e convinzioni all’interno dell’interazione familiare ed è da questo che possono nascere quei cambiamenti sostanziali che possono generare nuove modalità di relazionare.
Il terapeuta cerca così da un lato di seguire da vicino le retroazioni restando collegato alla famiglia, dall’altro però la sfiderà con domande, prescrizioni e compiti che possano corrompere più o meno apertamente il sistema, portandolo a nuovi equilibri.


Bibliografia

Gregory Bateson: Verso un’ecologia della mente, Ed. Adelphi, Milano 1976
Murray Bowen: Dalla famiglia all’individuo, Ed. Astrolabio, Roma 1979
Boscolo - Cecchin - Palazzoli Selvini - Prata: Paradosso e controparadosso, Ed. Feltrinelli, Milano 1975
Milton Erickson: Terapia Relazionale: le tecniche e i terapeuti, Ed. Astrolabio, Roma 1978
Watzlawick - Beavin - Jackson: Pragmatica della comunicazione umana: studio dei modelli Interattivi, delle patologie e dei paradossi, Ed. Astrolabio 1971

 

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