MITOLOGIA, COSTELLAZIONI ED ASTROLOGIA


Relazione di Valeria Vitiello

valeonard@tiscali.it

 

Per gentile concessione C.I.D.A.

 

 

Mi ha sempre affascinato il legame strettissimo tra mitologia, costellazioni ed astrologia. Nel bacino del Mediterraneo, in tempi remoti, pre-olimpici, la Verità era appannaggio della poesia, ed il Poeta era considerato emissario diretto della parola divina. Questo legame mistico definisce le caratteristiche della psiche umana con un intuito che non ha riscontro nella attuale era della “scienza esatta” e delle prove di laboratorio. I testi che si soffermano in modo esauriente su questo, che è un aspetto fondante di tutto lo studio successivo di un oroscopo, spesso, per la reale difficoltà a risalire alla nascita di certe simbologie, si soffermano sulle pur importanti – ma più popolari – relazioni che legano mitologia ed astri, tralasciando il significato del “disegno divino” della costellazione e la sua rappresentazione, per lo più zoomorfa. Per questo vorrei proporre il risultato dell’indagine da me attuata nel corso degli anni, che ha dato luogo ad una raccolta di miti e simboli legati ai dodici segni, soffermandomi, per brevità di esposizione, su quelli bellissimi e meno conosciuti relativi a tre segni cardinali: Ariete, Bilancia e Capricorno.

La mitologia di riferimento è molto antica, probabilmente pre-greca, dal momento che in quasi tutti i miti esaminati si riscontrano riferimenti alla “guerra contro i Titani”, mitica rappresentazione del caotico periodo che precede la nascita della civiltà greca (VIII-VI sec. a.C.). Da qui la difficoltà di ricostruire le vicende narrate, che appaiono per lo più in frammenti di autori greci e latini, che parlano di astronomia ed astrologia insieme, essendo allora le due materie, in realtà, una sola. La ricerca è stata dunque condotta seguendo la storia di entrambe le discipline, integrate da libri di storia antica e delle religioni, e mi ha portato a conoscere – o meglio a riconoscere – una sensibilità di intuito profonda e commovente strutturata nella simbologia dei dodici miti ricostruiti, che mi ha profondamente cambiata nell’atteggiamento riguardo alle dodici fattispecie zodiacali.

 

La costellazione dell’Ariete deriva il suo nome dalla rappresentazione celeste dell’ariete dal vello d’oro, generato dalla bellissima Teofane (letteralmente “manifestazione divina”), figlia di Bisante, re della Tracia. Desiderata da Poseidone (uno dei grandi antichi, simbolo della religiosità e delle facoltà creative dell’uomo), fu da questi trasformata in pecora per sottrarla ai molti pretendenti e portata nell’isola di Crumissa, dove il dio, sotto forma di ariete, la possedette. Da questa unione nacque un magico ariete dal vello d’oro, in grado di volare, che – forse proprio per analogia alle caratteristiche di volo fu affidato ad Ermes, dio alato. L’Ariete semidivino fu protagonista del salvataggio dei fratelli Frisso ed Elle, figli di Atamante e Nefele (la Dea Nuvola). I giovani erano perseguitati dalla matrigna Ino, gelosa della relazione divina del suo sposo. Costei aveva ordito un perfido inganno. Convincendo le donne a seccare le sementi, aveva provocato una carestia. Al re non restava altra speranza, per chiedere il favore degli dei , che sacrificare i figli. Fu allora che, dietro preghiera di Nefele, fu inviato in loro soccorso da Ermes il possente Ariete. Elle, addormentatasi sulla sua groppa, perse la presa e precipitò nel mare che da lei prese il nome di Ellesponto. Giunto nella Colchide dopo la triste vicissitudine, Frisso sacrificò a Zeus (dio degli esuli) lo splendido animale, esaudendo la richiesta dell’Ariete. Il mitico vello d’oro fu appeso ad un albero nel bosco sacro ad Ares (Marte) e qui custodito da un feroce ed insonne drago.

Questo manto, ritenuto anticamente “il più prezioso tesoro del mondo” (Medea, Euripide) e legato in seguito alla straordinaria vicenda di Giasone e degli Argonauti, rappresenta senza dubbio la purezza dell’individuo che supera i propri limiti (l’oro che ricopre l’animale) attraverso il coraggio ed il sacrificio, elementi fondanti delle caratteristiche dei nativi dell’Ariete. Ritroviamo inoltre nel mito la corrispondenza stagionale con la semina ed il collegamento con Ares-Marte, in tutte le mitologie, dio arcaico da cui dipende la siccità e la carestia.

La costellazione della Bilancia (anticamente parte integrante dello Scorpione), nella mitologia greca rappresenta per l’appunto la Bilancia usata da Astrea (la Vergine), figlia della dea della giustizia Temi. Nel mondo antico la Giustizia era dunque una Dea, chiamata Dike quando rappresentava la giustizia umana, e chiamata Temi quando indicava la giustizia come legge eterna. Ma Temi era una entità più antica e diversa da una dea classica. Apparteneva alla stirpe dei Titani, come Prometeo. Il suo nome significa “irremovibile”, e quindi va considerata più come un’astrazione che come una dea: essa è l’ordine cosmico. Era in realtà un concetto filosofico sacro ed il suo nome veniva invocato nei giuramenti. Il mito racconta che Temi era stata sposa di Zeus, prima di Era. Essa era la personificazione della regola naturale e sociale: era quindi necessaria a Zeus, re degli dei, per potere ordinare il mondo che emergeva dallo stato caotico rappresentato dalla lotta tra dei olimpici e Titani. Aggiungo, per meglio inquadrare l’importanza dell’idea rappresentata da “Temi”, che l’ideale di Giustizia di cui è emblema era collegato con il Destino, il Tempo e la Morte. Dall’unione di Temi con Zeus nacquero infatti le Ore (da cui la divisione del tempo), le Parche (dee del Destino, rappresentate dalle tre anziane filatrici, che filavano, avvolgevano e recidevano il filo della vita) e infine da Astrea, fanciulla divina con il complicato compito di diffondere la virtù tra gli uomini e che, ignorata ed offesa da questi, si rifugiò in cielo sdegnata, nella costellazione della Vergine.

La dea Temi viene dunque simboleggiata da una bilancia, suo simulacro, in quanto esprime un concetto troppo alto per essere rappresentato sub specie umana e domina il settore del cielo e del tempo in cui è “pareggiata la luce diurna al tempo della notte” (citazione tratta da Il poema degli astri - Astronomica di Manilio, I vv. 263/274). Non avendo un volto, non sorride, non si rattrista: è estranea alle vicende umane, che vorrebbero sfuggire al suo severo controllo. Forse la dea è scettica al pensiero che la realizzazione della sua Giustizia sia applicabile all’Umanità, e si dissocia da quest’ultima…

La ricostruzione della mitologia che sottende la costellazione del Capricorno è stata la più appassionante ed ardua. Poco convinta dei testi che vi leggono rappresentata una discutibile trasformazione del dio Pan – in quanto troppo legata allo stesso mito rappresentato dalla costellazione dei Pesci – ho trovato in alcuni testi una citazione tratta da Eratostene (Catasterismi XXVII, fragmenta), collegata ad un mitico mostro, Egipane, anch’esso collegato alla guerra contro i Titani, al servizio di Zeus. Era la traccia giusta, ma per seguirla bisogna risalire ancora nel tempo… Per quanto sono riuscita a ricostruire, il mito del Capricorno è infatti strettamente legato all’antenato babilonese del dio Saturno: Ninurta. Crono-Saturno presso Greci e Romani era, come ben sappiamo, una divinità austera, insensibile, malinconica: un creatore di solitudine che incombe grave sull’umanità. Lontanissimo dalla terra, il pianeta che lo rappresenta appariva lento: troppo lento per essere in salute o per essere felice, troppo severo per provare compassione. Ancora oggi l’astro viene descritto come “capace di limitare o controllare la vita”. Perchè, dunque, i Capricorno, già per loro natura scettici, dovrebbero fare salti di gioia quando un astrologo espone le caratteristiche del loro Nume Tutelare?

Ma gli antichi astrologi dovevano averne una idea differente: dalla mitologia che riguarda il babilonese Ninurta si scopre infatti che non è solo un austero e distaccato patriarca, ma anche un eroe guerriero, che lotta contro le antiche forze del caos sorte dal ventre primordiale, l’Oceano, per recuperare le tavole della legge divina. Nella mitologia esaminata, gli omologhi babilonesi di Saturno e Marte, Ninurta e Nergal, sono fratelli divini, entrambi divinità guerriere, in stretta alleanza e difficilmente separabili in tutta l’antica mitologia pre-greca. Tra i due però, Ninurta è il fratello buono ed ha il ruolo principale di difensore che muove guerra in nome degli dei. Molti dettagli della sua storia non sono ancora stati ricostruiti, ma la struttura essenziale del mito è questa. In tempi antichissimi gli dei avevano scritto le leggi eterne sulle “tavole del Destino”, il cui possesso accordava il controllo sul Fato. In origine erano custodite da Enlil (il Cielo) che le recava appese sul petto. Un giorno, all’alba, quando questi depose le Tavole per lavarsi, gli furono rubate. Il ladro era il drago alato delle tempeste, chiamato Zu, in combutta con il grande drago del Caos, abitatore dei mari. Tale era la paura che queste creature incutevano agli dei che nessuno osava inseguirle e combatterle per recuperare le vitali Tavole. Solo Ninurta ebbe infine il coraggio di farsi avanti ed offrirsi volontario per questa formidabile impresa. Dopo una lunga ricerca riuscì a individuare il nido di Zu sulle montagne, al cui interno vide le Tavole nascoste. Il seguito della storia è ancora perduto, ma è facile ricostruirla seguendone le indicazioni ed integrandola con il mito di Eratostene. Dovendo contemporaneamente contrastare il drago marino, Ninurta si trasformò o suscitò un essere metà capra e metà pesce: in questo modo, mentre le corna caprine uccidevano Zu, la coda di pesce si opponeva all’altro mostro. Recuperate le Tavole le riportò nella grande sala dell’assemblea degli dei, i quali, grati, gliele concessero in custodia. Così Ninurta divenne supervisore del destino e del fato e la mitica battaglia fu immortalata in cielo nella costellazione del Capricorno.

Naturalmente la mitologica contrapposizione del Capricorno con Zu, elementale d’Aria ci riporta astrologicamente l’avversione dei nativi del segno per tutto ciò che è racchiuso nella simbologia Aria: i voli di fantasia, l’intuizione pura e l’approccio giocoso ai problemi, nonché il loro orrore per la superficialità. Contemporaneamente troviamo rappresentati dal mito i contrasti con l’elemento Acqua: la difficoltà ad abbandonarsi a sentimenti profondi ed il rifiuto dell’irrazionalità. Ma in questo mito troviamo soprattutto (finalmente! diranno in molti…) i caratteri positivi del Segno del Capricorno: forza di volontà ed ingegnosità, insieme al potere della saggezza acquisita come premio per le battaglie sostenute; saggezza a cui tutti i nativi aspirano.

 
 

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