C.I.DA. - Centro Italiano di Discipline Astrologiche

Delegazione di Roma e Lazio

 

CONVEGNO

“L’ARTE DELL’ASTROLOGIA”

 

29 novembre 2008 – Teatro dei Dioscuri, Roma

 

 

 

C’ERA UNA VOLTA IL LIBERO ARBITRIO

Il destino come ipotesi di coscienza


Relazione di Sandra Zagatti

 

 

 

“Nessun giorno è uguale all'altro, ogni mattina porta con sé un particolare miracolo, il proprio momento magico, nel quale i vecchi universi vengono distrutti e si creano nuove stelle.” (Paulo Coelho)

 

 

Da millenni l’uomo si interroga sul senso della vita, sul significato degli accadimenti esistenziali, sul valore dei rapporti con gli altri esseri umani, sull’utilità o vanità delle esperienze che si succedono, differenziate o ripetute, mentre l’età aumenta. Si interroga sulla gioia e sul dolore, sui sentimenti più nobili e le pulsioni più viscerali, sul perché della morte e quindi della vita stessa. Si interroga sul destino.

E, da millenni, alterna e sovrappone risposte diverse, chiedendo ausilio alla fede, alla scienza, alla cultura o alla filosofia, al pragmatismo o al fatalismo, ma ritornando più o meno sempre al punto di partenza: quel misterioso punto nello spazio-tempo che è la propria nascita, con le sue eterne domande rinnovate.

Chi sono? Da dove vengo? Dove vado?

Anche l’astrologia ha fornito un contributo a questa ricerca di verità; anzi, il cielo è stato forse il primo e primario ausilio a cui l’uomo si è rivolto per meglio capire il proprio essere sulla terra. Un ausilio ancora valido, e che sopravvive anch’esso da millenni non perché abbia saputo fornire una risposta assoluta e definitiva ma perché, a differenza della fede, della scienza, della filosofia o di ogni altro strumento conoscitivo, l’astrologia ha qualcosa in più: l’identikit del punto di inizio, l’evento simbolico della propria genesi, immortalato nel tema natale come un codice di riconoscimento istantaneo, un riferimento originale ma contestualizzabile e insieme decifrabile nel tempo.

In quanto immagine, un tema di nascita si mostra evidentemente come opera in corso: sembra la fase di un divenire, stadio di un essere già formato ma che si sta ancora costruendo. Non ha nulla della purezza originale degli inizi, non è un quaderno bianco, una geometria perfetta, non ha la disarmante e profetica tenerezza di un volto neonatale… Ha invece, proprio come un volto adulto, già incise le tracce di una pesantezza accumulata, di un decadimento che si è già espresso, di un’inerzia che resiste; ha carenze, incognite o sproporzioni, ed altrettante speranze, offerte, prospettive.

C’è già tanto e tanto ancora manca, in un tema di nascita. E’ l’istantanea di un presente che riflette un passato e contemporaneamente evoca un futuro. Osservando un tema natale, considerare l’esistenza che inaugura e rappresenta come un tutto autosignificante ed autoreferenziale risulta difficilissimo per l’astrologo, e comunque per me: uno sforzo più integralista che equilibrista sul piano intellettuale e ideologico; e forse inutile. Se non altro, e ancora una volta, perché disconoscere una domanda non equivale a rispondere.

 

Dunque, è indubbiamente possibile non credere alle vite precedenti, a una esistenza ultraterrena o ad un Ente naturale o spirituale superiore, mantenendo quindi un atteggiamento laico e agnostico nella pratica astrologica – tant’è che non tutti gli astrologi sono religiosi o, nel caso, reincarnazionisti – ma non è risolutivo: il tema natale resta lì, in tutta la sua evidenza, come un bagaglio e insieme un viatico, una malattia e insieme una cura; la tappa di un cammino iniziato – forse di un viaggio iniziatico – ed anche la direzione che lo guida. E resta lì, anche, come interrogativo…

D’altra parte, se pure non ci fosse né origine né meta, resterebbe da chiedersi perché l’individuo nasca con un tema così dettagliato e non con un altro, laddove l’unica risposta verosimile dovrebbe ricorrere al caso, facendo rientrare dalla finestra il dubbio destinico cacciato dalla porta, o addirittura confutare il valore di un tema natale contraddicendo di fatto quello dell’astrologia stessa. In ogni caso non saremmo qui a parlarne; a parlare di un’”arte” che ha principi logici, strumenti analogici e fini conoscitivi, nonché modalità diverse in cui esprimersi e diverse motivazioni a cui appoggiarsi, mai modificate ma soltanto integrate nel tempo: appunto la fede, la scienza, la filosofia, l’antropologia, la sociologia, la psicologia…

 

Sono sempre stata una sostenitrice del compito anche previsionale dell’astrologia, riferendomi all’originale etimologia di “oroscopo” come uno strumento di osservazione del tempo ed appoggiandomi in ciò a ben più illustri colleghi, Barbault e Volguine in testa. Tuttavia, ho anche sottolineato più volte che il termine “previsione” non equivale a “predizione”, e che tale differenza non è certo secondaria o marginale. Non si tratta, infatti, di mettere le mani avanti nei confronti di possibili o inevitabili errori previsionali ed ancor prima interpretativi, dovuti alle mille variabili che convergono a far sì che accada qualcosa e non qualcos’altro; si tratta di considerare da un punto di vista assolutamente diverso sia l’osservazione del cielo simbolico che la sua traduzione in termini reali sul piano terrestre.

Anche il detto sugli astri che “inclinano ma non determinano” mi è sempre sembrato una scappatoia filosofica, diciamo pure un compromesso, in verità nemmeno troppo dignitoso per l’uomo, nell’eterno dilemma tra destino e libero arbitrio. Di fatto, sono convinta che un tale dilemma nasca da un malinteso di fondo su un concetto di “causa”, culturalmente inquinato di colpevolezza, e un conseguente “effetto” sentito come imposto ed interiormente disconosciuto o rifiutato. E a mio parere le cose sono più complesse e più semplici assieme: più complesse perché le cause probabilmente esistono, forse anche le colpe, anche se più antiche o paradossalmente più attuali di quanto si possa credere, ma se le chiamassimo “motivazioni” già perderebbero quel senso di ingiustizia e di estraneità con cui vengono solitamente considerate e recepite; più semplici perché in tale dinamica i pianeti non “inclinano” né “determinano” nulla, e semplicemente descrivono il viaggio dell’Essere nel Divenire, o meglio della Coscienza nell’Esperienza, rispecchiandone la direzione e segnalandone le tappe senza però intervenire in modo diretto su esiti o modalità. Tant’è che, se esiste un libero arbitrio, credo che questo stia tutto nella possibilità umana di fallire o anche di giungere alla meta attraverso percorsi più o meno perigliosi o apparentemente obbligati.

E’ vero che, per fare un esempio, alla nascita di un bimbo noi astrologi possiamo già dire che, dopo circa 29 anni, quel bimbo ormai uomo dovrà confrontarsi con le verifiche del ritorno di Saturno, come tutti; ma non potremmo mai affermare – salvo doti di veggenza che non riguardano l’astrologia e possono pure farne a meno – che si tratterà dell’ingresso nel mondo del lavoro, di una paternità responsabilizzante o di un qualche altro bilancio o problema che si troverà a sostenere. Anche conoscendo altri transiti contemporanei e personalizzati, potremmo aggiungere che quel periodo della sua vita sarà affrontato da lui con grinta e fiducia oppure con inquietudine o timore, che forse si concentrerà su un settore piuttosto che un altro, ma anche così sapremmo descrivere solo un eventuale approccio personale nei confronti di una realtà di fatto, di per sé inconoscibile. E non sono rari nemmeno i casi in cui persino una previsione più limitata nel tempo, sostenuta da dati oggettivi e conoscenze aggiornate sul soggetto, quindi relativamente più sicura, si scontri con l’impareggiabile fantasia dei pianeti, laddove la realtà genera l’unico evento a cui non avevamo pensato, e che risulta poi perfettamente riconoscibile e persino più rispondente!

Dico sempre che i pianeti sanno il fatto loro e sanno pure i fatti nostri, spesso meglio di noi… E comunque il futuro è in continuo movimento: non si fa imbrigliare né lusingare da aspettative o scaramanzie; cambia mentre cambiamo noi, raggiungendolo, e si sposta più avanti man mano che si fa presente. Mentre un tema astrologico rispecchia sempre un vissuto soggettivo; ed è per questo – essenzialmente per questo – che non è possibile oggettivarne le manifestazioni.

 

Eppure… Se fosse solo così, se l’astrologia fosse solo questo, non aggiungerebbe in fondo granché alla filosofia, alla religione, alla psicologia e persino alla scienza. Invece, come ho già detto, l’astrologia ha nell’osservazione del tempo uno strumento eccezionale ed unico in quanto tale.

Io apro le effemeridi spesso, anche solo per sfogliarle a caso, senza controllare date precise o movimenti planetari specifici. Il mio sguardo corre su quei numerini tutti in fila e ben sistemati, sobri e discreti nel loro presentarsi imparzialmente, privi di commenti e comunque autorevoli in ciò che rappresentano. Sarà il mio Sole in Vergine che vede in ogni espressione di ordine una traccia divina; sarà la mia dominante Saturno che riconosce al tempo la sacra dignità di sovrano interprete tra Essere e Divenire… ma sfogliare le mie effemeridi consumate, leggerne la semplice progressione nei mesi, anni e decenni, mi rilassa più di una meditazione: tutto è così diverso e insieme simile, rispettosamente autonomo nelle sue parti seppur ciclicamente scandito ed armoniosamente collegato, e in tale composta semplicità la foglia non ha minore importanza dell’albero o della foresta, purché si inseriscano tutti nel medesimo e più ampio contenitore che chiamiamo Natura ma che a sua volta rimanda a qualcosa di altro e di più.

Se riusciamo a sistemare in fila numeri e numeri, dati e date, gradi e segni, ingressi, lunazioni ed eclissi… se riusciamo a farlo con il solo ausilio della scienza matematica e astronomica e senza che sia necessario nient’altro, all’astrologia resta il compito e l’onore di riconoscere che un tale ordine è di per sé una realtà spirituale, perché la sola natura materiale – foss’anche celeste ed infinita – è invece, di per sé, entropica; come la scienza stessa ha decretato. E questo non può che essere un conforto per l’uomo, che vaga sulla terra da sempre alla ricerca di un senso, di un motivo per mettere un passo dopo l’altro, di un valore a cui dedicare tale fatica e possibilmente di una meta verso cui dirigersi.

Se, come astrologi, non ci limitiamo alla ricerca ma facciamo anche consulenza, non possiamo negare che le domande dei nostri consultanti, più o meno complesse o raffinate dalla cultura personale, non sono altro che una traduzione individuale e contingente delle eterne domande citate in premessa: chi sono? da dove vengo? dove vado? Possono esprimersi in termini modesti o superstiziosi, possono riguardare il lavoro, l’amore, la salute o il denaro, ma ciò che segnalano è un bisogno di rassicurazione, un bisogno di aiuto, un bisogno di significato; e non esistono bisogni meno impellenti o legittimi. Il consultante pone sempre interrogativi ed è lui stesso un interrogativo per noi: ciò ci grava di un’enorme responsabilità, che può essere gestita solo con l’umiltà dell’artigiano, più che dell’artista; nonché affiancata dall’esperienza e guidata dal rispetto, direi anzi dall’amore per quella meravigliosa umanità nascosta ed espressa in ogni essere umano.

Il fascino e insieme la difficoltà del nostro mestiere è che i livelli in cui un segnalatore astrologico può esprimersi sono davvero tanti, se non infiniti, e fra i tre principali – fisico, psichico e spirituale – ci sono tutti i gradini intermedi e miscelati in cui possono trovarsi non solo i diversi individui ma anche uno stesso individuo nelle diverse fasi della vita. Importante, e non certo facile, è saper riconoscere a quale livello e in quale fase si trova un soggetto, perché i movimenti celesti, come disse Platone, sono “marcatori del tempo” ed è assolutamente inutile o persino pericoloso parlare ad un consultante di realtà a lui incomprensibili, o comunque non comprensibili in quel momento; mentre per chiunque ed in qualunque momento c’è sempre qualcosa “di più” o “di meglio” che lo riguarda e a cui quindi può accedere. E perché per chi fa consulti ciò che più conta è, appunto, l’essere umano: con la sua individualità, la sua unicità, le sue piccolezze e grandezze; e in fondo il suo bisogno più grande, sottinteso ai tanti che può avvertire o manifestare, è di trovare un posto nel mondo, un senso alla vita.

 

L’astrologia moderna, soprattutto quella psicologica, ha preso le distanze dagli aspetti divinatori ed anche dalle finalità predittive del proprio esercizio, prediligendone la funzione conoscitiva del carattere e delle tendenze e possibilità evolutive. In particolare, l’astrologo orientato su un approccio umanistico tende giustamente a negare l’esistenza di “influssi” diretti e consequenziali tra movimenti in cielo e vita sulla terra, rivendicando e promuovendo il diritto-dovere dell’uomo ad interpretare in senso più maturo gli accadimenti sia interiori che esterni della propria vita.

Tuttavia, se torniamo indietro fino alla protostoria dell’astrologia babilonese, non si può dire che allora ci fosse un atteggiamento culturale, ideologico o persino tecnico, particolarmente deterministico. L’idea degli “influssi” o i concetti di causa-effetto erano lontanissimi dal pensare e agire di quel tempo, in cui si credeva che il movimento dei corpi celesti fosse niente di più e niente di meno che una “scrittura divina”. Un linguaggio, insomma, decifrabile solo da sacerdoti o da saggi e non certo alla portata dei profani, che però in quanto tale cominciò necessariamente ad essere codificato in una sintassi, con regole sempre più precise, pur rimanendo un mezzo di comunicazione tra cielo e terra, anzi uno studio del cielo finalizzato a comprenderne i suoi significati per la vita sulla terra; per gli uomini, appunto.

Anche se quella di allora era paragonabile solo molto parzialmente all’astrologia che conosciamo oggi e che si sviluppò più tardi, resta il fatto che la finalità attribuita ad una tale scrittura celeste era quella del presagio, e quindi dell’avvertimento, della richiesta, del suggerimento o della guida. Per cui il compito degli astrologi non era affatto quello di scoprire cosa sarebbe accaduto, ma cosa sarebbe potuto accadere “se”: se si facevano o non si facevano determinate cose, se ci si comportava in un modo piuttosto che in un altro… Il che presupponeva una possibilità – se non proprio una capacità – di interagire in modo dialettico con gli eventi.

 

L’idea di una partecipazione attiva e consapevole alla costruzione del futuro, e quindi di un dialogo con il destino, nacque proprio da quel dia-logos tra verbo-pensiero celeste e parola-azione terrestre, e si basava essenzialmente sulla certezza di un qualche legame tra Alto e Basso. Una tale idea è poi giunta sino a noi attraverso l’ermetismo e il neoplatonismo rinascimentale, per approdare alla sincronicità junghiana senza sostanziali alterazioni, che sono intervenute invece solo a livello di convivenza culturale e molto più recentemente; cioè quando l’era moderna, con l’arroganza seguita alla conquista del senso dei diritti e il trasferimento dell’oggetto fideistico dalla divinità alla scienza, ha cominciato a pensare che la libertà non fosse questione di coscienza individuale, ma quasi esclusivamente di esistenza fisica, materiale o comunque visibile e tangibile.

Da questo a sostenere che l’uomo fosse artefice del suo destino, il passo fu breve; ma è ancora oggi un passo avventato…

 

Ricorderete gli importanti transiti planetari in Capricorno, della fine degli anni ’80. Io senz’altro li ricordo, perché allora vissi un periodo di profonda trasformazione, che durò almeno un lustro, con la complicità di tutti i pianeti lenti: Saturno, Urano e Nettuno di passaggio sul mio Saturno natale in dodicesima casa e in quadratura al Sole in ottava, e poi sull’Ascendente a pochi gradi di distanza, alternandosi e sovrapponendosi in questo pesante e molteplice tiro incrociato, mentre Plutone stesso stazionava sul mio Medio Cielo.

Di quegli anni, tra il 1985 e il 1990, la mia memoria razionale ricorda ovviamente i tanti cambiamenti oggettivi: la laurea, l’ingresso nel mondo del lavoro, il matrimonio, l’abbandono della casa in cui avevo vissuto negli anni universitari ed anche l’abbandono di quella familiare, e la nuova casa – la nuova vita – coniugale. Non era poco, effettivamente. Ma la mia memoria emotiva ricorda cose diverse ed ulteriori: l’ingenuità di un entusiasmo ancora adolescenziale che si scontrò con responsabilità impreviste; l’esuberante desiderio di un nuovo nido che lottava contro la nostalgia, la solitudine e il senso di inadeguatezza con le sole armi istintive della rimozione e della sublimazione; lo sgretolamento di certezze assolute, non sufficientemente elastiche o ancora smaliziate per adattarsi alla relatività dell’esistere, aggrappate a teorie prive di eccezioni e destinate quindi a fallire totalmente, ritirando senza preavviso il loro appoggio a riferimenti decentrati ma cari e antichi.

In quella disorientante metamorfosi, la cosa peggiore fu la paura di non ritrovare più la strada, di essermi persa irreversibilmente. Non sapevo, allora, che fosse una fase legittima, anzi doverosa e persino salutare del mio divenire, nonostante la sua fatica: sentivo solo di non essere più quella che credevo e quindi di non essere più e basta. Non sapevo di essere comunque, di poter essere nel divenire, nonostante il divenire ed anzi grazie al divenire stesso.

 

Solo alla fine, nel ’90, e cioè quando Urano arrivò per ultimo sul mio Ascendente, cominciai a studiare astrologia; e quindi tutto ciò che ho detto in merito è frutto del senno del poi.

Con il senno del durante, anzi del prima, scrissi invece queste parole, quando tutto stava solo per cominciare e precisamente nel novembre 1985:

 

 

“Chi non sa scegliere, non ha ancora cominciato la sua strada. Chi non vuole scegliere, l'ha già conclusa.

Ma non si sceglie di trovare; solo di cercare.

L'atto del vivere ricerca istintivamente la propria verità, e con essa la comprensione degli eventi, e quindi è nella ricerca la vera scelta di vita; e ne è anche il significato, essendo di significati carica. Proprio per questo non può che essere una scelta etica, a favore dell'uomo o di Dio, ma rinnovata nella consapevolezza del mistero.

L'apparente inesorabilità che scaturisce dalle gerarchie della manifestazione non chiarisce ma oscura ed occulta, eppure è proprio lì dietro, lì dentro, lì sotto… che si cela la linea che tutto separa e che è l'unica anche ad unire; facendosi così mappa, percorso, tracciato.

Allora la smania del vero riemerge con gioia e stupore dall'inconscio, per insegnarci ad amare anche le zone d'ombra, e gli universi che non appartengono allo spazio e al tempo, ma solo all'animo umano, nel suo procedere verso la comprensione.”

 

A rileggerle oggi, queste parole sembrano un delirio; e forse lo erano. Ma erano anche profetiche e, con un opportuno alleggerimento emozionale, persino logiche, giuste, comunque significative.

Penso spesso a quel periodo, non solo perché fu uno dei più difficili della mia vita, ma soprattutto perché oggi so che se avessi potuto dargli un limite temporale, non solo un termine ma un progredior evolutivo, avrei anche potuto dargli un senso, avvertirne la dignità; e non perdere il mio senso e la mia dignità, mentre lo vivevo.

E lo ricordo anche come astrologa, oggi, come prova vissuta sulla pelle della spinta naturale per cui una vita, come un fiume, segue la propria rotta anche se noi non ne possediamo la carta geografica o nautica – né, appunto, quella astrologica – e ci porta a seguirla sia che siamo su una zattera o su una nave da crociera, sia che arranchiamo a bracciate maldestre tentando di nuotare e, soprattutto, di non affogare. Quando ascolto certe critiche all’astrologia, quando sento paragonare lo studio delle effemeridi ad una sorta di morbosa contemplazione, da cui inevitabilmente ci faremmo influenzare nel bene e soprattutto nel male… ricordo che allora io non sapevo nulla del tanto che poi mi avrebbe permesso di capire l’astrologia, eppure vissi quei transiti alla lettera, per quanto più drammaticamente perché inconsapevolmente.

E se pure la consapevolezza non mi avrebbe esentato dalla crisi di crescita che dovevo affrontare, forse mi avrebbe permesso di crescere in modo diverso, più fiero e meno confuso, comunque meno forzoso.

 

E dunque torno al punto – ammesso che me ne fossi allontanata.

Nel suo insaziabile bisogno di rassicurazione, l’uomo può esprimere il massimo del coraggio e dell’orgoglio, come il massimo della fragilità e codardia. E in questa delicatissima condizione può accettare o rifiutare ogni aiuto: filosofico, scientifico o religioso. L’astrologia si offre a lui come una luce – piccola o grande che sia – per osservare meglio ciò che è dentro e fuori di lui, le cose che gli accadono o forse, come disse Rudhyar, le cose a cui lui accade… Lo lascia però libero di usare o meno una tale fiaccola, laddove l’astrologia non giudica né obbliga, non dà prove e nemmeno chiede scuse; ed è importante che anche l’astrologo faccia altrettanto, indicando senza imporre, giustificando ma responsabilizzando, spiegando e soprattutto comprendendo.

Ciò che, come astrologa, cerco di suggerire a chi si rivolge a me, non sono le “risposte esatte” che così spesso cerca, ma le domande più giuste – perché più sue; inserendole in quel generoso contenitore di significati che è il suo tema natale. In quest’ottica, sia l’Essere che il Divenire assumono maggiore dignità, ed anche una riflessione previsionale diviene cosa ben diversa sia dalla bramosia che dalla ritrosia predittiva.

Per questo so che allora, alla fine degli anni ’80, una guida del genere mi avrebbe fatto bene; ma non escludo che proprio la sua assenza mi abbia ugualmente guidato a cercarla…

 

Credo che tutti noi ricordiamo almeno un momento particolare della nostra esistenza, che l’ha segnata inesorabilmente con un “prima” e un “dopo”. Ci sono transiti che avvengono una volta sola nella vita, e ognuno di noi ha probabilmente vissuto il proprio, o lo vivrà. E’ raro, seppur non impossibile, che si tratti di momenti felici, e non perché il destino prediliga il linguaggio della sofferenza per farsi ascoltare, ma perché la fatica, il dolore o lo smarrimento si pongono in quanto tali come domande, ci spingono a farle, ci costringono a farcele; mentre la felicità può farne a meno volentieri, essendo già risposta… forse l’unica e vera risposta che conta.

Nella sua “Disputa contro gli astrologi”, e quindi con intenzioni ben diverse da quelle che motivano il mio pensiero, Marsilio Ficino scrisse: “Nessuno ammetterebbe che il compito proprio dell’uomo, quello di scegliere, sia vano. Esso, dico, è proprio dell’uomo in quanto uomo: tutti gli uomini scelgono, mentre gli esseri che sono al di sopra non ne hanno bisogno, quelli al di sotto non possono.”

Sono infatti e paradossalmente i momenti più difficili quelli che ci offrono la possibilità di diventare partecipi, se non artefici, del nostro destino. Perché è in quei momenti, appunto, che possiamo scegliere: non certo di cambiare la realtà, di direzionarla a piacimento e con la sola forza dell’intenzione verso circostanze o prospettive diverse; pensare che la libertà umana arrivi a questo significa peccare di ingenuità o di superbia, ed è altrettanto inutile quanto barare ad un solitario. Ma non per questo è meno potente e creativa la libertà che invece possediamo “in quanto uomini”: di modificare la realtà modificando il nostro modo di osservarla e di giudicarla; e in questo sì che l’intenzione diventa strumento magicamente efficace e, oltretutto, disponibile in ogni momento.

Così come facciamo con gli eventi passati, che cambiano oggettivamente – per noi – man mano che cambia il nostro ricordo soggettivo, analogamente è possibile dare al presente un’immagine diversa, una dignità più profonda, un valore più prezioso, se lo guardiamo come un’occasione di vita e non come un contrattempo o un affronto alla vita stessa. Gli stoici la chiamavano “accettazione della necessità”; Assagioli la tradusse poi in “collaborazione con l’inevitabile”… Ma io credo che sia qualcosa di più, o forse di altro.

Non si tratta infatti di nobilitare la fatica con trucchetti filosofici o di compensare la frustrazione con una sublimazione sacrificale. No: si tratta di esserci. Di esserci anche noi in quell’avventura destinica, proprio in quel momento ed esattamente in quel modo, per rispondere in prima persona non tanto o soltanto ad eventuali vite precedenti ma in particolare a questa, che è in fondo l’unica a competerci e su cui possiamo intervenire. E si tratta di guardarla con gli occhi amorevoli di una madre per cui il figlio è sempre meraviglioso, e che cerca di capirlo ed aiutarlo quando soffre, mai limitandosi a soffrire per lui o con lui…

 

Se è vero, e lo credo fermamente, che essere inclini a qualcosa non significa essere “condannati” a farla, è altrettanto vero che la differenza cruciale non è tra fare o non fare, e forse nemmeno tra fare in un modo piuttosto che in un altro, bensì nel capire cosa stia davvero accadendo, e quindi trasformare in Essere sia l’esperienza vissuta che quella subita o agita. Solo un tale interesse (essere dentro) può permetterci infatti di capire anche il perché di ciò che accade e ci accade, e poco importa che sia prima, durante o dopo la relativa esperienza: in fondo, se c’è una cosa che l’astrologia ci insegna è che la coscienza può usare il tempo quando vuole, ma non può farsene usare se non vuole…

E forse, proprio per questo, non è l’uomo a costruire il proprio destino, bensì il destino a costruire l’uomo: a volte senza la sua autorizzazione preventiva, spesso con la sua complicità inconscia, ma pur sempre con il suo tacito consenso.

 

 

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