IL CAPRICORNO E IL SUO MITO


di Rosamaria Lentini

 

 

Tema del lavoro è l’analisi in senso evolutivo del mito da attribuire al Capricorno, il mito è quello della Grande Madre Cibele e di Attis, suo figlio e suo amante.

Oltre che illustrare il mito, però, è mia intenzione soffermarmi sul suo significato psicologico e astrologico e, inoltre, dare spazio a ciò che ancora oggi rimane del culto pagano di questa antica divinità. Mitologia, dunque, psicologia, astrologia e antropologia sono le prospettive intorno alle quali intendo articolare il discorso in una successione che pone l’antropologia al primo posto, seguita dall’esposizione del mito e, infine, da un esame astrologico e psicologico del Capricorno, relativamente al suo significato più elevato.

Prima di entrare nel cuore dell’argomento, però, voglio dire due parole intorno alla scelta di aggiungere un riferimento antropologico al tema del giorno: come studiosa del mito e dell’antropologia noto molto spesso quanto il mito sia ancora vivo e presente nel folklore e questa constatazione ancora una volta m’induce a pensare che lo Zodiaco, che è un mito di per se stesso e inoltre accoglie una miriade di miti, debba la sua longevità soprattutto al suo contenere ed esprimere la prima radice del senso religioso dell’uomo che il folklore, anche se in forme contraffatte e spesso non immediatamente leggibili, trasmette silenziosamente e profondamente, affondando nelle stesse remote radici.

 

 

Montevergine e la festa della Candelora

 

L’abbazia di Montevergine, situata, a ridosso di Avellino, sul massiccio montuoso del Partenio, è il più noto santuario mariano della Campania ed anche uno dei luoghi sacri più frequentati d’Italia, sempre relativamente alla devozione della Vergine.

La sua lontana origine risale alla scelta di un eremita, Guglielmo di Vercelli, che intorno al 1119 si ritirò su questo monte seguendo il suo desiderio di solitudine, ma tale desiderio dovette essere accantonato al cospetto delle schiere di pellegrini che ben presto iniziarono a rivolgersi a lui e a chiedere di divenire suoi discepoli. In breve si formò una comunità che rese necessaria la costruzione di una chiesa e di un monastero.

Era nata l’abbazia che, nel giorno della Pentecoste del 1126 fu consacrata da Giovanni, vescovo di Avellino.

La prima icona della Madonna, detta di San Guglielmo in omaggio all’eremita, fu opera di un artista di nome Gualtiero che ne fece omaggio al monastero durante la costruzione, ma questa prima immagine, verso la fine del 1200 fu sostituita da un’altra effige di ben più illustre provenienza.

La nuova icona, infatti, si iscrive nella tradizione delle “Madonne di San Luca”, dette anche di Odeghetria.

Secondo una leggenda, l’evangelista Luca fu il primo ritrattista della Madonna e il suo primo dipinto fu detto di Odeghetria, da odos, “via”, a precisare che Maria è la guida della nostra strada terrena. Più tardi, a causa della posizione del braccio di Maria che indica il Figlio, la parola fu riferita a Cristo e assunse il significato di “via, verità e vita”.

Questa Madonna non esiste più, perchè fu distrutta durante l’assedio di Costantinopoli, però le copie sono tante, in numero di circa seicento, sparse un po’ ovunque e sono le Madonne Nere, le Madonne, come un tempo le Dee Madri, alle quali era affidata la custodia e la protezione della vita vegetale durane i mesi invernali.

Ricerche molto accurate e pertanto del tutto attendibili, lasciando da parte la questione circa la paternità del dipinto, sostengono che la Madonna di Montevergine sia la copia, ottenuta in modo speculare, della Madonna di Odeghetria.

Ma anche un’altra leggenda arricchisce questo luogo di un alone di misteriosità e lo connota in un modo del tutto particolare. Si narra che nell’anno 1256 due giovani omosessuali, scoperti ad amarsi, vennero prima cacciati dalla comunità e poi denudati e legati ad un albero sul monte Partenio con l’obiettivo che fossero sbranati dai lupi o morissero per la fame e per il freddo; ma la Vergine, commossa dall’intensità del loro amore, li liberò dalle catene consentendo ai due innamorati di poter vivere la loro storia d’amore alla luce del sole.

La leggenda, che probabilmente ha qualche tratto di concretezza storica, è tuttora viva e costituisce un prezioso antefatto ad uno degli aspetti, forse il principale, della festa che annualmente si celebra a Montevergine, in un culto che è contemporaneamente pagano e cristiano e che trova il suo punto d’incontro nel rendere omaggio alla Madonna, a Mamma Schiavona, come la chiama la voce popolare, che <tutto accoglie e tutto perdona>.

E’ intorno a questa Madonna Nera, la Mamma Schiavona, che il 2 febbraio, il giorno della Candelora si riuniscono i femmenielli giunti da vari posti della Campania, ma innanzitutto dai vicoli di Napoli e precisamente dai quartieri spagnoli.

Arrivano in tanti, e non sono soli, perchè con loro c’è una moltitudine di persone: abitanti dei vicoli, donne, bambini, contadini della zona, fedeli e turisti, ma, nonostante la folla di così varia provenienza, loro, i femmenielli, rimangono i grandi protagonisti della giornata.

Un tempo arrivavano con il <carrozzone>, un carro trainato dai cavalli e addobbato di fiori colorati e nastri, oggi ci sono le macchine e i pullman, ma loro sono rimasti gli stessi: vestiti con colori sgargianti, vestiti di nero, ammantati in splendide pellicce, vestiti o travestiti, addirittura vestiti da sposa, sono loro, un’umanità che canta e balla al suono della tammorra, e di tipici strumenti partenopei. Ma fra tutti questi antichissimi strumenti trionfa la tammorra, e la tammorriata segna il momento dell’apoteosi di questa indescrivibile festa. Al suono di questo millenario tamburo le danze e i canti si fanno frenetici, fino a quando all’improvviso si alza la potentissima voce di Marcello Colasurdo. Sono quasi quaranta anni che Colasurdo per la Candelora compie il pellegrinaggio che di lui ha fatto un re, il Re, ed è infatti con fermezza da re che, in piedi sul sagrato, grida: “Mamma Schiavona, Mamma Schiavona, noi venimmo a te ca devozione” e a ricordo dell’ostruzionismo operato dalla Chiesa, continua “‘na messa ‘a fanno lloro e ‘na cantata ‘a facimme nuie: Mamma Schiavona ‘o ssape ca fede è ‘a stessa.” (1)

 

Ma chi sono i femminielli? E cosa festeggiano nel giorno della Candelora?

 

Parlare dei femminielli è aprire un grande capitolo della cultura napoletana, è fare luce su aree dimenticate, è, soprattutto, sanare una grande frattura fra vecchio e nuovo o, più precisamente, fra il credo dell’antica Grecia portato in suolo italico dagli abitanti della Magna Graecia, conservato e trasmesso da Roma e, interrotto dal cattolicesimo che imboccò una nuova e diversa strada religiosa.

Definire il femmeniello un omosessuale è assolutamente improprio e riduttivo, perchè questa figura, prima ancora che designare una preferenza sessuale, appartiene a buon diritto alla cultura popolare, nella quale nasce e vive e dove riceve sempre un’accoglienza affettuosa e partecipe.

Napoli, infatti, è una città nella quale ha sempre imperato la tolleranza e l’omosessualità, in qualsiasi forma si presenta e anche laddove è canzonata e ironicamente sbeffeggiata, alla fine non ha mai suscitato alcun rigetto, nessun sarcasmo, una critica spietata o, peggio ancora, una violenza mirata.

Possiamo facilmente immaginare che questa considerazione scaturisca da quanto rimane di una lunga storia che l’omosessualità e il travestimento hanno alle loro spalle, una storia che appartiene al sacro e che, come tale, non può suscitare apprezzamenti di vero dileggio e comportamenti violenti.

L’esempio più probante della sacralità del femminiello è dato dalla <figliata d’e femmenielli>, che fino a pochi anni fa ritualmente si svolgeva in località poste ai piedi del Vesuvio, ai piedi, ossia, di questo grande, amato e temuto Dio del Fuoco, in grado di dare la vita e la morte.

Così Della Ragione (2) descrive l’evento: “Sdraiato sul lettino e assistito dalle parenti, il femminiello vive le ore del travaglio ed il momento del parto. Alcuni soggetti s’immedesimano a tal punto nel rituale, da presentare, per effetto di una profonda quanto inconscia memoria ancestrale, tutti i segni della sofferenza, con un’evidenza sconcertante, dall’accelerazione del battito cardiaco alla sudorazione, dal pallore anemico alle contrazioni dei muscoli addominali. Durante le doglie le parenti accompagnano il travaglio con ritmiche litanie, la cui origine si perde nella notte dei tempi, dal trivolo battuto, letteralmente dolore picchiato, al classico taluorno, un triste accompagnamento vocale delle veglie mortuarie caratterizzato da una lamentazione ritmica scandita da colpi portati alle guance dalle due mani contemporaneamente, mentre la testa oscilla ampiamente avanti e indietro.”

Alla fine nasce il bambino, spesso è un bambolotto, a volte un grande fallo che viene festeggiato con vermouth e babà.

Andando più indietro nel tempo si può ricorrere ad Abele De Blasio, medico, antropologo e docente universitario, che sul finire dell’800 ci parla dello spusarizio mascolino: due femmenielli venivano uniti in matrimonio nel corso di una cerimonia che si svolgeva privatamente, di solito in un basso dei quartieri spagnoli; al termine della cerimonia e del rinfresco gli sposi si ritiravano nella camera da letto fino all’indomani, quando il più anziano del gruppo andava ad accertarsi che il matrimonio fosse stato consumato.

Ecco a grandi linee il femminiello, questo straordinario essere, che ha in sé la possibilità di procreare e di generare, è seme e frutto, uomo e donna contemporaneamente ma, paradossalmente, non è né l’uno né l’altro e non è neppure un omosessuale… E non lo è per il semplice fatto che è un femminiello, ossia un androgino.

Nella sua essenza, infatti, è il simbolo di qualcosa che non appartiene del tutto a questo mondo, perchè in lui vive e si muove una grande diversità, nella quale l’omosessualità rappresenta l’aspetto più evidente, ma anche quello più fuorviante. Appartiene alla cultura napoletana, dicevo all’inizio, ma è più giusto dire che è nell’humus napoletano, così gravido di umori mediterranei che è sopravvissuto da una lontanissima antichità, vivo e forte anche quando non si chiamava così.

Negli ultimi anni, purtroppo, la componente della sessualità ha preso il sopravvento e quindi molto spesso il termine femminiello è usato come sinonimo di omosessuale e per lo più di un’omosessualità che vistosamente si prostituisce con seni e labbra gonfiati dal silicone, tacchi a spillo, minigonne mozzafiato e in siffatta versione la dolcezza, quell’aria di affettuosa protezione, l’’ironia e l’autoironia si sono perse, soffocate dalla volgarità e da un’aggressività volta a difendersi dalla violenza che circola in tutta la società.

Ma… c’è un “ma”! Ed è dato proprio dalla festa che il 2 febbraio vede riunita questa straordinaria e variopinta umanità che si riunisce sul monte Partenio per un atto di culto alla Vergine.

La Vergine salvò i due omosessuali, come narra la leggenda, e questo potrebbe essere una possibile spiegazione, ma perchè renderle omaggio proprio il giorno della Candelora?

Quasi nessuno più fa caso a questa ricorrenza che ha origini antichissime, quando, però, la data era posticipata e coincideva con le Idi di febbraio.

Il 15 di questo mese, infatti, a Roma si celebravano i Lupercalia (3), una festa in onore del fauno Luperco, protettore della campagna, dei boschi e delle greggi, una divinità rurale, dunque, preposta alla fertilità della terra. Era una festa della natura, che proprio in quel periodo e, secondo la scansione dell’anno agrario, aveva generato la possibilità del nuovo raccolto, poiché il seme aveva iniziato a mettere radici e da questa trasformazione sarebbero poi venuti alla luce, dal grembo della terra, i primi germogli.

Proprio in vista di questa <nuovo> si compivano riti di purificazione e fra gli altri quello della februatio, ossia la purificazione della città: le donne giravano per le strade portando candele a dimostrazione che l’inverno stava cedendo il passo alla primavera e, cosa molto più importante e connessa alla prima, che la vita dal buio stava risorgendo alla luce.

Se per un momento chiudiamo gli occhi e compiamo un salto indietro nel tempo, forse possiamo vedere anche noi queste donne che si aggirano per la città illuminandola con la luce delle candele, scacciando tutto ciò che è oscurità e impedimento alla perpetuazione della vita.

Tale festa, la festa dunque della luce e della purificazione, fu abolita dal Papa Galesio I verso la fine del V secolo e fu sostituita con la commemorazione di un’altra purificazione, quella compiuta dalla Vergine: secondo la legge ebraica una donna che avesse partorito un figlio maschio era considerata impura e doveva, pertanto, sottoporsi al rito di purificazione, così quaranta giorni dopo la nascita di Gesù la Vergine dovette recarsi al Tempio per riconquistare la sua purezza.

L’abolizione della festa pagana e la sostituzione con quella cattolica portarono ad un’anticipazione della data perchè i 40 giorni, a partire dal Natale, terminano il 2 febbraio, giorno nel quale attualmente durante la Messa vengono benedette le candele, unica residua testimonianza del rito pagano.

Ecco cosa festeggiano i femmenielli il giorno della Candelora: la fine del buio e il ritorno della luce, la morte dell’inverno e la rinascita della vita nell’ormai prossima primavera.

Ma perchè festeggiano ciò e perchè a Montevergine?

Cosa c’è in questo luogo che può indurre a tali antichissime credenze che, guarda caso, si riallacciano alla figliata dei femminielli e che potrebbero avere autorizzato la leggenda dei due giovani amanti omosessuali?

Sul Monte Partenio, il monte della Vergine, come dice il suo nome, poco lontano dal santuario ci sono i resti dei templi di due Grandi Madri, Cibele e Artemide. Ed è nel mito di Cibele che si possono trovare le risposte e che si chiude quel cerchio che unisce il femminiello al santuario di Montevergine, alla Candelora e, perchè no, alla leggenda dei due giovani che, scoperti ad amarsi, furono salvati dall’intervento della Vergine, l’ultima Grande Madre del nostro occidente.

 

 

La Grande Madre Cibele e Attis, suo figlio e suo amante

 

Nel 204 a.C. giunse a Roma la pietra nera da tempi immemorabili identificata come Cibele.

Erano gli anni delle guerre puniche, lunghe, dolorose e dagli incerti risultati; una profezia aveva detto che le cose si sarebbero volte a favore se fosse stata portata a Roma la grande dea dell’Oriente. A tal fine ambasciatori si recarono a Pessinunte, la città della Frigia sacra a Cibele, a chiedere che fosse concessa la possibilità di avere la pietra nera che, infatti, giunse a Roma nell’aprile dello stesso anno e fu collocata nel tempio della Vittoria sul Palatino.

Questo evento segnò l’inizio ufficiale del culto di Cibele, ma è molto probabile che fosse già penetrato in territorio italico fin dai tempi della Magna Graecia.

Narra il mito che nei pressi di Pessinunte vi era una scogliera chiamata Agdos, di lei s’innamorò Zeus che una notte la fecondò con il suo seme dando vita ad Agdistis. Costui era un essere così selvaggio che gli dei chiesero a Dioniso di punire la sua tracotanza, e il dio ideò questo piano: prima fece ubriacare Agdistis e, quando questi si addormentò profondamente, gli legò il membro maschile ad un albero, cosicché, quando si svegliò e si alzò bruscamente, la sua irruenza tese la corda al punto che gli recise il membro e dal sangue sgorgato dalla ferita della sua evirazione nacque il melograno.

La storia continua con la nascita Attis che si fa risalire alla vergine Nana, figlia del dio fluviale Sangarios: passeggiando lungo le rive del fiume, Nana trovò un melograno, lo raccolse e se lo mise in grembo, ma il frutto entrò dentro di lei che da quel momento iniziò la gravidanza

Quando Sangarios si accorse dell’accaduto fece imprigionare la figlia con la volontà di farla morire di fame, ma Agdistis la nutrì di nascosto permettendole di portare a termine la gravidanza e così nacque Attis. Cresciuto, divenne un giovinetto così bello che Agdistis s’innamorò di lui e, quando il suo amato decise di sposare Atta, la figlia del re Mida, il giorno delle nozze si presentò e con il suono del suo flauto fece impazzire tutti i presenti. Colto da follia Attis iniziò a vagare per la selva gemendo e strappandosi i vestiti, fino a quando afferrato un pugnale si evirò sotto un pino, offrendo il frutto della sua evirazione ad Agdistis e morendo dissanguato subito dopo.

Dal suo sangue, tutt’intorno al pino, nacquero viole.

Di questo mito, arrivatoci già in versione greca, ci sono diverse varianti, però quello che rimane fermo – il mitologema – è l’esistenza di Cibele, questa grande divinità della Terra, la Madre di tutti gli dei e degli elementi, come veniva designata, alla quale sono collegati Agdistis prima e poi Attis, entrambi evirati.

Cibele s’inserisce, dunque, nel novero delle Grandi Madri ed è una divinità protettrice della fecondità, degli animali selvatici e della natura selvaggia, all’interno della quale si aggira su un carro trainato dai leoni.

E così come per Demetra-Kore-Persefone, in Cibele-Agdistis-Attis abbiamo l’attribuzione divina all’avvicendarsi del ciclo della natura nel suo tipico aspetto di nascita-morte-rinascita.

Ma le somiglianze finiscono qui, perchè ci sono molte differenze che si esprimono innanzi tutto nel rito, che conosciamo bene dal resoconto che ne fanno diversi autori greci e latini.

Le feste in onore della dea a Roma iniziavano il 15 marzo e terminavano il 27 dello stesso mese. Prevedevano una serie complessa di rituali, ma solo sui tre dei quali mi soffermerò. Il 22 marzo i dendrofori, i portatori d’alberi, si recavano nel bosco di Cibele per tagliare il pino consacrato ad Attis. La cerimonia era lunga e prevedeva il taglio dei rami, in modo che rimanesse solo il tronco (il fallo) che veniva fasciato di sacre bende di lana e ornato di ghirlande, di violette e degli oggetti pastorali di Attis (vincastro, cembali e siringa), poi al centro del tronco stesso si metteva l’effigie di un giovane che rappresentava il dio, e infine l’albero veniva portato nel tempio di Cibele. Lì rimaneva per la venerazione del popolo che, esattamente come si fa al cospetto del cadavere prima della sepoltura, si abbandonava a scene di lamento e di pianto, testimonianza di un dolore straziante.

Il 24 la festa raggiungeva il suo culmine nel dies sanguinis, il giorno del sangue: l’Archigallo, il gran sacerdote, si lacerava la carne delle braccia per offrire il sangue alla dea e dopo di lui, fra musiche e danze frenetiche, si consumava un rito molto cruento, perchè tutti i sacerdoti di Cibele, i Galli, più molti spettatori si flagellavano con lo scopo di donare sangue alla dea e non era raro che, eccitati da tutta l’atmosfera, dalle danze e dalle urla, dal suono dei cembali, dei tamburi, dei corni e dei flauti, anche molti partecipanti si ferissero o addirittura si castrassero.

Il 25 marzo si celebravano le Hilaria, era il giorno coincidente con l’equinozio di primavera, ovvero con il primo giorno dell’anno in cui il periodo di luce inizia ad essere lungo quanto quello della notte, era perciò un giorno di gioia e di ilarità, perchè l’oscurità invernale cedeva il passo allo splendore della luce solare.

La festa iniziava nottetempo, quando una luce improvvisa squarciava le tenebre: era il segnale che il dio era risorto e con lui era risorta la continuazione della vita vegetale ed umana. La corruzione della morte era stata sconfitta e si onorava questo grande evento con una processione nella quale venivano festeggiate le nozze di Cibele e Attis e al suono di flauti, cembali e tamburi la statua della dea sfilava per le vie di Roma. Le nozze erano la dimostrazione che il ciclo vita-morte-rinascita proseguiva inalterato nel suo continuum e che nulla aveva interrotto quel cerchio uroborico che riassorbe tutti gli opposti e nel quale il tempo è eternità e lo spazio infinità, quel cerchio uroborico che assicura l’Eterno Ritorno e che è alle radici di ogni civiltà passata.

Questi cenni e in particolare ciò che avveniva nel dies sanguinis mostrano la crudezza rituale tipica di un’epoca remota e della quale non vi è più alcuna traccia, per esempio, nel più raffinato culto di Demetra e in quello di tante altre Grandi Madri disseminate nell’area mediterranea.

Era un’orgia di sangue, in effetti, che continuava un’arcaica tradizione quando l’uccisione di bambini e di giovinetti, o anche l’evirazione del maschio, erano un rituale praticato periodicamente, perché la terra, così come dava la vita, parimenti la richiedeva e, pertanto, il sangue da lei donato, doveva esserle offerto al fine di propiziarsi la sua benevolenza. Le vittime sacrificali erano sempre appartenenti al sesso maschile e i motivi di tale scelta erano due: il seme maschile penetrava nella terra, fecondandola, e la donna, inoltre, con la sua capacità generativa, era la visibile e diretta prosecuzione umana di ciò che faceva la Grande Madre Natura e, quindi, era intoccabile.

A questo proposito così scrive Frazer: “Questi mutili strumenti di fertilità venivano poi impacchettati e sepolti rispettosamente in terra o in camere sotterranee sacre a Cibele, dove, come per il sacrificio del sangue, venivano forse considerati capaci a richiamare Attis in vita e ad affrettare la resurrezione generale della natura, che allora faceva germogliare le foglie e sbocciare i frutti sotto il sole primaverile… Queste divinità femminili esigevano dai loro ministri maschi, che impersonavano dei divini amanti, il mezzo per disimpegnare le loro benefiche funzioni: dovevano esse stesse essere impregnate dall’energia generatrice prima di poterla trasmettere al mondo. Tra le dee, così servite da sacerdoti eunuchi, v’era la grande Artemide di Efeso e la gran dea siriana Astarte di Ierapoli…” (4)

E così dice ancora Neumann: “Il sacrificio della virilità arriva ad una completa identificazione con la Grande Madre nella pratica d’indossare abiti femminili seguita dai Galli, i sacerdoti castrati della Grande Madre in Siria, a Creta, a Efeso, ecc. e tuttora conservata nell’abbigliamento del clero cattolico. Il maschile viene sacrificato a lei, e con ciò si diventa suoi rappresentanti, si diventa femminili, si porta il suo abito.” (5)

Si diventa femminili, scrive Neumann; e come non notare quanto queste parole siano idonee a unire l’antico androgino al contemporaneo femminiello, il sacerdote di Cibele a quello della Chiesa cattolica, il tempio di Cibele sul monte Partenio al santuario di Montevergine, la festa dei femminielli al giorno della Candelora?

Molto poco ci soffermiamo a sentire e a pensare che, al di là di tutte le fratture che si sono interposte nella millenaria storia dell’uomo, quell’antico continumm non si è mai del tutto spezzato e che sta a ognuno di noi, dunque, ritrovarlo e con lui sentire la sua e la nostra immortalità.

 

 

Il Capricorco, l’androgino, l’Uno

 

Ed ora, dopo questo lungo e spero interessante giro, siamo arrivati all’ultima parte del lavoro, quella più prettamente vicina all’astrologia e di un’astrologia a contenuto psicologico.

Non mi soffermerò sui tanti aspetti che caratterizzano il Capricorno, ma prenderò in esame solo quelli che si collegano a quanto di più elevato si può raggiungere ed esprimere in questo decimo segno, tenendo sempre presente il mito che lo sorregge e che compare già nella sua iconografia, poiché quella capra con la coda di pesce e le due lunghe corna è il simbolo, come la dea frigia, dei quattro elementi: la Terra, l’Acqua, il Fuoco e, anche se non espressa come per gli altri tre, l’Aria.

Ma perchè a questo segno iconograficamente così particolare e onnicomprensivo è stato assegnato il decimo posto e quindi il numero 10 che, nella sua scansione di 1+0, dà luogo all’Uno e quindi al compimento di un processo con relativo inizio di un altro. Cosa si compie nel Capricorno?

A questa domanda è impossibile rispondere senza fare un passo indietro e fermarsi un attimo a considerare cosa succede nel Sagittario, perchè la consequenzialità delle due segni è molto importante soprattutto relativamente al fatto che i loro confini sono costituiti dal Medio Cielo.

Il lungo viaggiare e l’affinare la conoscenza della vita e dell’animo umano portano il Sagittario a sentire dentro di sé la ferita di Chirone che, come narra il mito, nonostante sia un Maestro, viene colpito da un dolore che non ha tregua e che costituisce anche l’anticamera della sua morte. In effetti nella nona casa l’uomo, lasciata l’eternità del processo riservato alla vita naturale , scopre l’esistenza del <suo> male e della <sua> morte e di conseguenza scopre la limitatezza della vita che in ogni momento può essere colpita dalla <freccia> del caso. Non è senza ragione che questa scoperta avvenga nell’autunno della vita quando, con un pensiero puro e libero dai tanti affanni del quotidiano e con lo sguardo rivolto al cielo, noi stabiliamo un contatto diretto con la grande ed eterna forza procreativa del Sole, quella forza che consente la Vita e che per un tratto ha dato la possibilità di esistere alla nostra. Paradossalmente è proprio nel Sagittario, in quel segno nel quale l’uomo raggiunge la tensione massima verso il divino, che avviene la separazione fra la vita della Terra e quella del cielo, ed è con questa intima, profonda e umile consapevolezza che superiamo il confine stabilito dal Medio Cielo ed entriamo nel segno del Capricorno.

Siamo giunti nel primo dei tre segni della vecchiaia, in quella X casa nella quale, superato il nostro autunno e dunque oltre la seconda metà della vita, possiamo aprirci ad una visione dell’atto del vivere che escluda il nostro piccolo e particolare interesse. E’ giunto il tempo, ormai, che l’individuo chiuda con quella lunga e importantissima fase di vita che lo ha visto impegnato nella costruzione e nel rinnovamento di se stesso ed inizi una nuova fase della sua esistenza.

Ogni segno cardinale è un cardine e dunque una porta, quella che apre il Capricorno è, come dice Porfirio, la porta dell’anima, simboleggiata appunto da quella coda di pesce che il Capricorno ha trascinato lungo l’asse verticale della croce, quello che congiunge l’Imo al Medio Cielo. E’ l’asse del tempo lungo il quale la nostra anima, nata in Cancro e impregnata di sensitività ha percorso una cammino che l’ha fatta dischiudere prima alla razionalità – e possiamo pensare al lavoro della Vergine – e poi a quella visione spirituale che gli ha offerto il Sagittario.

Con quest’ultima anima l’uomo giunge, dunque, nella sua decima casa, alla fine del suo viaggio alla conquista della Terra; ora, può iniziare ad intraprendere quello verso il Cielo, in un dialogo interiore da farsi nella solitudine e nel silenzio della montagna quando, chiuse le porte al ricco e tangibile mondo esterno, l’essere soli non ha più alcuna connotazione di tristezza e di abbandono.

Il Medio Cielo è quel punto che indica dove si trovava il Sole al mezzodì del giorno della nostra nascita, è un Sole invernale, del tutto interno, anticipatore del nuovo raccolto, e non è certo per un caso, infatti, che proprio nel Capricorno nasca Cristo, il figlio di Dio, di un Dio, non importa quale, che è luce, amore, fratellanza, solidarietà, unità e nutrimento per il genere umano.

Urano e Saturno, il padre e il figlio, sono di nuovo insieme a formare quel Nuovo Uomo che è giunto finalmente ad essere figlio del divino e a coglierne tutta l’immensità. La lotta fra i due è terminata.

Urano e Saturno sono divinità maschili, la loro storia e i loro nomi sono inequivocabili, però come fare a non pensare che dietro di loro c’è Gea, una Terra Madre dalla quale nacque lo stesso Urano, colui che dal figlio Saturno e per volontà materna un giorno fu evirato?

Si dice sempre che Saturno sia un pianeta di Terra e quanto più la dimestichezza interiore con questo pianeta diventa profonda e consapevole tanto più si sente quanto ciò sia straordinariamente vero e necessario.

Saturno è colui che ci conduce a rispettare le leggi della Terra, le <piccole leggi> che regolano i rapporti sociali e le <grandi leggi> che regolano la vita della natura vegetale o animale che sia. In quest’ultima accezione regola il tempo in modi diversi a seconda dell’età dell’individuo.

Quando il Capricorno diventa realmente un Segno della vecchiaia, nel senso che c’è corrispondenza temporale fra segno e individuo, allora l’antagonismo, che ha sempre contraddistinto l’innovatore e spesso ribelle Urano e l’ordinatore Saturno, finisce ed è da questa fine che nasce il Figlio Divino, colui che proprio tramite l’accettazione delle leggi della Terra può diventare figlio del Cielo.

“L’archetipo dell’androgino si aggira per le terre…” Così scrive Elémire Zolla e di seguito continua: “In una prospettiva metafisica l’incontro con l’androgino è sempre stato inevitabile. Quando la mente s’innalza al di sopra dei nomi delle forme, non può che toccare il punto in cui anche le divisioni sessuali vengono superate. Sulla via verso la trascendenza totale, i mistici incontrano l’esperienza visionaria dell’amore e del matrimonio divino, in cui essi divengono le estatiche spose della divinità” (6)

E con queste parole torniamo al mitologico Attis e a sua madre Cibele, ma torniamo anche al chiassoso femminiello che il giorno della Candelora festeggia se stesso e la prossima rinascita della vita sul sagrato della chiesa di Montevergine, invocando la protezione di quella Madonna Nera, che, parimenti alla Grande Madre Persefone o alla latina Proserpina, custodisce nelle sue viscere la prossima nuova vita.

Studi piuttosto recenti parlano della decima casa come di colei che segnala l’eredità materna, ossia ciò che la madre ha lasciato al figlio come compito da realizzare nella vita. E’ un concetto che si può interpretare in vari modi e può riferirsi ad un preciso desiderio materno che il figlio deve portare a compimento in una storia del tutto terrestre e terrena, ma può avere anche un alto significato simbolico.

In ogni donna – saperlo e averlo contattato è un grande traguardo e un grande livello di consapevolezza – c’è il principio della vita, c’è l’essenza della Grande Madre Terra che porta alla luce ciò che il Cielo ha fecondato; poter raccogliere l’eredità di tale principio è il risultato cui giunge il Figlio, e lo può fare ricollegandosi a quell’Uno che, prima ancora di essere acquisito dalla filosofia, era così bene compreso ed espresso nei tanti miti che sono alla base della nascita dell’universo.

Fra le tante Dee Madri, Cibele è quella che mi pare essere più vicina a rappresentare l’androgino, quell’Uno ossia nel quale seme e frutto sono inscindibili. Ma perchè proprio lei?

La voce più autorevole che nell’antichità ci ha parlato dell’androgino è Platone, quando afferma nel Simposio: “In origine c’erano tre sessi umani, non due, maschi e femmine soltanto come ora, ma ce n’era un terzo che partecipava dell’uno e dell’altro e che, scomparso oggidì, sopravvive appena nel nome. C’era allora un terzo sesso, l’androgino, che di fatto e di nome aveva del maschio e della femmina, e questo non esiste più fuorché nel nome … I sessi erano tre e così fatti per questa ragione; che il sesso maschile traeva origine dal sole, il femminile dalla terra e l’androgino dalla luna, perchè anche questa partecipa del sole e della terra.”

Tutte le Dee Madri, senza eccezione, appartengono alla Luna, a quell’astro che, proprio in quanto parte del Sole e della Terra, ha in sé una doppia possibilità, il nascere e il perpetuarsi della vita e, in questa funzione, può assurgere a simbolo di quelli che successivamente saranno designati come <principio maschile e principio femminile>.

Non in tutte le Dee Madri queste due forze sono immediatamente leggibili come in Cibele, la dea che, seduta su un carro trainato da leoni, ha il capo sormontato da una torre. Nessun animale infatti, almeno nel nostro panorama di riferimento, esprime la potenza maschile-solare come il leone e d’altra parte la torre, con il suo aspetto assiale, rimanda all’unione della sfera terrestre con quella celeste.

La conservazione di questi due elementi così significativi fa di Cibele la dea che in forma diretta ed esplicita rappresenta la natura nell’interezza del suo ciclo, colei che armonizza tutti gli opposti, che nello stesso tempo è terra e cielo , vita e morte, seme e frutto, generatrice e generato, è l’Unità, quell’Uno che è agli albori della nostra storia, ed è quella totalità che, espressa in forma umana, è l’androgino, come appunto ricorda Platone e come indica lo Zodiaco nel segno del Capricorno.

La riunificazione rende inseparabili e soprattutto nulli tutti gli opposti, che quindi non esistono più, perchè si apre una conoscenza superiore in nome della quale la luce esiste solo se c’è il buio, la salita esiste se c’è la discesa, la vita esiste se c’è la morte, e tutto è all’infinito ed è lui e il suo contrario.

In senso psicologico il Capricorno, perciò, realizza il Sé che, come scrive Jung, “…non è soltanto il centro ma anche l’intero perimetro che abbraccia coscienza e inconscio insieme; è il centro di questa totalità così come l’Io è il centro della mente cosciente.” (7)

All’atto della nascita, sempre per dirla con Jung, il Sé è tutto – l’Io ancora non è formato – e quindi è l’espressione di tutte le potenzialità umane che debbono ancora trovare la loro forma precipua, l‘inconscio di questa fase originaria è solo l’inconscio collettivo, il patrimonio psicologico di tutta l’umanità. La nascita e l’arricchimento dell’Io permettono la separazione dal Sé e la costruzione di una forza interiore in grado di poter reggere la problematicità del Sé affinché inconscio personale e collettivo non si mescolino fra di loro, generando quella pericolosissima situazione che Jung definisce <inflazione dell’Io>.

Possiamo perciò pensare al Sé come ad una partenza e ad un arrivo e, rapportando questo discorso allo Zodiaco, possiamo vedere il viaggio della nostra anima che da un inizio cancerino e sensoriale giunge al Capricorno con la affinamento acquisito negli anni e nelle innumerevoli esperienze portate dalla vita. Sono state loro che hanno permesso la separazione da quell’unità indifferenziata che rappresenta il momento iniziale della vita, per giungere tramite il lavoro dell’anima razionale a quel processo d’individuazione, nel quale identità e differenze consentono una nuova e consapevole unità indifferenziata, in quella fase, ossia, dove tutte le differenze e tutti gi opposti tornano all’Unità e con essa ritorna l’Androgino.

Ma la nostra anima razionale si è formata lentamente quando, come insegna la mitologia, si è separata da quel divino entro il quale giaceva immersa e nel quale tutto era tutto, parimenti a come Gea ed Urano erano permanentemente uniti o come Attis non poteva separarsi da Cibele, tornare a quel momento iniziale, tornare sottolineo, diventa il momento nel quale effettivamente l’individuo rientra nell’Universo e raggiunge quel punto di sutura nel quale lui, come microcosmo, può riprendere la sua smarrita appartenenza al macrocosmo.

Vale certamente la pena di riportare alcune considerazioni di Jung, tratte dal medesimo scritto già citato: “L’equazione Sé=Dio… è un’intuizione specificatamente orientale… Per l’indiano è chiaro che il Sé come originaria sorgente psichica non è diverso da Dio, e che nella misura in cui l’uomo è nel suo Sé, non soltanto è contenuto in Dio, ma è Dio stesso.”

Con queste nuove certezze il viaggio nel tempo può proseguire e lo fa negli ultimi due Segni della vecchiaia, quando il Figlio Divino è finalmente in grado di restituire le sue nuove ricchezze ed è, perciò, che dalla sua brocca colma si saggezza può far sgorgare la linfa di un nuovo amore e di una nuova vita. E, infine, dopo questo atto nel quale restituisce alla vita ciò che da lei ha preso, l’Uomo del Cielo può inoltrarsi nel dodicesimo segno, in quel <luogo> ove gli oceani marini conservano e nascondono la massima espressione dell'imponderabilità della Vita nel suo aspetto più oscuro e più misterioso.

Tutto questo sconvolgente e affascinante mondo si ripresenta ogni anno a Montevergine, quando al suono e al frastuono di antichi e meno antichi strumenti, arrivati a centinaia, fra canti e danze, i femminielli salutano la Candelora e con lei la Grande Madre e la Madonna che dall’Oriente tornano a portare la Nuova Luce.

A questa Vita che ancora una volta risorge dalle tenebre e dalle profondità della terra la bella voce di Marcello Colasurdo dedica una preghiera contemporaneamente pagana e cristiana e che è sempre la stessa, immutata da anno in anno: “‘na messa ‘a fanno lloro e ‘na cantata ‘a facimme nuie: Mamma Schiavona ‘o ssape ca fede è ‘a stessa.”

 

 

NOTE

1. Una messa la fanno loro e una cantata la facciamo noi: Mamma Schiavona lo sa che la fede è la stessa.

2. Della Ragione A.: Le ‘ragioni’ di della Ragione

3. Il termine <lupercalia> deriva da lupus. Questo animale ha una doppia simbologia che, schematicamente, può essere designata come negativa e positiva. La più frequente è la prima che collega il lupo alla ferocia e alla licenziosità, l’accezione positiva nasce dalla possibilità del lupo di vedere nel buio e in questo senso è, perciò, sinonimo di luce. Non va dimenticato, inoltre, che fu una lupa ad all’attera Romolo e Remo.

4. Frazer: Il ramo d’oro

5. Neumann E.: Storia delle origini della coscienza

6. Zolla E.: L’androgino, la completezza dell’interezza sessuale

7. Jung C.G.: Santi indiani. Prefazione a H. Zimmer, La via del Sé

 


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