Con il patrocinio del CIDA, in collaborazione con la Delegazione Roma-Lazio
CONVEGNO ASTROLOGICO ROMANO - 19.10.2002

URANO - NETTUNO - PLUTONE
L'AVVENTURA DELL'ANIMA


 


LA GRANDE TRIADE

Relazione di Sandra Zagatti

hatiora@libero.it

 

 

Il titolo della presente relazione è tratto da un libro di René Guénon, in cui il grande esoterista analizza una particolare “tipologia” simbolica riscontrabile nelle culture evolutive orientali e occidentali, sia di ieri che di oggi, e riconducibile appunto a tre fattori legati tra loro da un inscindibile rapporto creativo.

Sono molte le realtà analogiche che possono tradurre una tale triplice simbologia, e Guénon stesso ne cita alcune, tra cui: Uomo, Terra, Cielo; Corpo, Anima, Spirito; Sale, Mercurio, Zolfo; Volontà, Destino, Provvidenza; ma potremmo aggiungere la percezione del tempo come passato, presente, futuro… la filosofia etica espressa in pensiero, parola, azione… e continuare con altre associazioni su diversi livelli.

 

Ovviamente il mio rimando al saggio di Guénon si ferma al titolo, perché l’argomento che stiamo affrontando – nonché l’intento della mia relazione – è un altro; tuttavia questa interpretazione della Grande Triade mi sembra degna di interesse anche da un punto di vista astrologico. Riconosco infatti di aver sempre considerato i pianeti transaturniani come un gruppo in qualche modo compatto ed organico, quasi una “squadra”; fatte salve le specifiche e relative peculiarità. Un po’ come consideriamo i Luminari, i pianeti personali e poi la coppia Giove/Saturno, scandendo il ritmo 2-3-2… a cui si aggiunge appunto un altro 3 con Urano, Nettuno e Plutone.

Certo, in passato questi “ultimi tre” non esistevano, perché per la scienza – e soprattutto per la coscienza – non essere stati scoperti equivale a non esserci. Né so se davvero nel sistema solare ci siano gli “altri due” che lo stesso ritmo evidenziato sembra suggerire: è probabile, ed infatti una grande scuola astrologica italiana li considera ben più che un’ipotesi, e persino i falsi allarmi che di tanto in tanto giungono dai telescopi fanno pensare che l’aspettativa sia quasi satura, e che forse un giorno l’umanità sarà pronta a conoscere nuovi pianeti, nuovi miti, nuovi dei… che quindi solo allora verranno alla luce.

Ma l’attuale società, quella a cui apparteniamo e che chiamiamo “moderna” come se fosse la prima ed unica ad esserlo e non fossero invece già state tutte moderne per i loro tempi… la nostra società ha superato i confini di Saturno e si trova, orgogliosa e spavalda, ma pure un po’ smarrita, a vivere nelle ampie praterie dominate da questi lenti e potenti – invisibili – sovrani, che si aggiungono agli antichi signori della Tradizione come nuove domande alla coscienza e nuove risposte dall’esperienza, e viceversa.

 

Urano fu scoperto ai tempi delle grandi rivoluzioni francese ed americana, che rinnovarono radicalmente il concetto di società, di valori collettivi, di diritti e doveri umani. Nettuno fu scoperto nel periodo del Risorgimento europeo, in cui tanti confini venivano superati, modificati, uniti in realtà geografiche e politiche diverse e più ampie. Plutone fu infine scoperto durante un’epoca di profonda trasformazione intellettuale ed artistica, ma anche poco prima dell’avvento al potere del nazismo: gli “effetti” di questa triste sincronicità si rivelarono più lentamente, in stile con il pianeta, ma in modo anche incredibilmente più intenso e distruttivo; eppure anche da quel periodo nacque una società nuova, più consapevole e matura, e non possiamo dimenticare lo spirito di enorme rigenerazione e speranza – urgenza di “ricostruzione” – che lo seguì.

Tutti le epoche citate furono violente e drammatiche, come purtroppo sappiamo, e seminarono tanta morte, tanta sofferenza, tanto lacerante stupore. A rileggerne i commenti storici, ci si ritrova spesso di fronte ad ammissioni postume quasi inverosimili agli occhi odierni: gli uni che avevano sottovalutato gli altri, gli altri che immaginavano diversi esiti, sviste ed ingenuità incredibili, personaggi cruciali investiti da contraddittorie proiezioni collettive, il tutto condito da infinite “rivisitazioni” che sembrano portare a conclusioni paradossali, come se coscienza ed esperienza fossero inesorabilmente divise nel percorso della storia, così che quando c’è la prima non c’è più la seconda, e quando c’è la seconda non c’è ancora la prima…

Difficile ammettere che sia proprio questo il “modus operandi” di Urano, Nettuno e Plutone… Eppure non solo sul piano collettivo, ma anche su quello individuale capita che esperienza e coscienza siano separate dal tempo: ciò dipende soprattutto dalla lentezza dei loro transiti, ma anche dalla sottigliezza del loro linguaggio che, paragonata alla maggiore grossolanità della nostra mente razionale, rende quasi invisibile – ma anche straordinariamente potente – il loro più profondo e reale impatto. Non a caso, anche negli aspetti di nascita oltre che nei transiti, capita spesso che il significato del loro interagire in un Tema venga solo intravisto e persino travisato a lungo.

 

Urano, relativamente più vicino, opera frequentemente a livello di eventi esterni; è raro che un suo transito non si manifesti con qualcosa di nuovo, o che un suo aspetto con pianeti personali non generi una tensione verso cambiamenti anche obiettivi. Le persone a dominante uraniana hanno spesso esistenze movimentate, fortemente creative, in cui si avvicendano nuove idee, nuovi incontri, nuove attività, e in cui viceversa poche cose diventano veramente “vecchie”, perché vengono messe in crisi prima, quanto meno modificate, se non proprio abbandonate o allontanate in modo coatto dalle circostanze; ed anche per chi con Urano non ha particolare familiarità, i suoi transiti si esprimono non di rado e senza troppi complimenti con riforme più o meno gradite della realtà di fatto.

Sembra quasi che il tempo acceleri con Urano… E invece no: anche lui è un pianeta lento. I cambiamenti che offre o pretende non corrispondono ai veri cambiamenti: non sono ciò che davvero vuole, e forse ne farebbe anche a meno se non fossero necessari per far giungere il suo messaggio, proprio come interpreti tra chi parla lingue diverse. Così, spesso capita che un transito di Urano ci porti effettivamente “qualcosa di nuovo”, ma che il vero cambiamento sia invece “qualcosa di altro”, che poco o nulla ha a che fare con la realtà così rinnovata ma che aveva bisogno di quella realtà per accedere, appunto, alla nostra coscienza.

Dire che voglia rinnovamento, autonomia, autenticità o modernizzazione pare una questione di termini, se non proprio di gusti; in ogni caso, Urano è Volontà. Una volontà inconsapevole sembrerebbe non servire molto alla causa evolutiva, eppure essa opera ugualmente su di noi – nonostante noi – anticipando i tempi dell’esperienza e rimandando quelli della coscienza, in una deroga solo apparentemente generosa, laddove ci costringe a sperimentare la verità mirabilmente espressa da Dante, per cui «contra miglior voler, voler mal pugna»

 

Nettuno è un pianeta davvero sfuggente, inafferrabile, come i guizzanti animali del suo segno e l’umido, immenso, ambiente in cui vivono e di cui è divino sovrano. Anche la XII casa è tra quelle che meno facilmente riusciamo a descrivere: le “prove”? i “nemici nascosti”? carceri, ospedali, droghe? Ma è possibile che l’ultimo segno, l’ultima casa, insomma l’ultima fase del viaggio zodiacale rappresenti qualcosa di così poco elevato e gratificante, di così… cadente?

Possibile sì; ma anche significativo. Negli aspetti dinamici, soprattutto ai Luminari, Nettuno è vissuto spesso con una sorta di “vertigine”, quasi fosse un abisso di incommensurabile vastità che circonda i piccoli arroccamenti personali e che quindi appare vicinissimo e insieme lontanissimo: altro e altrove. Non è raro che le persone così segnate sembrino costantemente sulla difensiva, e che utilizzino Elementi alternativi, messi a disposizione dal loro tema, per controbattere anche aprioristicamente questa insidia destabilizzante: chi con la mente (Aria), chi con le azioni (Fuoco), chi con il pragmatismo (Terra). Cantava Lucio Battisti, non a caso dei Pesci: «come può uno scoglio arginare il mare?»… e infatti di fronte a Nettuno è quasi impossibile opporre resistenza, proprio per la sua natura inafferrabile: tentando di resistere a qualcosa, ci si accorge presto che il qualcosa non è più lì ma altrove; tentando di combattere un qualche nemico, ci si accorge che il vero nemico è un altro. Ed è davvero un nemico nascosto: ma dentro di noi.

Non c’è alternativa; o, se c’è, è effettivamente alienante. Non si può fuggire da Nettuno pensando che Nettuno sia la fuga. Non si può essere liberi e contemporaneamente imprigionati: ci provano da sempre gli artisti, gli alcolisti, i folli, giustamente equiparati senza gerarchie morali a rappresentare l’estremo tentativo di vivere un Nettuno part-time, e ci proviamo un po’ tutti durante i suoi transiti più impegnativi, quando per sublimare la vertigine ci mettiamo a scrivere poesie o cominciamo a fare yoga! Naturalmente ciò va benissimo… ma solo quando va bene; perché può anche andar male, e noi possiamo ritrovarci molto più vulnerabili e fragili, seduti sullo scoglio ad osservare il mare che ci circonda come se ci assediasse.

Questa non è, appunto, una vera soluzione. L’unica è quella di tuffarsi, ritrovando in ciò che sembrava un’esterna minaccia quel senso di appartenenza che a quel punto non è più identificabile in un abbraccio avvolgente ma in una impregnante presenza: ciò che sembrava altrove ora è ovunque, ciò che sembrava una divisione, persino una disgregazione, ora è fusione e partecipazione. Questo è forse il senso della Provvidenza, di ciò che appunto provvede a noi e per noi (vede-pro), che è sempre a nostra disposizione ma a cui riusciamo ad accedere solo rinunciando all’egoica ma in fondo pavida illusione di essere autosignificanti.

 

Se Urano è più immediato e manifesto, e Nettuno più sfumato ed insinuante, certamente Plutone appare diverso da entrambi, pur non essendo nemmeno una via di mezzo: anzi, tutto si può dire di questo pianeta tranne che usi mezzi termini…

E’ un pianeta di grande intensità, con un’energia quasi “omeopatica”, che sembra appunto potenziata dalla sua distanza e piccolezza; un pianeta con un’orbita eccentrica che può a volte avvicinarlo più di Nettuno, e con escursioni di latitudine tali da rendere difficile, a volte, scommettere sulla casa che occupa, quasi operasse davvero in modo… occulto. Ma ciò che lo caratterizza ancora di più, e che lo differenzia da ogni altro pianeta del sistema solare, è la sua natura di pianeta “doppio”. Legato dal comune baricentro con il suo satellite Caronte, non molto più piccolo di lui, Plutone sembra infatti rappresentare l’eterna danza della dualità: condizione squisitamente “vitale” laddove venga intesa come intrinseco corollario dell’esistenza, e che proprio per questo lo rende così potentemente legato all’Anima terrena più inconscia e collettiva…

Negli aspetti natali, ma anche nei suoi transiti, Plutone ha un’indubbia capacità di rendere le cose più complicate, o meglio più complesse di quanto potrebbero essere e soprattutto vorremmo che fossero, riuscendo a riesumare tutto ciò che è nascosto, a prescindere dalle motivazioni per cui e con cui tali nascondigli siano stati predisposti. Nessun pianeta dopo Saturno si interessa più granché della sfera etica, ma Plutone sembra essere particolarmente a-morale (a volte persino immorale) nel suo colpire direttamente, anche se non altrettanto velocemente e manifestamente, la radice di ogni nostra problematica interiore, di ogni nostro complesso, di ogni ferita subita o provocata nonché tenacemente protetta dal rischio-timore di infezioni. Questo perché non c’è nascondiglio che tenga con Plutone: suo è appunto il regno dell’invisibile, ed anche il potere di dare dignità e valore a tutto ciò che non si vede – non si può o non si vuole vedere – ma che non per questo è meno reale… Proprio come la radice di una pianta che, “sotto la terra scura”, nutre le proprie foglie grazie all’humus prodotto da altre foglie, cadute e raccolte dal tempo passato: e che sempre, letteralmente, passa la fiaccola della vita da una morte all’altra.

Plutone era il Dio mitologico degli Inferi. Ma è triste pensare che proprio noi, che abbiamo ricevuto l’eredità greca, sembriamo averne dimenticato la sfaccettata “complessità”, non solo riducendola ad una “dualità” più moralistica che archetipica, ma soprattutto investendone i poli di una valenza alternativa che una mera funzione energetica non può esprimere. E’, in fondo, un’aberrazione relativamente recente quella che ha trasformato bianco e nero, yin e yang in bene e male, ma ha attecchito in fretta; ed ancor più breve è stato il passo successivo, con cui il male è stato associato a tutto ciò che è da rifiutare (e che la psiche fin troppo spesso interpreta con negazioni, rimozioni, proiezioni). Eppure il regno di Plutone accoglieva sia i dannati nel Tartaro che i giusti nei Campi Elisi! Non era… l’Inferno; non quello cattolico né quello che una certa “cultura della sofferenza” fa coincidere con le fatiche del viver quotidiano…

Verrebbe da dire – e non è gratificante – che siamo noi a costringerlo ad infliggerci sofferenze infernali, o a vedere il Destino come qualcosa di estraneo a noi e, quindi, doloroso; mentre potremmo accoglierne l’insegnamento anche solo osservando quanto tutto in natura “muore e diviene” in modo non complicato ma semplice, non doloroso ma spontaneo, non dilungato in crudeli agonie ma favorito dal tempo più giusto perché più congruo: più naturale, appunto.

«All’inferno non ci si va: ci si resta», disse Vittorio Messori; tutto sommato, anche questo è un libero arbitrio…

 

Ecco: la libertà. E’ una bella parola, una parola “grossa” e purtroppo inflazionata da un uso sempre più approssimativo e strumentalizzato, tanto da essere quasi diventata una parola vuota. Poco male, in fondo, se questo vuoto ci permette di riempirla nuovamente dei suoi più degni contenuti.

La Grande Triade planetaria ci parla spesso di libertà, anche se altrettanto spesso noi interpretiamo questi stimoli come costrizione, o meglio privazione. Eppure – ed è un’associazione persino banale – non è azzardato vedere in Urano l’offerta o richiesta di una “libertà da…” (da impedimenti, da legacci, da limitazioni nel comportamento o nella stessa visione della vita): una libertà funzionale, si potrebbe dire, quasi propedeutica, come una condizione necessaria anche se non sufficiente. Nettuno sembra invece essere evocatore di una “libertà per…” (per sentire, per capire, per vivere diverse esperienze o cogliere dalle esperienze diversi significati), laddove il suo sostegno di sublimazione e idealizzazione ci porta a sopportarne meglio gli inviti dilaganti ma anche, a loro modo, dilatanti. Plutone giunge alla fine, a traghettarci verso la “libertà di…”: di scendere agli inferi, come Persefone, ma anche di risalire; di scegliere tra la Vita e la Morte, come nel monito evangelico. Libertà di essere, insomma: al di là della luce effimera dell’avere, del potere, dell’apparire, e al di là delle ombre che una tale luce inevitabilmente genera.

La Libertà è dunque il messaggio più forte e specifico che i pianeti transaturniani ci portano. Gli altri pianeti ci mettono di fronte a realtà diverse, che chiamiamo con diversi nomi ma che ci appartengono e di cui contemporaneamente dobbiamo riappropriarci, per integrarle in un individuale risultato: bisogno, desiderio, volontà, necessità, dovere, piacere… Così consacrato dalla coscienza, tale risultato diventa a sua volta strumento evolutivo, quasi un viatico per il percorso di liberazione offerto da Urano, Nettuno e Plutone.

 

«Per orientarti nell’infinito, distinguer devi e poscia unire», scrisse Goethe.

Ed effettivamente, il ritmo 2-3-2-3 di cui ho accennato opera come una sorta di Solve et coagula alchemico, in cui il 2 si pone come esperienza e il 3 (nuovo 1) come coscienza. Passare dal 2 al 3 significa infatti passare dalla linea al piano, cioè non solo aggiungere un’unità ma raggiungere una nuova dimensione, che è figlia del prima e madre del poi… Questo sembra appunto essere il modo in cui la nostra anima cammina sulla terra, e che i pianeti del nostro sistema solare scandiscono e testimoniano: la vita come essere, come essenza, parte dal Sole ed ha nella Luna la sua controparte interiore; si forma e si esprime con Mercurio, Venere e Marte; si verifica socialmente e moralmente con Giove e Saturno; si rinnova, si eleva e si trasforma con la Grande Triade. Solo a quel punto la coscienza può tornare al Sole, o forse raggiungerlo finalmente. Perché a quel  punto – che è un punto di vista e non certo un punto di arrivo – ciò che ci accade non è più una richiesta o un’imposizione, ma un dono.

C’è un magico rapporto tra gratitudine e Grazia, perché sono due facce di una stessa, preziosa, medaglia: due fasci di luce, uno in uscita e l’altro in entrata, che utilizzano però la stessa porta, laddove noi riusciamo ad aprirla e a mantenerla aperta in ogni momento, anche in quello più difficile. Il dono sta tutto nel fatto che ogni momento può essere quel magico momento, e, come non ci sono proroghe, non ci sono nemmeno scadenze.

 

Una luce così lontana ci mette un po’ ad arrivare; ad essere vista. Ed invisibili infatti appaiono questi pianeti, tanto distanti nello spazio e quindi nel tempo... Eppure sono là che ci aspettano, là dove siamo chiamati, là dove stiamo andando o forse tornando anche senza saperlo, anche mentre non lo sappiamo: dove la Volontà, la Provvidenza e il Destino coincidono, la Terra e il Cielo si congiungono nell’Uomo e lui si ri-unisce al proprio significato più vero. Proprio là, dove il buio nasconde la sua promessa di luce.


«Hoc opus, hic labor est» (Virgilio)

 


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