ASSE TORO-SCORPIONE:

L’ARCHETIPO DELLA TERRA


di Rosamaria Lentini

 

“… la radice del loro credo sta nella natura…”

 

 

Sull’iniziale rapporto uomo/terra sappiamo tantissimo, perché ci sono i miti che ne parlano e prima ancora dei miti, quando non esisteva la scrittura con cui ci sono arrivati, abbiamo i tanti simboli rinvenuti in caverne, in terrecotte di varia fattura, in reperti di materiali vari sui quali si è espressa e fermata la prima storia dell’uomo.

I miti si possono organizzare secondo due orientamenti, ci sono i miti cosmologici e quelli relativi alla nutrizione, ognuno dei due ha le sue divinità per cui abbiamo, per esempio, nella mitologia greca, Gaia come divinità da cui origina la Vita e Demetra come divinità preposta all’alimentazione. Il discorso sul solo simbolo, quello antecedente al mito, è invece diverso perché quanto più è antico il simbolo tanto più unisce in sé aspetto cosmologico e nutrizionale e li unisce in quella che, a ragione, è stata chiamata la Madre Terra.

Lo Zodiaco nel nostro primo incontro con l’elemento Terra ci porta indietro di millenni, perché ci rimanda ad una Madre Terra e al suo legame con l’animale toro, fondendo in questo modo, come sarà più chiaro in seguito, l’aspetto nutrizionale con quello dell’origine della vita.

Sappiamo tutti che la primavera inizia il 21 marzo e ancora oggi, lontani come siamo da qualsiasi ciclicità, la primavera parla di una nuova stagione, di una vita che ritorna dopo la lunga notte invernale. Penso che sia capitato a tutti, e non solo una volta, di notare con tristezza quanto le giornate invernali siano buie e corte, e quanto sia bella ed espansiva la sensazione dei primi tepori primaverili che ci proiettano verso un nuovo periodo della vita, fatto di risveglio, di piacere, di colore, di desideri. La natura offre le sue prime gemme, i primi fili d’erba fanno capolino dalla terra, il pesco è rosa, il mandorlo è bianco; tutto è appena nato, tenero, fragile, ancora vicinissimo a quel niente da poco lasciato alle spalle. L’Ariete vive in un mondo appena risorto, fragile, perché un improvviso ritorno del freddo o una grandinata possono distruggere ciò che è appena sbocciato e quella forza che ha sorretto il primo emergere della nuova vita non ha la resistenza necessaria per fronteggiare gli urti che l’esterno facilmente arreca. E’ solo nel mese successivo che la natura con il suo rigoglioso sbocciare assicura la continuità della vita vegetale.

Con un alto margine di sicurezza, perciò, possiamo affermare che il nostro antichissimo progenitore, quello che viveva di sola caccia e di raccolta, avvertisse la sicurezza del rinascere della vita non dai primi e tenui segnali del mese di marzo – il tempo dell’Ariete – ma nel mese successivo, quello del Toro, quando la sotterranea paura del non riuscire a sopravvivere per la mancanza di cibo allentava la sua morsa.

 

Così la Terra diventò madre, perché era colei che offriva la presenza, la sicurezza del suolo e di tutto ciò che era su di esso. Acque, montagne, vegetazione, animali, pietre, alberi, caverne… tutto apparteneva alla terra ed era dato dalla terra che, perciò, era sostanza viva e fonte inesauribile di esistenze e di forme che si rivelavano all’uomo in modo semplice ed immediato. Solo a lei apparteneva la vita e in ogni sua forma; tutto era una sola unità, anche la vita umana che nasceva da lei.

 

La terra fu madre parallelamente alla donna e le sue raffigurazioni sono appunto attinte dal mondo femminile. Sono tante e presenti un po’ ovunque in quella che la Gimbutas – Il linguaggio della dea – chiama l’Europa Antica; partono dal paleolitico superiore e si esprimono in simboli che incisi o dipinti sulle pareti di una caverna, tramandati in una scultura, ci mostrano l’origine del rapporto dell’uomo con la terra e con la vita.

Le celebri “Veneri steatopigiche” così da noi chiamate per via dell’accentuato sviluppo di rotondità adipose sui glutei, intorno ai fianchi e alle mammelle, alludono chiaramente alla fertilità della donna e della terra; così come forme stilizzate quali la V e la M capovolta simboleggiano rispettivamente il triangolo pubico e i seni. Non possono mancare, ovviamente, anche i simboli inerenti all’acqua (e li ritroviamo, per esempio, nelle Linee ondulate o nello zig-zag) perché l’acqua era ed è una grande evocatrice di vita, innanzi tutto con la sua germinazione e poi come elemento presente nelle più determinanti funzioni della vita: l’acqua come liquido amniotico, l’acqua come pioggia, l’acqua come possibilità di bere, di pescare e in seguito con la nascita dell’agricoltura come possibilità d’irrigare le terre.

Tutte le più antiche civiltà sono nate intorno a fiumi e laghi. Ricordiamo, per esempio, il Tigri, l’Eufrate, il Nilo, l’Indo, il Gange, il Danubio…

Quanto fosse importante la terra anche nel sul suo semplice contatto lo possiamo vedere in usanze che si sono tramandate per diecine di millenni e mi riferisco al parto a terra, al neonato o al malato che vengono stesi per terra al fine di far loro assorbire la forza della Terra Madre, alla culla ctonia, alla prassi di abbandonare il bambino dopo la nascita e affidarlo alla terra.

A tale proposito nel “Trattato di storia delle religioni” Mircea Eliade così scrive:

“La terra viene dunque considerata fonte di forza, potenziatrice d’anime e di fecondità. Un’usanza praticata ancora dagli abruzzesi è quella di posare il neonato per terra, appena lavato e fasciato: la stessa pratica la si trova in Germania, in Scandinavia, in Giappone... Si può ricordare inoltre il parto a terra, frequente in molti popoli: anche qui ovviamente il senso originario è la maternità della terra. Questo senso di discendenza tellurgica fu poi sostituito da un’altra idea, cioè quella che fa della terra la protettrice dei bambini, la fonte di ogni forza, e che quindi a lei si consacrano i neonati. Per questo l’usanza della culla ctonia: i lattanti si fanno riposare nei fossi, a diretto contatto con la terra, o con uno strato di paglia preparato dalla madre sul fondo del fosso (la culla ctonia è presente sia nelle società primitive come gli australiani che in quelle superiori come gli Incas).

Spesso il bambino abbandonato, protetto dagli elementi cosmici, diventa eroe, re, santo: analoghe vicende si ritrovano (imitano?) nel mito degli dei abbandonati dopo la nascita (es. Zeus, Poseidone, Attis, Perseo, Atlante, Edipo, Romolo e Remo...). Anche Mosè fu abbandonato alle acque, come il personaggio del Kalevala. Il bambino abbandonato è ricompensato dalla grandezza mitica dell’orfano, che nella sua assoluta solitudine cosmica e nella sua unicità si trasfigura in bambino primordiale. La sua comparsa coincide con un inizio: creazione del Cosmo, creazione di un nuovo mondo, di una nuova età, di una nuova vita. Incipit vita nova. Il bambino abbandonato alla Terra-Madre, salvato e allevato da lei, non può più dividere il destino comune degli uomini, perché ripete il momento cosmologico dei primordi e sorge tra gli elementi, non in una famiglia.”

 

E’ interessante ricordare che nella nascita di Cristo – e siamo all’inizio della nuova Era – c’è ancora un’eco consistente del vecchio simbolismo, perché Cristo nasce in una grotta – diffusissimo simbolo dell’utero – e la mangiatoia è immediatamente ricollegabile alla culla ctonia. Ma anche la persecuzione che subisce prima della nascita richiama molto il bambino che, ad onta di tutto, nasce perché lo vuole la Terra Madre. Ed anche nella sepoltura si conserva l’idea di affidare il corpo per la sua rinascita alla Terra Madre, così spieghiamo, infatti, le tante testimonianze di sepolture in posizione fetale e rivolte all’Oriente, che, stando a ciò che scrive Philippe Aries nella sua “Storia della morte in occidente”, ancora continuava nel Medioevo, affiancando al credo cattolico brandelli dell’antica concezione arcaico-pagana.

La vita e la morte, tutto dunque apparteneva alla Madre Terra, era racchiuso in un’unità inscindibile al cui interno viveva anche l’uomo che, come appartenente alla specie biologica da lui rappresentata, non era ancora nato e quindi partecipava a quel grande insieme con il quale si manifestava la vita della Terra. Possiamo pensare che quell’Uno, che nei millenni successivi è entrato addirittura da padrone nella speculazione filosofica, per poi giungere al sentimento religioso espresso nel monoteismo, sia nato così, da questa perfetta e onnicomprensiva appartenenza del Tutto al Tutto e perciò all’Uno.

 

Il discorso e gli esempi sulla maternità della terra potrebbero continuare, ma penso che quanto detto finora sia più che sufficiente ad evidenziare le caratteristiche sulle quali si fissò nell’inconscio collettivo il primigenio significato delle terra, significato che lo Zodiaco ci rimanda nei suoi tre Segni con le loro rispettive somiglianze e differenze.

 

Arroyo nel testo “L’interpretazione della carta natale” fa un elenco delle caratteristiche dei segni di terra e scrive:

-sintonia col mondo fisico

-forte sviluppo dei sensi

-praticità

-pazienza

-autodisciplina

-tenacia

-prudenza

-affidabilità

-avvedutezza

-convenzionalità

Queste caratteristiche sono di tutti i segni di Terra, distribuite in quantità e intensità diverse, che passando da un segno all’altro si affinano e rarefanno, diventando sempre più in linea con le necessità del periodo stagionale.

 

In questo lavoro ci occuperemo del Toro, ossia del primo dei Segni che indicano come noi sentiamo il rapporto con la terra e cosa dell’antico e immediato rapporto uomo/terra è rimasto vivo dentro di noi.

Molto è stato già detto perché la concretezza, il buon senso, la stabilità, la costanza, l’operosità, l’istintività e la sensorialità, il rapporto con la natura, il piacere di vivere… caratteristiche salienti del Segno, sono immediatamente riconducibili alla Madre Terra, alla sua solidità, alla sua stabilità, al suo ordine, alla garanzia che offre nella prosecuzione della vita, alla ricchezza e alla varietà di tutte le sue forme: montagne, pianure, laghi, mari, alberi, animali… Alle caratteristiche del Segno si accoppiano quelle della Casa e in primis quelle che parlano delle nostre risorse, che bene vediamo espresse nelle sculture e nelle pitture della Terra Gravida, così bene illustrata dalla Gimbutas.

Fra le varie figure femminili che questo periodo ci ha lasciato quella che più corrisponde al Toro , come periodo stagionale è, appunto, la Terra Gravida.  Per lo più rappresentata da un figura femminile dotata di un grande ventre sul quale poggiano le mani, ha uno smisurato triangolo pubico e, quando è scolpita in posizione eretta, si presenta con grandi glutei. Il volto, se si è conservato, non riveste molta importanza, come evidenzia il particolare che il più delle volte mancano i tratti distintivi, probabilmente reputati inutili, visto che la scultura è l’espressione di un simbolo di prosperità. Spesso, soprattutto a partire dal neolitico, sulle spalle o sulle natiche compaiono due linee che rimandano al numero due, simbolo antichissimo, presente fin dal paleolitico, di colei che dà il frutto e del frutto stesso, di colei che produce, ossia, e del prodotto.

Sappiamo che nella II Casa-Segno si leggono le nostre risorse che sono di due tipi: quelle che troviamo nel nostro habitat di nascita (per usare una terminologia morpurghiana), quelle nostre, e quelle alle quali ricorrere per costruire la nostra vita. In effetti dovrebbe avvenire un processo osmotico, in nome del quale le risorse che troviamo – la terra fruttifera – danno a noi la possibilità di diventare noi stessi – il frutto – la nostra terra fruttifera.

Tralascio volutamente il possesso del denaro, anch’esso leggibile come risorsa della II casa, perché, pur apprezzandone molto l’importanza, penso che le nostre risorse interne siano ancora più determinanti perché costituiscono la forza che ci consente di vivere e di superare le tante difficoltà della vita e, da qui, considero questo secondo settore della ruota zodiacale anche come il momento che crea l’imprinting del modo personale di rapportarci all’esistenza. Il piacere di vivere che ho citato a proposito delle caratteristiche del segno del Toro, non nasce certamente dal possesso del denaro, ma da quell’aprirsi alla vita e alla sua continuazione che possiamo vivere ogni giorno e in modo speciale quando a primavera ci apriamo a tutta la ricchezza che il mondo vegetale ha preparato per noi.

E’ un’associazione che spesso sfugge e quindi non costituisce materia della riflessione che meriterebbe, ma l’intima connessione che esiste fra risorse e rapporto con l’esistenza crea la base sulla quale poggia la nostra vita, e lo Zodiaco ci indica che il contatto con la terra non deve mai venire meno, perché è dalla quantità e dalla varietà dei beni della terra e dalla concretezza dell’uso che ne sappiamo fare, che dipende la nostra capacità di costruire e di contribuire al perpetuarsi del processo vitale.

Per chiudere il discorso sul Segno del Toro resta da vedere perché proprio a questo animale è stata affidato l’incarico di essere rappresentativo del primo segno appartenente all’elemento Terra.

Insieme all’orso il toro è un animale oggetto di culto religioso più lungo nel tempo e più esteso nello spazio di tutta la storia e la preistoria. La mamma orso delle favole e l’orso bonaccione che tanto ricorda una buona mamma, pur quando si presenta nella versione al maschile, sono una prova che l’identificazione dell’orso con la Madre è rimasta dentro di noi, a dispetto della vera natura dell’orso che non è affatto così paciosa.

In effetti l’orso che, al sopraggiungere del caldo, usciva dalla caverna in compagnia dei suoi piccoli, era un’immagine che idealmente rappresentava la vita che esce da un buio utero per venire alla luce e quindi era la Madre nell’accezione dell’animale.

Di fronte all’univocità dell’orso abbiamo, invece, l’ambiguità del simbolo/toro: si può presentare al maschile e allora è la potenza maschile e solare, anche divina per quegli dei che successivamente saranno rappresentati nelle sembianze di un toro e contemporaneamente è collegato alle acque, al sottoterra dei vulcani e del terremoto, il suo muggito riecheggia il tuono e quindi la pioggia, il temporale, l’alluvione e in quest’accezione è un animale che appartiene al mondo femminile-lunare e si trasforma, quindi, in vacca. Credo, però, che l’ambiguità può essere superata se pensiamo che in una lunga fase iniziale la differenza di sesso costituì un particolare di scarsa o meglio di nulla importanza. Questa affermazione trova la sua spiegazione nella disamina dell’l’incontro uomo-bovino.

Per millenni il bovino non fu quel placido ruminante che conosciamo noi, ma fu un pericolosissimo abitante delle pianure, pericoloso e temuto, l’uro, il toro selvatico, che ha devastato le pianure di territori vastissimi dell’ Europa, dell’Africa, dell’Asia, ricercato perché forniva carne in abbondanza, mentre il suo materiale osseo si poteva trasformare in lance e arpioni e la sua pelle forniva abiti, tende, imbarcazioni.

Nella Spagna e nella Francia meridionale, abitate soprattutto da popolazioni di cacciatori, sono state rinvenute caverne sulle cui pareti sono raffigurati animali vari, fra di essi primeggia il toro. E’ opinione condivisa che questi disegni avessero una funzione anticipatoria e propiziatoria rispetto alla difficile prova costituita dalla caccia di questo enorme e possente animale.

Potenza, forza, energia più tanta carne necessaria ad una buona e sicura nutrizione fecero di questo animale un “collaboratore” dell’origine e della conservazione della vita, inserendolo, nella versione animale, dell’archetipo dell’energia della natura, e della sua indispensabile capacità generativa e riproduttiva.

La Gimbutas riporta la notizia di come le tube di Falloppio e l’utero della donna abbiano delle stupefacenti somiglianze con le corna e la testa del toro, il bucranio, e questo poté essere un ulteriore motivo per cui questo animale, come appare dai simboli, fosse associato al divenire e al riproporsi perenne della vita. Certo che, nonostante questa somiglianza, trovare un animale così “virile” presente in un Segno posto sotto l’egida di Venere e della Luna fa effetto, ma evidentemente, nonostante attributi tanto potentemente maschili, è entrato nell’archetipo della Terra che origina e riproduce proprio in nome di quell’Uno che comprendeva e riassorbiva ogni differenza. Il maschile e il femminile non erano ancora entrati nell’orizzonte umano come elemento di separazione, perché coesistevano e collaboravano alla perpetuazione della vita.

Un piccolo ma interessante particolare, comprovante il legame Terra-Toro è dato da una pratica secondo la quale, ancora in epoca relativamente recente, i contadini facevano camminare il toro sui terreni per renderli fertili…

 

E adesso prendiamo l’altro polo dell’asse Toro-Scorpione.

C’è da stupirsi vedendo che, di fronte a un animale così possente e potente c’è un animaletto nero, piccolo, tutto sommato grazioso, apparentemente innocuo. E’ lo scorpione. Da dove viene questo simbolo? Che storia ha questo animale alle spalle? Me e ve lo domando, perché sulla sua remota origine ho trovato poco, direi niente. Qual è il motivo per il quale è diventato il rappresentante dell’ottavo segno?

Ad un certo punto della storia umana lo scorpione entra sulla scena e ci entra con una connotazione negativa e malefica, quale apportatore di danno e di morte. Le notizie in nostro possesso non sono antichissime come quelle di tanti altri animali, incluso il toro di cui ci siamo or ora occupati e, per quanto ne so, appartengono già al neolitico: presso i Sumeri uno scorpione o uomini-scorpione erano messi a guardia delle Porte del Sole, sempre presso i Sumeri Ishtar era associata allo scorpione, Horus fu punto da uno scorpione del quale aveva preso la forma il dio Set per ucciderlo, esisteva anche una dea scorpione – Selket – e, sempre presso gli egizi, esisteva una divinità protettrice dei defunti che aveva la testa di uno scorpione oppure era uno scorpione con la testa di donna. Come si può vedere i riferimenti sono tanti e tanti di più di quelli citati, rimane però il fatto che c’è un improvviso ingresso dello scorpione sullo scenario della storia umana, sempre a rappresentare la morte e collegato per lo più a divinità femminili, riconducibili all’originaria Madre Terra.

Quando nei miei studi mitologici non riesco a trovare riferimenti validi e convincenti, non mi blocco, vado avanti, faccio ipotesi, forte di quanto afferma Kerenyi che all’inizio dell’ultimo capitolo del suo studio intitolato “Le figlie del sole”, scrive: “Il tessuto mitologico è privo di orli. Si potrebbe cominciare da una profondità sempre maggiore, spingersi sempre più in là, e propriamente non finirla mai.”

 

Lo scorpione, che esce dalle profondità della terra dove vive nascosto, abitante di luoghi umidi e chiusi, così come di terre desertiche senza traccia di vegetazione, quell’animale notturno e predatore, che assale all’improvviso, che si nutre della vita altrui, che uccide ma nel contempo è estremamente prolifico, può avere fornito una buona immagine simbolica della morte che, comunque, anche quando arriva aspettata e perfino desiderata, “spezza” il tempo creando una frattura fra un prima e un dopo, ma un dopo che ha in sé la continuazione, perché la vita continua e questa continuazione potrebbe essere assimilata alla grande prolificità dello scorpione.

Il simbolo di cui si serve l’ottavo segno dello Zodiaco s’inserisce in una lunga tradizione in un asse ereditario che inizia anch’esso nel paleolitico superiore.

La Madre Terra Gravida di cui ho parlato non è sola, ce ne sono molte altre e due in particolare meritano una citazione a proposito dello Scorpione. Sono la Dea Uccello e la Dea Serpente.

Queste due “madri” erano datrici di vita nel duplice aspetto della generazione e della rigenerazione. Sul simbolismo del serpente c’è poco da dire, perché è notissimo, la sua pelle che cade per poi riformarsi ne hanno fatto un simbolo universale della ciclicità della vita ed è, appunto da questo significato che è stato assunto a raffigurare l’Uroboro, simbolo, diffuso un po’ ovunque dell’eterno ritorno e della unione terra-cielo.

Qualcosa da dire c’è, invece, sulla Dea Uccello. Questa divinità deriva la sua esistenza dagli uccelli acquatici, fra i quali in prima linea c’è l’anatra. Come divinità legata al mondo delle acque aveva in sé la capacità generativa e rigenerativa, assicurata quest’ultima dalla periodica migrazione con relativo ritorno.

Data la similitudine di significati le due dee venivano rappresentate sia separatamente che unite. Spettava, invece, alla sola Dea Uccello diventare anche un simbolo di morte, quando il suo volto, al posto dell’anatra, aveva le sembianze di un gufo, di un avvoltoio, di una civetta, insomma di un animale notturno e predatore.

Più antica della Dea Madre Uccello c’è una statuina di piccole dimensione, in genere scolpita in posizione eretta, con braccia incrociate sul petto oppure strette lungo i fianchi, gambe lunghe e serrate, un triangolo pubico molto accentuato e un volto dove spiccano spessissimo due occhi di civetta. E’ la Rigida Bianca Signora come è stata definita ed è un simbolo di morte-rinascita. E’ stata ritrovata un po’ ovunque nella vecchia Europa a partire dal paleolitico superiore (30.000-35.000 anni fa) fino ad arrivare con qualche sporadica traccia alle soglie del neolitico.

Era bianca perché costruita con materiali chiari, a iniziare dall’osso che era ed è un simbolo d’immortalità poiché, al contrario della carne, non si decompone: anzi era proprio l’immortalità dell’osso a dare il senso a questa Bianca Signora. In modo ancora più esplicito delle Dee, la Bianca Signora deposta sotto la terra raffigurava il periodo apparentemente morto della natura, quando la vita vegetale si trovava temporaneamente nel buio del sottoterra per poi riemergere alla luce e assicurare così la vita e la continuità della vita.

In queste simbologie arcaiche possiamo sicuramente inserire lo scorpione, ma sono convinta che il suo significato di animale connesso alla morte sia molto diverso dagli altri perché nel frattempo era cambiato il rapporto dell’uomo con la morte.

 

All’inizio ho parlato della totalità della terra, di quell’Uno che riassorbiva tutto, eliminando qualsiasi differenza e contrasto e quindi anche quello determinato dalla vita e dalla morte. Tutto era nel ciclo della vita della terra che era viva, poiché niente moriva, dal momento che rinasceva.

Del resto le due dee raffiguranti la morte avevano figure ibride, tratti umani, ossia, misti ad attribuiti di animali, e sappiamo che tutte le figure ibride indicavano stadi di transizione, potremmo paragonarli a dei corridoi, utili per andare da una stanza all’altra, ma non idonei ad abitarvi. Ne consegue che la Bianca Signora, per un motivo, e le dee ibride per un altro si riferivano alla transitorietà di uno stadio di vita, stadio che noi chiamiamo morte, ma che per loro era uno stato diverso e temporaneo dell’esser vivi. Per loro, così aderenti al ciclo vegetale, tutta la vita, quella vegetale, quella animale, quella umana era sempre viva, con l’unica incognita del quando sarebbe tornata alla luce.


“L’uomo non si limita a impadronirsi attraverso il mito della legge della morte-rinascita per costruire con essa la propria immortalità ma si sforza anche di utilizzare – attraverso la magia – quella vitale forza nascente che è la more per piegarla ai suoi fini. La morte, infatti, è fecondità e viceversa la fecondità è stimolata dalla morte, universale fecondatrice.” (Edgar Morin, L’uomo e la morte)

 

Queste considerazioni di Morin sembrano una sintesi dell’asse Toro-Scorpione perché ne racchiudono l’essenza, quello stupendo messaggio tramandatoci nei millenni e del tutto visibilmente significativo ancora in epoca storica, quindi anche quando lo scorpione assurge a simbolo di una casa autunnale, la casa che corrisponde all’interramento del seme e al sonno della natura in generale.

 

L’astrologia così come la conosciamo noi è nata in Mesopotamia e non prima dell’VIII sec. a.C. e dai tempi arcaici, da quando iniziò il culto della Madre Terra, erano cambiate tante cose, mi fermerò in particolare su alcune.

- Innanzi tutto era nata l’agricoltura e questo eccezionale evento aveva prodotto un cambiamento radicale di vita e non solo di quella alimentare, perché la possibilità di seminare e di conservare il cibo come scorta nei mesi di stasi aveva affrancato l’uomo dalla sua totale dipendenza dalla terra;

- erano nate le prime città, con relative leggi, strade, apparato amministrativo;

- era stata ideata la scrittura;

- si era già da tempo verificata la progressiva penetrazione di popolazioni indoeuropee che avevano finito con il predominare sulle culture precedenti in tutta la zona danubiana, nella regione dell’Egeo, nei territori del Vicino Oriente. Il loro pantheon era costituito da dei maschi, che lentamente avevano adombrato il culto della Terra Madre e delle dee a lei connesse.

Ma, fenomeno ancora più significativo, si era verificata una “spaccatura” nella figura delle Dee Madri e di converso della Terra Madre. La nuova consapevolezza che l’uomo aveva acquistato di sé stesso aveva determinato un profondo cambiamento del rapporto con la morte che divenne quello che potremmo chiamare “un fatto personale” che investì il rapporto con la terra: le antiche dee divennero delle divinità agricole, legate al ciclo della natura e la Madre Terra divenne un luogo di morte che accoglieva il nostro copro privo di vita. La Bianca Signora diventò nera, esattamente come la terra e come con estrema chiarezza illustra già il titolo – La Nera Signora, antropologia della morte e del lutto – dell’interessante saggio di Marino Di Nola.

Fermandoci alla sola Grecia abbiamo Gaia che come la Madre Terra è partogenetica, ossia genera Urano autofecondandosi, e poi da lei abbiamo varie Dee Madri che generano tutte le altre divinità.

Fra le Dee Madri quella che primeggia fra tutte è Demetra e su questo mito c’è molto da soffermarsi. Lo farò, ma solo relativamente al nostro argomento perché la disamina dell’intero racconto è troppo lunga e necessiterebbe di tutto il tempo di questa conferenza, quindi della storia riferirò gli aspetti nei quali è più immediatamente visibile il significato del mito.

Demetra in origine era solo una divinità preposta alla vegetazione spontanea, era dunque una chiara discendente della Terra Madre. Il mito racconta che, mentre Persefone era intenta a raccogliere fiori, Plutone la rapisce e la porta con sé negli inferi, Demetra la cerca inutilmente per ben nove giorni, fino a quando il Sole le dice che, con l’aiuto di Zeus, è stata rapita da Plutone. Furibonda contro gli dei e il fratello Zeus in particolare, Demetra non torna sull’Olimpo e, nei panni di una vecchia, si reca ad Eleusi, dove le viene costruito un tempio all’interno del quale si ritira. La sua assenza dall’Olimpo e la sua chiusura nel tempio non fanno più crescere la vegetazione. Zeus allora, dopo aver inutilmente supplicato Demetra, si reca da Plutone e pattuisce con lui che Persefone sia restituita periodicamente alla madre. La restituzione non fu totale, perché Plutone aveva fatto mangiare un chicco di melagrana a Persefone – e chiunque assaggiasse cibo negli Inferi non poteva più appartenere al mondo dei vivi – che non poté ritornare definitivamente sulla Terra, ma poteva soggiornarvi solamente per due terzi dell’anno. A seguito di questo accordo ogni anno avviene il ricongiungimento di madre e figlia, ed avviene nel tempio di Eleusi. Ottenuta questa parziale restituzione, Demetra acconsente a ritornare sull’Olimpo, ma dopo avere donato l’agricoltura agli uomini e dopo avere svelato tutti i segreti connessi alla pratica agricola.

 

Con Demetra siamo al cospetto di un racconto formato da un simbolo e da un mito, ossia abbiamo un mito che prima riporta la tradizione arcaica della Terra Madre spontanea generatrice della vegetazione, e siamo, quindi, agli albori della storia umana; poi abbiamo la trasformazione della Terra Madre in una Dea, quando il mito continua con tutta la vicenda del rapimento di Persefone, e il dono dell’agricoltura che la dea fa, prima di tornare sull’Olimpo.

Ma anche l’agricoltura, sebbene sia dovuta al lavoro dell’uomo, è il regalo di una Dea Madre discendente dalla Terra Madre e si deve inserire, perciò, nel ciclo spontaneo della natura e condividere con esso il carattere di sacralità. Questo, infatti, è il messaggio del mito, la sottolineatura che l’operato umano e quindi la vita dell’uomo fanno parte della natura e della sua ciclicità, niente può accadere sulla terra che non sia inserito all’interno delle sue leggi.

Per inciso: l’importanza della legge della natura era tale che una delle divinità del pantheon greco era la dea Temi: personificava la legge della natura, anzi per meglio dire dell’ordine naturale del mondo, il suo nome significava inamovibile e già questo dice che forma di rispetto e di devozione i Greci avvertissero nei confronti della natura, al punto da creare una divinità, alla quale perfino Zeus doveva sottostare. Temi era la madre delle stagioni e delle Parche, ossia dell’avvicendamento della vita della natura e di quella degli uomini che sottostava alla volontà delle Parche. Come su Temi, anche sulle decisioni delle Parche nessuno, neppure Giove, aveva possibilità d’intervenire.

Da questi riferimenti si può facilmente notare come la nascita della coscienza non avesse affatto escluso l’uomo dalla ciclicità della natura e dal suo periodico avvicendamento.

 

Ritornando ad Eleusi, il tempio fu costruito intorno al XV secolo a.C. e in breve divenne un luogo di culto importantissimo, il più importante della Grecia e meta anche di stranieri che dalle altre terre accorrevano per partecipare ai Misteri.

I misteri si celebravano in due periodi dell’anno perché c’erano i Piccoli e i Grandi Misteri: i primi avvenivano in primavera, i secondi nel periodo settembre-ottobre. Si sa bene come si svolgesse tutto il cerimoniale dei Misteri, eccezion fatta per ciò che accadeva nella parte più nascosta del tempio perché non esiste ora, come non esisteva allora, alcuna notizia che sia del tutto attendibile.

 

“Felice chi vide ciò prima di scendere sottoterra.

Egli conosce la fine della vita.

Egli conosce anche il principio”.

 

Sono versi di Pindaro, ma uguale contenuto troviamo negli Inni Omerici, in Sofocle, in Aristotele… tutti parlano di “vedere”. E dunque cosa vedevano gli iniziati, i soli che potevano entrare nel telesterio, la parte riservata del tempio?

Sono state fatte molte congetture in merito e la più accreditata è che vedessero una spiga di grano, ossia vedessero il ricongiungimento di Persefone e di Demetra: il ricongiungimento della Morte con la Vita e da questa visione traessero quella felicità a cui si riferisce Pindaro e gli altri.

A parte ciò che eventualmente potevano vedere, questo rito iniziatico aveva comunque il significato di ricollegare l’uomo al grande Disegno del cosmo, onde operare quella rilegatura al sacro che fu la guida di tutte le civiltà pre-moderne e che si riproponeva in un qualsiasi rito iniziatico.

Quell’Uno che comprendeva tutto e che si era spezzato dopo che l’uomo aveva assunto la consapevolezza della sua differenza biologica, veniva riaffermato ad un altro livello, ad un livello superiore, attraverso quella particolare intuizione che nello Zodiaco spetta al Mercurio dello Scorpione. La reintegrazione nell’Uno non eliminava la morte, ovviamente, ma facendola rientrare nel ciclo vita-morte-rinascita ribadiva l’appartenenza dell’uomo alla Terra Madre. Questa appartenenza dava un’impronta alla vita che continuava ad avere il senso della collettività, perché la morte della propria esistenza non significava la morte della Vita, che comunque andava salvaguardata.

Tutto ciò accadeva perché l’individuo era sì “nato”, ma era ancora lontanissimo da quell’individualismo che domina la nostra vita attuale. Il passaggio dall’individualità all’individualismo è stato un processo molto lento come molto lento è il cambiamento del nostro sentire e specialmente di un sentire così profondamente radicato; c’è voluto un lungo trascorrere di secoli per arrivare all’attuale orribile traguardo, caratterizzato da un prevalere del personale interesse su tutto, uomini e cose.

L’abbandono della Terra Madre è un realtà inconfutabile e la dimostrazione è nell’incuria che attualmente riserviamo al nostro pianeta e di conseguenza ai nostri successori.

L’asse Toro-Scorpione nel significato apparente e archetipico è esattamente la reintegrazione all’Uno, reintegrazione che la stupenda ruota dello Zodiaco conserva e ci trasmette intatta come se i millenni non fossero passati. In questo asse è racchiuso il senso della nostra appartenenza alla vita della Terra, appartenenza che noi dobbiamo lentamente raggiungere al nostro interno con un lavoro lento e puntuale.

 

Si dice giustamente che i nativi dello Scorpione siano nel complesso persone tormentate e angosciate e questo, per quanto riguarda il passato, lo posso confermare anche personalmente: un bisogno impellente di riaffermare costantemente la vita, di sfidarla, di provare se stessi, la propria capacità, la propria forza… tutto ciò è origine di una sorta di smania interiore che si placa per attimi e poi riprende. Accanto a questo individuo preso da una sotterranea paura che la vita gli possa sfuggire continuamente di mano, c’è anche un altro tipo di Scorpione, che alla stessa paura reagisce all’opposto, e diventa quella persona che vive abbarbicata nel proprio piccolo mondo, attaccata alla sua mattonella, chiusa a tutto ciò che non abbia riscontri sicuri, pratici, immediatamente fruibili.

Sono schematizzazioni e come tali delineate a colpi di accetta, però rappresentano due linee di tendenza verso le quali il nativo del Segno si orienta, a volte anche alternando nel corso della vita e, come è facile notare, vediamo che rappresentano la mancanza d’integrazione dei valori dell’asse.

La concretezza, il buon senso, la stabilità, la costanza, l’operosità, l’istintività e la sensorialità, il rapporto con la natura, il piacere di vivere… caratteristiche già citate a proposito del Toro dovrebbero essere assimilate al punto da poterle oltrepassare per arrivare a sentire dentro e fuori di sé la ricchezza della vita e la ricchezza e la forza che è nella Terra Madre. Il sentimento di questa grande ricchezza, allora, diventerà automaticamente il sostegno ad affrontare quella casa di separazioni e ricongiungimenti che è l’ottava.

In questa casa, infatti, le nostre risorse devono mutare esattamente come accade nella natura. Nel periodo dello Scorpione la vita vegetale è dentro la terra, appena messa nel suo grembo e a questa vita nascosta è affidata la futura rinascita. Anche le nostre risorse interiori devono mutare: debbono lasciare un divenire che attinge dall’esterno per attingere dall’interno ed è in questo senso che moriamo ad un modo di essere e nasciamo ad un altro. Perciò, come già scritto, possiamo immaginare Mercurio come l’intelligenza del sentire e dunque dell’anima, ma possiamo anche immaginare come il “figlio” che nasce da noi stessi a seguito della precedente morte e che entra finalmente nel senso più profondo della sua vita e della vita nella sua totalità.

La storia umana a livello generale e personale è il frutto di separazioni, il nostro divenire e la nostra possibilità evolutiva sono direttamente proporzionali alla capacità di sapersi separare da ciò che impedisce il cammino, ma ogni separazione è un ricongiungimento, è un lasciare per andare incontro ad altro, è una vita che si rinnova attraverso la trasformazione.

 

Noi oggi, finché possiamo, ci rinnoviamo tramite le cose: l’ultimo modello di cellulare, le scarpe così perché la moda è così… e tutto ciò accade perché viviamo come se fossimo eterni, la morte è messa al bando, e la materia di cui ci riempiamo ne è la prova. Tutta la febbre del denaro, l’accumulazione di ricchezze, il fenomeno del consumismo, la rincorsa ad una giovinezza da riguadagnare ad ogni costo ne sono una prova.

L’asse Toro-Scorpione è come un ascensore rotto, fermo al primo piano e nella trappola di un benessere fatto di bisogni indotti.

Quando la società era prevalentemente contadina la sintonia con le forze cosmiche era quasi automatica, le quattro fasi della luna e del sole, i ritmi delle stagioni, i parti degli animali, la maturazione dei prodotti della terra… tutto ciò segnava il tempo e determinava la connessione con la Terra Madre; oggi la prevalenza della vita cittadina ha annullato questa spontanea appartenenza ed anche la vita campagnola, con la meccanizzazione, ha perso parte del suo antico sentire la grandezza e la forza della terra nella sua capacità generativa e rigenerativa.

 

Non appartengo a quel tipo di persone che vivono nel rimpianto e nell’esaltazione del passato, penso che ogni epoca abbia luci ed ombre e inoltre penso che il rimpianto serva solo ad estraniarsi dalla realtà. Il mondo oggi è così, ciò che di utile ognuno di noi può fare a livello personale e collettivo è creare le condizioni che ri-leghino l’uomo con la vita della terra e dell’universo, con la legge della natura sulla quale, un tempo, non aveva potere neppure il Sommo Zeus.

 

Eleusi non c’è più, il tempio fu prima chiuso nel 381 e successivamente distrutto dai Visigoti.

La chiusura del tempio segnò la fine ufficiale del tempo circolare perché il cristianesimo prima e poi soprattutto il cattolicesimo determinarono l’era nuova che spezzò la tradizione passata della circolarità sostituita dalla linearità, così noi oggi viviamo in un tempo lineare, di cui Sant’Agostino fu il teorico, intriso di progresso e di conquista.

Il cristianesimo, inoltre, pur avendo fatto suoi tanti degli antichi simboli e degli antichi culti, ha aperto fin dall’inizio un solco fra il vecchio e il nuovo sentimento religioso e con l’etichetta di paganesimo ha prima perseguitato e poi posto in un angolo tutta la fede antica, sulla quale si è imposto da dominatore.

Sono meste e commoventi le parole con le quali Walter Otto commenta la chiusura del tempio di Eleusi: “I Misteri Eleusini sono stati una delle massime grandezze della Grecia e nessuno mai ha osato muovere una minima critica a questo monumento dell’antichità, che accoglieva annualmente migliaia di persone, e quando il cristianesimo ne pretese l’abolizione, sembrò che la civiltà stessa della Grecia scendesse nella tomba insieme con loro.”

A lui fa eco il gemito di stupore che si alzò dalla terra quando una voce misteriosa urlò, “Pan, il grande, è morto!”… Così racconta Plutarco al cospetto del tramonto del mondo greco e dei suoi tanti oracoli e dei, e di Pan in particolare. Ricordiamolo così come gli Inni Omerici cantarono questo Dio, contemporaneamente maschio e femmina, umano e animale, figlio del cielo (Hermes) e della terra (la ninfa Penelope). Pan, il Tutto!

 

L’infinita distesa della terra si regge su di te,

tu trattieni i flutti profondi del mare instancabile,

dell’Oceano che abbraccia la terra,

sei l’aria che ci nutre, vitale respiro,

l’occhio del fuoco sottile, al di sopra di noi.

Al tuo comando, queste cose restano in separato ordine,

trasformi, con sapienza, la natura delle cose,

e dai nutrimento all’umanità sulla immensa terra.

Vieni, felice dio folleggiante e danzante!

Vieni ai nostri riti, porta la mia vita a buon fine,

manda il pànico in capo al mondo!

 

 

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