Con il patrocinio del CIDA, in collaborazione con la Delegazione Roma-Lazio
CONVEGNO ASTROLOGICO ROMANO - 19.10.2002


URANO - NETTUNO - PLUTONE
L'AVVENTURA DELL'ANIMA


 

 

URANO E L’ILLUMINAZIONE:

IL SENTIERO DELLA COSCIENZA


Relazione di Bianca Pescatori

bpescat@tin.it

 

 

Il fine dell’uomo è la felicità. Ciascuno di noi desidera essere felice, non solo, ma desidera generalmente che anche i propri cari siano felici, e sono inoltre molti coloro che desiderano, lottano e si adoperano affinché tutti gli esseri viventi siano felici. Non è solo la psicologia clinica che ci mostra che regolatore del funzionamento psichico dell’uomo è il principio dell’attrazione-repulsione, ma anche tutte quelle discipline che si occupano di indagare il “fenomeno umano” nelle sue molteplici manifestazioni, così che possiamo essere certi, come il Dalai Lama ci dice, che nel profondo del nostro cuore, siamo uguali gli uni agli altri: “Sotto il luminoso sole molti di noi vivono insieme pur con differenti linguaggi, differenti fogge nel vestire, forse anche differenti fedi. Tuttavia, noi siamo identici in quanto esseri umani, e tutti noi siamo i soli ad avere il pensiero dell’Io, e tutti noi siamo identici nel desiderare la felicità e nel voler evitare il dolore”. Accade però che, per ignoranza, come ci dicono sia le grandi tradizioni spirituali, che indicano la via maestra per aprire l’uomo a questa dimensione, sia le molto più giovani ed incomplete discipline psicologiche, cerchiamo la felicità nel posto e nel modo sbagliato. Per accorgerci se siamo o no sulla strada giusta verso la felicità o se ci stiamo “solo accontentando di sfamare con cose troppo piccole una passione il cui oggetto è il Tutto”, come ci dice il mistico Pierre Teilhard de Chardin, di cui più avanti ci occuperemo, vi invito a riflettere sulla natura di questo bisogno. Bisogno che possiamo vedere non sembra essere solo dell’essere umano, né questa aspirazione si ferma al regno animale, ma coinvolge anche il mondo vegetale. Chi ama il giardinaggio sa con quanta protervia minuscole piantine, pur di godere dei raggi del sole sono disposte a modificare in continuazione la loro direzione di crescita. Ognuno di noi dunque può domandarsi “cosa è per me la felicità?”, e senza accontentarsi della prima risposta che sorge nella mente, può chiederselo ancora e… magari ancora una volta di più… Scopriremo che questo bisogno assume nella nostra vita molte forme, apparentemente diverse tra loro, secondo il grado di apertura del nostro cuore e della nostra mente: ora può sorgere come necessità di auto-conservazione e difesa, ora come bisogno di appropriazione, in modo avido ed egoista, ora come richiesta di amore o come sete di conoscenza, ora sotto forma di aspirazione alla pace, all’unità, alla libertà. E se saremo ancora più attenti nella nostra ricerca, se continueremo a chiederci nel silenzio del nostro cuore “sì, questo sì… e dopo?… questa è vera felicità per me?” arriveremo ad avvertire quell’anelito al sacro, così profondamente radicato nei nostri cuori, che ci spinge in una direzione che normalmente, separati gli uni dagli altri, stentiamo a comprendere e temiamo perché ignota, ma che sentiamo, se non ci facciamo distogliere da “falsi idoli”, essere la fonte della nostra felicità. Allora questo bisogno di felicità, che sottende l’evoluzione non solo umana, ma di tutte le specie viventi, e sembra essere una “forza” che ci possiede e ci trascende, capiamo essere la “forza” evolutiva della Vita stessa.

Proprio per questo è l’osservazione della Natura, quale espressione fenomenica della Vita, che ci può aiutare a intuire, ancor più a fare esperienza – quel particolare tipo di esperienza che viene chiamata “illuminazione” – di questa “forza”. Ma si tratta di un tipo speciale di osservazione: quella contemplazione o meditazione, strumento di conoscenza per eccellenza delle discipline spirituali. Una semplice attenzione profonda all’esperienza stessa, qualsiasi essa sia, che non solo non cerca una risposta, ma che rifugge dalla risposta stessa, poiché qualsiasi idea potremmo farci di questa “forza” definendo il percorso lo congelerebbe in una abitudine, in una cristallizzazione mentale separata dal resto della coscienza, impedendo quella conoscenza per identità che il concetto di illuminazione implica. E poiché noi apparteniamo all’unità della Natura, e “…così è il Microcosmo ad immagine del Macrocosmo”, l’osservazione può essere indifferentemente condotta dentro e fuori di noi, rivolta al corpo e alla mente o all’ambiente che ci contiene e ci circonda.

La medesima conoscenza sulla natura dell’uomo e del mondo, a cui sono giunte mediante l’osservazione interiore la filosofia buddista (vacuità… interconnessione) o la metafisica indù (“sono l’oceano d’illimitata beatitudine ed è in me che le onde senza fine dell’Universo si formano e si dissolvono nel gioco capriccioso della maya”) e per osservazione esteriore la fisica quantica (indeterminatezza… interdipendenza… dimensione non assoluta della realtà osservabile) lo conferma.

Osservando gli altri esseri viventi intorno a noi ed il loro comportamento, e studiando la struttura della materia ci appare evidente che da un punto di vista evolutivo ogni bisogno, ogni spinta ad agire ha una funzione, ha un suo proprio compito all’interno del progetto della vita. Progetto che fino ad ora si è rivelato, dal punto di vista della forma degli organismi, come un continuum dalla semplicità della prima cellula, alla complessità biologica dell’organismo umano e dal punto di vista psico-energetico da una dimensione più densa e circoscritta legata alla materia, a quella mentale più sottile e rarefatta, ad una ancora più luminosa legata allo spirito.

Le osservazioni della biologia e della fisica sembrano concordare dunque con il mistico russo esicasta che osserva: “Il saggissimo Creatore di ogni cosa ha instillato nella natura dell’uomo la facoltà di amare se stesso, precisamente come un’esca, per attirare l’avido essere umano verso l’alto, fino alle cose celesti”. Le “cose celesti”… la piena realizzazione di noi stessi, lì dove, per usare le parole di Satprem, “il cielo, il Cosmo, l’infinito non saranno più fuori di noi, ma il vero luogo della nostra coscienza”. Le “cose celesti”… la meta finale dell’evoluzione cosmica: “storicamente parlando la Vita… è una ascesa di Coscienza… deve quindi culminare in qualche Coscienza Suprema”.

Il bisogno di felicità ci spinge dunque ad effettuare scelte evolutivamente efficaci, cioè in linea con il progetto della Vita Universale, in modo che “felice è colui che, senza cercare direttamente la felicità, trova per di più inevitabilmente la gioia nell’atto di giungere alla pienezza e al punto estremo di se stesso”.

Lo stato di felicità, la sensazione di appagamento è il premio, ma nello stesso tempo è lo stesso progetto della Vita e contemporaneamente è la Vita stessa: “Io sono la Via, la Verità, la Vita” dice di sé Gesù, “sono universale, sono tutto, sono in tutti, sono non-duale, sono il solo e sono completa conoscenza, sono beatitudine e sono senza fine” dicono i Veda indù. Per i buddisti Buddha, cioè la condizione di “chiara luce” visione non condizionata, il Dharma, il sentiero che porta a questa visione e il Sangha, la comunità, cioè l’insieme degli esseri senzienti assieme ai quali è possibile compiere questo sentiero, sono la stessa cosa, e sono rifugio dalla sofferenza e fonte di gioia e felicità.

Avrei potuto intitolare questa conversazione anche “Urano e la visione evolutiva della Vita”. Con questo titolo, “Urano e l’illuminazione: il sentiero della conoscenza”, cercherò infatti di accennare, altro non posso fare data la vastità dell’argomento, alla funzione essenziale della simbologia di Urano nel processo dell’evoluzione bio-psichica delle specie viventi, e, per quanto ci riguarda più da vicino, nel nostro tratto di cammino, quello psico-spirituale. L’illuminazione, cioè l’esperienza dell’Unità della Coscienza, è la meta di questa evoluzione, e il sentiero, lo stesso processo evolutivo quale risposta “al richiamo alla grande Unione la cui realizzazione è l’unica impresa in atto nella Natura”.

Quanto sia uraniana la visione della Vita come processo dinamico in costante evoluzione verso il perfezionarsi di se stessa lo mostra anche l’importanza che il pianeta assume nel cielo di nascita di due dei più grandi esponenti classici del pensiero evoluzionista: Charles Darwin e Pierre Teilhard de Chardin. Charles Darwin nasce il 12/2/1809 a Shewsbury, sole e chirone in acquario e in XI casa, Mercurio in pesci trigono a Urano, Pierre Teilhard de Chardin nasce in Francia il primo maggio 1881 con uno stellium di pianeti in toro trigoni a Urano nell’emisfero opposto della carta. Non conosco l’ora della nascita.

Pensatori e scienziati di rottura, come vuole Urano, il demonizzato teorico della selezione naturale e il paleontologo, gesuita, mistico i cui scritti sono stati fino alla sua morte osteggiati e nascosti dalla Chiesa ufficiale, hanno entrambi dedicato la loro vita alla conoscenza della struttura e dell’evoluzione del mondo. E se il primo ha focalizzato le sue osservazioni sull’”origine della specie”, titolo del suo trattato più conosciuto, e quindi in particolare sulla dimensione fisica del Cosmo, il secondo ha cercato di eliminare, da uomo di scienza in piena armonia con l’uomo di fede, la separazione concettuale Materia-Spirito. Egli vede la Cosmogenesi come un continuum evolutivo della stessa sostanza: la Materia è dunque matrice dello Spirito e lo Spirito nient’altro che lo stato superiore della Materia. Teilhard de Chardin vede, dalla primitiva fisiologia dei protozoi, all’abbozzo di psichismo dei metazoi, allo sviluppo di un cervello più sofisticato e differenziato nelle sue funzioni dei vertebrati e degli antropoidi, un continuum evolutivo verso una sempre maggiore complessità. Con il nascere e l’evolversi della neocorteccia nelle specie più evolute, egli nota che nella nostra era l’evoluzione continua attraverso perfezionamenti di ordine psichico, più che attraverso trasformazioni organiche. Perfezionamenti naturalmente che iscrivendosi nella struttura del genoma vengono trasmessi alle generazioni future.

Ma nel suo cammino lo “sforzo” della Vita verso la sempre maggiore complessità psichica si arresta e il pensiero non riesce a superare realmente la soglia del pensiero che riflette se stesso, cioè di rivelare la capacità di autoriflessione.

Solo nell’uomo “la coscienza spezza la catena” ed emerge consapevole di sé. Attraverso un atto di rottura, la comparsa della specie umana conduce la vita in una dimensione altra, un piano assolutamente originale, la costruzione sulla Terra di una sfera pensante e autoriflettente, che accoglie e contiene la sfera biologica.

A livello di Cosmogenesi è qui che possiamo inserire la simbologia di Urano (nel geroglifico di Urano è simbolicamente rappresentato questo atto di “rottura di un ciclo di manifestazione sotto l’impulso creatore che genera un nuovo ciclo nello spazio, nel tempo, nella materia”), in questo salto quantico, la comparsa dell’uomo come elemento riflessivo, che raccoglie in sé la Vita intera dalle sue origini, ma rompe definitivamente con il passato, senza possibilità di ritorno, lanciandola in una accellerata trasformazione evolutiva, attraverso, (secondo un’altra simbologia uraniana) la socializzazione e la collettivizzazione, verso la meta finale, cioè di un l’Universo che riflette se stesso. Non più la semplice riflessione isolata di un individuo, dentro di sé, ma la riflessione congiunta e combinata di miriadi di elementi formanti a poco a poco un unico e immenso specchio, uno specchio in cui possa un giorno prendere forma l’Universo, riflettendovisi... la Chiara Mente buddista, la Coscienza Pura dei Veda, il Regno dei Cieli del Vangelo.

Come per ciascuno di noi l’individuazione passa attraverso la trascendenza dell’io per divenire sempre più cosciente della totalità della psiche, che Jung chiama Sé, così la funzione della specie umana appare quella di essere l’elemento pensante e riflessivo del Cosmo. Se le foreste sono i polmoni della Terra, noi ne siamo il cervello. Mi piace pensare all’uomo, al cervello umano come singolo neurone di un grande cervello cosmico. Neurone la cui funzione essenziale è quella di creare connessioni, mediante il più potente dei “neurotrasmettitori”: l’amore, “questa forma selvaggia, immensa, ubiquitaria e sempre indomata… la più formidabile e la più misteriosa delle energie cosmiche”, connessioni sempre più limpide, veloci e complesse con gli altri neuroni per partecipare alla perfezione dell’Universo che realizza se stesso. Questo è quanto ci viene trasmesso, con metafore diverse, secondo le culture di appartenenza, dai mistici cristiani e dagli illuminati di ogni tradizione esoterica. Ciò a cui la scienza oggi sta pervenendo sperimentalmente, già molti saggi “realizzati” lo hanno “conosciuto” nello stato di illuminazione, in quella dimensione, astrologicamente rappresentata da Nettuno, in cui la dualità coscienza umana, soggetto percepiente e autoriflettente e oggetto di riflessione e di conoscenza, si risolvono in un unica dimensione. Questo è il processo evolutivo del quale, come appartenenti alla specie umana, siamo parte integrante. Incapsulati in una identità legata ad un io separato non lo sappiamo e così viviamo per lo più inconsapevoli della nostra reale natura. Soffrendo per qualcosa che non esiste, cerchiamo la felicità attaccandoci a qualcosa che dovremo – ma come mai ce lo dimentichiamo così spesso! – lasciare prestissimo e quando meno ce lo aspettiamo e non vediamo che la felicità è invece nella consapevolezza di essere parte di un qualcosa di più vasto che è dentro e fuori di noi, e di cui facciamo tanto intimamente parte che senza non esisteremmo e che senza di noi non esisterebbe (“l’occhio con cui vedo Dio è lo stesso con cui Dio vede me”, dice Maestro Eckhart): il flusso della Vita. Siamo, in una illuminante immagine zen, come quell’uomo che immerso in un lago di acqua fresca e pulita piange e chiede a gran voce un bicchiere di acqua per placare la sua sete.

Ma quella che viene chiamata “liberazione”, l’uscita dalla ruota del ciclo delle nascite e rinascite, cioè da questo infelice stato di separazione, non solo è possibile (“ve l’ho insegnato perché è possibile, se non fosse possibile non ve lo avrei insegnato”, ci dice il Buddha), ma è il senso stesso dell’esistenza dell’uomo sulla Terra, il suo contributo al processo evolutivo del Cosmo di cui fa parte. E’ dalla lettura dei testi sacri, che scaturiscono dall’esperienza dei maestri sia occidentali che orientali, che noi impariamo che l’evoluzione psichica può continuare e progredire molto al di là da ciò che la cultura e la società di riferimento (astrologicamente Saturno) definisce, che esistono potenzialità evolutive latenti dentro ognuno di noi e che ci sono strategie per sviluppare queste potenzialità. Queste strategie, che si fondano su tecniche meditative e su modalità comportamentali, sono vere e proprio vie di conoscenza che sono state sviluppate, con la finalità di portare la coscienza e lo sviluppo individuale ben oltre i limiti dell’io, fino a quello stato di pura coscienza in cui si sperimenta beatitudine e amore incondizionato. Il ruolo di Urano in questo processo è messo ben in evidenza da un sutra che dice: “I più rari presupposti (per la liberazione) sono tre e sono dovuti all’influsso del grande Signore: la nascita in un corpo umano, l’ardente volontà di liberazione, la protezione di un saggio già realizzato”. Primo requisito è dunque la nascita in un corpo umano. E’ soprattutto la simbologia dell’Urano signore dell’Acquario che racchiude il senso dell’Uomo. Dei quattro volti della visione di Ezechiele nel libro dell’Apocalisse, quello dell’Uomo è nominato per primo e viene attribuito dall’astrologia cabalistica all’Acquario. La peculiare qualità della coscienza umana è l’espansività. La crescita, dai primi ominidi all’uomo di oggi, della neocorteccia ne è la base organica. Mediante questa flessibilità la coscienza umana può visitare porzioni psichiche sempre più ampie – l’insegnamento trasmesso dal saggio realizzato, il Sé – come il geroglifico di Urano, con il cerchio aperto ad accogliere “la discesa dello spirito” per distribuirlo in basso, simbolo di comunicazione e disponibilità alla trasformazione, indica. Secondo requisito l’ardente volontà di liberazione. Urano, pianeta di fuoco nella sua modalità si esprime in modo ardente, senza mezzi termini, radicalmente proiettato nella sua azione liberatrice da schemi mentali e comportamentali obsoleti e imprigionanti. La Senard pone il domicilio di Urano nell’Ariete, attribuendogli l’impulso delle energie cosmiche che si involvono nell’uomo. In Fenicia Ur era il principio della luce. Urano diventa, per la studiosa francese, la sintesi simbolica del fuoco, principio creatore e trasformatore che accompagna ogni manifestazione.

Ma sempre l’osservazione della Natura ci aiuta a ancor meglio a cogliere la funzione uraniana nello sviluppo psicospirituale. Il nostro genoma sembra essere identico al 99% a quello della specie immediatamente a noi più affine, le scimmie antropomorfe. Ed è con loro e con altre specie viventi, che l’uomo condivide, non solo i comportamenti omeostatici codificati nel tronco encefalico, ma anche sistemi motivazionali che riguardano i comportamenti sociali ed interpersonali, in un modello comportamentale più o meno vincolato, secondo la complessità psichica della specie, iscritti nel sistema limbico. La neocorteccia, presente negli animali superiori, permette di modulare questi sistemi in modo più variegato e sfaccettato, in particolare nell’uomo di integrarli con i modelli culturali di riferimento e di agirli con un certo margine di scelta. Astrologicamente questi principi organizzatori a base innata delle interazioni sociali vengono espressi dalla simbologia planetaria fino a Saturno. Il sistema dell’attaccamento e dell’accudimento, a cui risponde la simbologia della Luna ed anche di Venere, attraverso il quale la madre di qualsiasi specie vivente, secondo le sue potenzialità psichiche, offre istintivamente protezione e cura, ed ogni piccolo “sa” come richiamare l’attenzione materna. Il sistema agonistico, regolato da Marte e Saturno, ma anche Mercurio (l’osservazione etologica mostra, in alcune specie superiori, come i contendenti suppliscano con l’abilità, la scaltrezza e l’intelligenza alla mancanza di forza fisica) preposto al rituale per stabilire il rango e regole sociali del gruppo di appartenenza. Il sistema sessuale, Marte e Venere, preposto alla riproduzion,e e quindi alla sopravvivenza, della specie. Il sistema cooperativo, permette l’acquisizione del senso del bene comune, come valore superiore al bene personale, per assolvere il quale i membri del gruppo (o anche, è stato osservato, di specie differenti) si alleano tra loro. Non più uno di fronte all’altro, non più uno sopra e uno sotto, ma uno accanto all’altro in posizione paritaria accomunati dallo stesso progetto, lavorano qui particolarmente Giove e Venere, ed anche Saturno. Il sistema esplorativo, che sovrintende i giochi dei piccoli e le acquisizioni sulla natura del territorio dei grandi, dunque certo Mercurio e Giove.

Urano, spirito di ricerca e di libertà intellettuale, simboleggia quell’1% di differenza con il genoma delle scimmie – la nascita in un corpo umano – che si traduce non solo nella possibilità di avere un senso dell’io sempre più originale ed individuato, ma anche, e soprattutto, nella potenzialità a trascenderlo, portando la coscienza verso dimensioni sempre meno condizionate. Questa è la conoscenza che conduce alla liberazione, liberazione dal “samsara” cioè dal condizionato. La nuova visione uraniana. Il sutra che ho sopra citato, migliaia di anni fa, annotava ciò che ora, sincronicamente attraverso la scoperta di Urano, astronomicamente con l’entrata nell’era dell’Acquario, si sta sempre di più rivelando anche alle nostre coscienze. La scoperta di Urano, primo pianeta che simboleggia funzioni psichiche esclusivamente umane, è sincronica a ciò che sta oggi accadendo alla mente umana. L’acquisizione cioè di nuove e più efficaci competenze percettive e cognitive, attraverso le scoperte scientifiche, la comunicazione, la circolazione delle idee, la meditazione, competenze che portano a conoscenze sempre più condivise, e la direzione sembra essere lo sviluppo di una coscienza umana sempre più integrata, che comprende, ma trascende, anzi diventa contesto unificante delle divisioni sociali, culturali, politiche. La Mente Cosmica, la Sfera Pensante della Terra di cui ci parla Teilhard de Chardin. Ma per percorrere questa via, ci dicono le tradizioni spirituali, ci vogliono occhi diversi posati sugli altri e su noi stessi, un nuovo sguardo, lo sguardo di Urano, uno sguardo capace di rompere schemi mentali preesistenti (come ancora il geroglifico di Urano mostra), di “svuotare” la mente e di vedere le cose come sono, senza la griglia interpretativa di filtri percettivi costruiti da inutili aspettative e di precedenti categorizzazioni mentali, capace di trascendere la logica, di fare a meno delle sicurezze che l’attaccamento alle nostre idee ci dà. Per arrivare a questo tipo di conoscenza lo Zen usa impegnare la mente, durante la meditazione, su piccoli indovinelli che non hanno nessun senso logico e a cui non può essere applicata nessuna conoscenza precedentemente acquisita (un esempio: “che volto avevo prima di nascere?”).

Per questo Urano viene chiamato l’ottava superiore di Mercurio, perché fa riferimento ad una conoscenza, la buddhi induista, conoscenza intuitiva, che non appartiene allo stato ordinario, egoico, di coscienza, ma affonda nella dimensione dell’intera psiche. Questa è la conoscenza che rompe la ruota del samsara. Che ci consegna ad un eterno presente, al qui ed ora ove c’è posto solo per la Realtà così come è, libera dai nostri ricordi, che rinnovano il dolore, o dalle nostre aspettative, che ci proiettano nella delusione. La nuova visione uraniana, questa attenzione meditativa, concentrata sull’attimo presente, ma che contemporaneamente ci immette nel flusso del divenire, ci aiuta a rompere le identificazioni con gli aggetti di attaccamento, ci costringe a lasciar andare quelle immagini precostruite di noi stessi e degli altri che forse ci piacciono tanto, ma che ci portano a pensarci ed a essere solo in un certo modo, togliendoci la libertà di aderire alla vita momento per momento come essa è, sempre rinnovata ad ogni istante, e come essa ha bisogno che noi si sia, sempre aperti all’istante che viene. Urano, rompendo, come un fulmine squarcia il cielo, gli schemi mentali in cui ci costringiamo ci restituisce in continuazione una nuova verginità di essere, una nuova identità, e se lo lasciamo lavorare ci aprirà alla vita, stupendoci in continuazione, e questa meraviglia è fonte di gioia e libertà. L’invito ad essere come fanciulli contenuto nel Vangelo è un richiamo a questa necessità di guardare con lo stupore e la meraviglia della prima volta ogni cosa, poiché realmente ogni volta che guardiamo una cosa è la prima volta che la guardiamo. L’attenzione a ciò che accade qui ed ora, dentro e fuori noi, un’attenzione vuota di aspettative, gratuita, “che nulla cerca e nulla vuole”, è l’unica che ci permette di percepire “le cose come sono”, senza preconcetti che ci imprigionano in una visione di noi stessi e della vita che si ripete sempre uguale, in uno schema abituale e collaudato (Saturno), ma a causa della quale ci troviamo tagliati fuori dalla Vita che si fa istante dopo istante.

Il sentiero della conoscenza, la nostra evoluzione psichica, secondo le tradizioni spirituali, si muove lungo tre direttrici. Astrologicamente la simbologia di Urano, nelle sua sede di esaltazione scorpionica, e di domicilio in Capricorno e in Acquario sintetizza questo processo di consapevolezza “distacco-individuazione-collettivizzazione”, processo che sfocerà nell’esperienza nettuniana dell’illuminazione. Il distacco implica la morte dell’Io, di quell’”io mio” di cui abbiamo già parlato in precedenza, la rinuncia cioè all’attaccamento a ciò che appartiene non ha noi, ma alla Vita nel suo manifestarsi. Questo processo è stato spesso frainteso confondendolo con una forzata rinuncia, con un votarsi al sacrificio, nel senso infelice e costrittivo del termine, nell’accettazione di una vita di solitudine e di isolamento. Il distacco proposto dalle vie spirituale è tutt’altro che questo, è una esperienza di gioia e serenità, un processo attraverso il quale la mente si calma, si libera da molti fattori di infelicità quali l’ansia, l’avidità e l’odio che ne consegue, le abitudini deleterie e che soffocano le aspirazioni più autentiche, le ossessive proliferazioni mentali, gli attaccamenti costrittivi e regressivi, si libera insomma di tutto quello che ci impedisce di “spiccare il volo” verso la realizzazione di noi stessi. Teilhard de Chardin ci parla di un primo movimento di incentrazione. Attraverso la meditazione, mediante il ritiro della consapevolezza e dell’attenzione generalmente proiettata all’esterno, rivolgendola nel profondo di noi stessi, (etimologicamente “pentimento” significa “rovesciamento”, volgersi completamente) l’uomo trova se stesso “nell’opera del suo perfezionamento interiore, intellettuale, artistico, morale. Farsi e trovarsi significa portare sempre più maggiore ordine, maggiore unità alle nostre idee, sentimenti e nella nostra condotta”. Qui l’Urano capricornino ci porta metaforicamente in cima alla montagna, fino alle più alte vette nella conoscenza di noi stessi. Ma per “trovarci” prima è necessario imparare a “lasciar andare”, realizzare l’indispensabile taglio netto con “l’illusione di noi stessi”. In Scorpione Urano trasforma il sapere in saggezza, così che colui che è aperto ad accogliere la sua luce comprende che “viene a crearsi una grande differenza tra il cercare la felicità attraverso la dipendenza da cose materiali e il cercare la felicità attraverso la dipendenza dalla interiorità di ciascuno”.

Alice Bailey ci segnala che “questo processo è oggi evidente nell’umanità e nel mondo. Spinta alle sue logiche conclusioni, l’influenza di Urano sviluppa la coscienza spirituale contrapposta all’umana” – cioè alla coscienza egoica condizionata dal desiderio che produce avversione e attaccamento. Dunque Urano qui ci insegna la difficile arte del distacco. Se vogliamo realizzare noi stessi è necessario impararla: siamo in un processo, in un incessante divenire ed è quindi evolutivamente necessario un continuo distacco. Se ci aggrappiamo a qualcosa non raggiungiamo, non ci evolviamo verso ciò che siamo. Ogni distacco ci conduce alla sapienza del morire che significa sapienza del vivere e ci avvicina alla capacità di amare, cioè a quella dimensione interiore che ci permette di portare nel nostro cuore tutte le persone. Impareremo così come è possibile essere pronti ad accogliere ciò che la vita ci dà e ci chiede, cioè a fluire con essa, questo è il vero senso del distacco, e nello stesso tempo ad amare appassionatamente noi stessi e gli altri. Attraverso l’interiorizzazione, nel nostro cercarci – l’Urano del Capricorno – facciamo esperienza che la nostra relazione con il mondo è fatta di appartenenza, noi siamo nel mondo, ma con la stessa evidenza il mondo è in noi, non ci sentiremo mai isolati. Colui che vive i rapporti interiorizzandoli non è mai solo, ed è sempre vicino a tutti. Siamo alla terza direttrice del sentiero spirituale, quella che Teilhard de Chardin chiama il movimento psichico della “decentrazione”. Se l’uomo, nel silenzio del suo cuore trova se stesso, di riflesso trova gli altri esseri, accoglie la verità di essere una molecola assieme a miliardi di altre molecole. Scopre di essere parte di una rete relazionale vastissima, della quale non scorge né l’origine, né la fine, di essere privo di esistenza propria: la vacuità buddista. Abbandonando una visione di noi stessi egocentrica, ristretta e separativa comprendiamo che la nostra realizzazione coincide con quella dei nostri simili, facciamo cioè esperienza, come ci dice il Dalai Lama della “gran differenza tra la somma di appagamento che vi è nell’essere felici solo per se stessi e la somma di appagamento che vi è nella felicità di un numero infinito di persone”. L’Urano acquariano vive la sua unicità, la sua vera libertà di essere, solo realizzando il suo posto nel grande corpo dell’umanità. Se osserviamo un uccellino in un campo di grano, assieme a cento altri uccellini, quando arriva un falco, l’uccellino istintivamente, come è inscritto nel proprio genoma comportamentale, strepita e si alza in volo assieme ai cento compagni. Non se la svigna da solo alla chetichella, ma coinvolge nella sua fuga tutto lo stormo di cui fa parte. Il suo è un istintivo comportamento altruista, ma vedremo che ha le sue buone ragioni. L’altruismo paga in termini di autoconservazione e dunque, in definitiva, di felicità. L’uccellino poteva dire “mah, io me ne sto qui buono e zitto per fatti miei, il falco faccia un po’ quello che vuole…” oppure poteva pensare “quel falco mi fa paura e poteva volarsene via zitto zitto, senza tanto scalpore”. E invece no, urla, strepita e avvisa tutti. Appare dunque un comportamento altruista, ed in effetti lo è, ma nello stesso tempo è anche un comportamento fortemente egoista, motivato cioè dall’istintivo calcolo che quello è proprio il modo migliore per salvarsi la vita. Se volasse via da solo il falco, ben più veloce, lo acchiapperebbe senz’altro, anche se si nascondesse immobile tra il fogliame, le sue probabilità di salvezza non aumenterebbero molto. Se lui ha visto il falco, tanto più il falco dalla vista acutissima ha visto lui. Immaginando che faccia parte dei dieci uccellini più vicini al falco il nostro passerotto ha solo una probabilità su dieci di salvarsi. Dando invece l’allarme e volando via insieme agli altri ha una probabilità su cento di essere preso. Altruismo ed egoismo, il mio bene ed il tuo bene, dunque negli animali sociali sono la stessa cosa. Forse quando Gesù diceva agli uomini di non preoccuparsi del loro domani e di guardare ai passeri del cielo, cioè consigliava loro di liberare la mente dal continuo autoriferimento, si riferiva proprio a questa necessità. Viene alla mente “ama il prossimo tuo come te stesso” dei cristiani, il “Tu sei Quello” degli Indù, il concetto di interrelazione buddista, dove l’imperativo di operare per il bene dell’altro non è un invito alla mortificazione e alla dimenticanza di sé, ma al contrario al mettere in evidenza che il proprio bene, la propria felicità sarà tanto più grande e tanto più incondizionata quanto più riguarderà tutti gli esseri in virtù della loro identità. Rispondendo all’invito del Buddha – “Il mio insegnamento è come una zattera, usa la zattera per attraversare il fiume: non adorare la zattera” – Urano, dalla sua sede nel segno dell’Acquario, ci apre ad una indipendenza di pensiero e di sperimentazione, ad una nuova modalità di percezione, ad una consapevolezza universale che ci rende in grado di considerare gli altri essenzialmente non diversi da noi. Liberandoci da atteggiamenti egocentrici ed etnocentrici cui siamo devoti – e quanto oggi ne stiamo vedendo tutta la distruttività! – ci permette di abbracciare quell’etica “mondocentrica” che dando la priorità al benessere di tutti promuove il nostro vero bene.

L’ultimo atto del divenire psichico non appartiene, astrologicamente, all’esperienza uraniana, non è un movimento della mente, se pur superiore, ma un movimento del cuore. Così che, come dice Meister Eckart: “Dovrai conoscere Dio direttamente, senza ricorrere ad alcuna immagine e senza attribuirgli sembianza alcuna. Finché l’Io ed Egli, vale a dire Dio e l’Anima, non costituiscono un solo qui ed un solo ora, l’Io non può operare, né essere una cosa sola con Lui”.

 

 

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