IL
SOGNO DI SVAPNÃMUDRÃ |
Storia
della prima astrologa karmica |
di
Meskalila Nunzia Coppola |
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PROLOGO
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Questa
è una tra le mille versioni della vita di Svapnãmudrã (1), la santa sul cui nome molte
leggende fiorirono e di cui pochi conoscono la vera storia. Sulla sua infanzia, si sa solo
che studiava i significati occulti delle stelle e che scriveva poesie, racconti ed inni
sacri. Nel Sud dellIndia ella è conosciuta nellunico aspetto di fedele sposa
di Ãkãsthya (2), e nel Cashmir si parla di lei come profetessa e scrittrice; solamente
in alcune regioni del Bengala e dellÃssam qualcuno conserva i frammenti di una
cronaca misteriosa che presenta lasceta in un aspetto un po diverso da quello
consueto. La parte rivelata della sue vicende inizia dal momento in cui sposò Ãkãsthya,
il saggio nato dalla sacerdotessa Rãkshahari e dal Rishi (3) Mitrãkaruna. La parte
oscura, invece, sembra sia nascosta tra le stelle o nelle immagini di un sogno. |
In
realtà, la storia di Svapnãmudrã è un percorso formativo per tutti gli astrologi che
vogliano impegnarsi a studiarne le analogie e a trovarvi significati personali e
collettivi. Non esiste una risposta assoluta, così come non esiste un unico cammino
astrologico. I ricercatori astrologi dedicano, almeno una volta lanno, una giornata
di riflessione su questa storia, al fine di scoprirne nuovi significati. Di tanto in
tanto, essi sincontrano per discutere insieme e scambiarsi i risultati delle
rispettive ricerche. E non accade mai che la teoria delluno sconfessi quella di un
altro. I simboli sono unimmensa miniera di conoscenza e ognuno può trovarvi ciò
che vuole. |
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LA
STORIA |
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Dopo
il matrimonio, gli sposi si stabilirono a Benares e si dedicarono al culto di
Mahãtripurãsundari (4).Votati allascesi e alladorazione della Dea, i due
raggiunsero lo stato di liberati in vita. Ai loro occhi, il sasso e la pietra preziosa, il
dolore e il piacere, il simile e il diverso, così come tutti gli opposti, avevano lo
stesso e identico valore. Semplici, sereni e imperturbabili, per numerosi anni essi
praticarono i riti occulti e insegnarono il Tantra. Svapnãmudrã si occupava delle
richieste dei discepoli e trasmetteva loro le dottrine segrete, Ãkãsthya custodiva il
fuoco sacro, elaborava i temi astrologici dei visitatori e impartiva le iniziazioni. Il
loro eremo divenne presto famoso e si popolò dallievi che arrivavano da tutte le
parti dellIndia. Ad un certo punto, stanca di tanta popolarità e desiderosa di
solitudine, Svapnãmudrã convinse il marito ad abbandonare Benares per recarsi sulla
montagna Vindhiyãchala. In quelloasi di pace, essi ritrovarono la perduta
intimità, ma il ritiro durò poco perché i discepoli e i devoti, che li adoravano come
Dei, li raggiunsero ben presto. |
Trascorsero
alcuni anni. Un mattino di fine maggio, Svapnãmudrã si recò nella giungla a raccogliere
dei fiori, si avvicinò ad un cespuglio di gelsomini e vide un bellissimo cobra dagli
occhi argentei e dalla pelle verde. Alla vista del sacro rettile (5), ella fece
linchino rituale e gli offrì del latte. Grato, il serpente, le sussurrò:
Svapnãmudrã carissima, specchiarmi nella profondità dei tuoi occhi è più
piacevole che bere il latte dellofferta, e lo splendore del tuo sorriso ha già
tramutato il mio veleno in essenza medicinale (6). In virtù di questo prezioso incontro,
voglio offrirti il risveglio delle emozioni terrene! Ti prego, chiudi il terzo occhio e
guarda il mondo con la tua vista umana.. Così parlò il serpente dagli occhi lunari
e dalla pelle di smeraldo. Poi scomparve. |
Svapnãmudrã
non ebbe il tempo di replicare ma dovette accettare il dono, anche perché i voti
dasceta la obbligavano ad accogliere qualsiasi offerta, si trattasse anche di cosa
futile, sgradevole o pericolosa. Subito dopo, un lampo squarciò le nuvole e attraversò
il corpo della romita, una pioggia torrenziale cadde sulla terra e il suolo si trasformò
in un mare di fango. Quando la donna si accorse di avere i piedi sporchi, provò un senso
di fastidio allidea che la cavigliera doro potesse essere rovinata e perciò,
appena le nuvole si diradarono, ella corse allo stagno per lavarla. Si accorse, mentre si
chinava, di provare piacere per alcune cose e disgusto per altre. Il ciottolo e la pietra
preziosa non avevano più lidentico significato ai suoi occhi. Comprese allora che
il distacco dalle cose terrene non faceva più parte della sua natura e ammirando il
riflesso del proprio viso nelle acque sussultò, trovandovi unespressione nuova e
sconosciuta. A poco a poco, incominciò ad avvertire le dieci emozioni (7) di base ed
altre sensazioni dimenticate da tempo. Sorpresa dalle nuove percezioni, quando alzò il
capo, ella vide un meraviglioso cigno e riconoscendo in esso il veicolo (8) della Dea
Sarasvati, lo salutò e gli offrì dei frangipani. (9) |
Così
trascorse unintera giornata. Il desiderio di rivedere Ãkãsthya si fece sentire
forte ma il suono dei cembali provenienti dal tempio attrasse la sua attenzione e,
incuriosita, ella corse per assistere al rito serale. Troppo tardi, le porte erano chiuse.
Allora, sorpresa e confusa, prese a vagare per la foresta, finché giunse allombra
di un banyan (10), ove un bellissimo sedicenne dalla pelle dorata e dagli occhi color del
sole, fissava un silenzioso e immobile asceta, seduto in meditazione. Era impossibile
stabilire lidentità del santo perché il suo volto era nascosto dalle foglie
cadenti dellalbero e il corpo era immerso nellombra. Svapnãmudrã vide
limmagine vaga dellanacoreta inerte come le ceneri di un fuoco estinto, vide
ladolescente prostrarsi ai piedi di lui, coprendoli con una manciata di hibiscus,
poi guardando ancora il sedicenne dallo sguardo doro, captò la sua muta richiesta
daiuto e compassionevole gli rivolse la parola: Giovane ricercatore di
verità, tu stai aspettando invano. Questeremita è in Nirvikalpa Samãdhi (11) e
niente potrà ridestarlo, anzi potrebbe persino non far ritorno sulla terra. Se cerchi un
maestro, dovrai rivolgerti altrove o attendere per un tempo indefinito.. Così
parlò la Risvegliata. |
Vedendo
che il giovane dallo sguardo dorato era in preda alla disperazione, la donna asceta si
avvicinò, gli sfiorò i capelli con una lieve carezza, gli asciugò le lacrime con un
lembo del suo sãri (12) e mormorò: Ragazzo, tu hai risvegliato un sentimento nel
mio cuore deremita e perciò voglio donarti VAK SIDDHI, il potere della parola,
lenergia che fa avverare tutto ciò che dici.. Così annunciò lasceta
commossa, toccando la gola del ragazzo e mormorando il mantra di Sarasvati, Dea della
parola. Al tocco della santa, il giovane fu scosso dai brividi e perse i sensi ma, una
volta ritornato alla coscienza, rispose: Sacerdotessa, perché mi hai reso
prigioniero di un dono non richiesto? Avrei preferito diventare muto, piuttosto che
ricevere questo temibile potere. Ora, non mi resta che usarlo e lo farò
allistante.. Così affermò il fruitore del sacro dono e poi si volse verso
lasceta meditante, apostrofandolo duramente: Saggio illuminato, eremita in
estatica beatitudine, sei così desideroso di sollevarti in levitazione da non accorgerti
della mia presenza e da ignorare il dolore dei miei piedi lacerati dal lungo cammino.
Asceta divino, qual è il valore della tua comunione con il Cosmo, se ignori laltrui
sofferenza? Voglio che tu capisca la mia angoscia e perciò ti obbligherò a ritornare al
mondo. Quando la luce della stella mattutina toccherà le tue palpebre, ti ridesterai alla
vita umana e ne conoscerai grandezza, miseria, gioie e imperfezioni.. Così gridò
il giovane toccato dalla Signora della parola
e questa fu la sua prima profezia. |
Nel
cielo era presente Ras Alhague, la stella più luminosa dOfiuco. |
Così
trascorse lintera notte. Le stelle scomparvero dal firmamento, Svapnãmudrã si
avviò verso casa e ivi arrivata, si sentì stremata. Per la prima volta, avvertì
lansia per lassenza del marito e temé di perderlo per sempre, nel caso fosse
partito in Nirvikalpa Samãdhi. Frastornata poi dalle tante emozioni cui non era abituata,
si sedette sul gradino della capanna e attese. Al primo raggio di sole, Ãkãsthya fece
ritorno allabituro, abbracciò la compagna e le comunicò che uno strano bagliore
aveva interrotto bruscamente la sua meditazione. Felice di rivederlo, Svapnãmudrã gli
offrì un sorriso, dei fiori, dellacqua, un dolce e una scodella di riso soffiato.
Gli porse poi lanfora del sacro soma, la sostanza per i riti tantrici, che lei non
gradiva né consumava ma che rispettava e offriva volentieri. Il saggio iniziò a bere ma,
accorgendosi di non riuscire a dissetarsi né a fermarsi, ebbe paura: qualcosa era
cambiato in lui, stava perdendo il controllo della mente e il distacco dai bisogni.
Guardò il corpo della moglie e sentendo un desiderio folle bruciargli la pelle, sconvolto
e fremente, le si avvicinò. Svapnãmudrã, abituata ai piaceri sottili dellamplesso
rituale, non ritrovò più nello sposo il raffinato ma distaccato amante del passato e
perciò si accorse di provare disgusto. |
Fu
così che il saggio perse il controllo del Kãma bija (13) e la yogini (14), rinunciando
allamore per un mortale, dimenticò ogni desiderio del piacere. Ãkãsthya sviluppò
un attaccamento eccessivo per la moglie, uno strano turbamento lo sconvolgeva al solo
vederla e lo faceva piangere di nostalgia ad ogni sua assenza. Sentendosi rifiutato
dallamata, ormai inavvicinabile e perduta, il shãdhaka (15) cominciò a consolarsi con enormi quantità di soma e
non seppe più usarlo come ingrediente rituale (16). Del resto, nonostante le due
debolezze acquisite, al Rishi non mancava lautocontrollo e perciò restava un
eccelso maestro per i discepoli, un saggio consigliere per i dubbiosi, un illuminato di
gran compassione per i bisognosi e, soprattutto, seguitava a fare miracoli. Egli, inoltre,
nonostante la veneranda età, conservava sempre laspetto di un giovanetto. Anche la
saggia conduceva la stessa vita e si occupava del suo seguito, anzi ella fu molto attenta
a non rivelare mai ad alcuno le nuove fragilità del consorte. In realtà, i due sposi
erano sotto linflusso delle emozioni terrene, ricevute sotto forma di benedizione
per Svapnãmudrã e di maledizione per Ãkãsthya. |
Trascorsero
quattro anni. Una notte di fine febbraio, iniziarono i festeggiamenti annuali in onore di
Ãkãsthya che in quel mese era adorato come il Dio Siva. Svapnãmudrã,
contrariamente agli anni precedenti, fu affascinata dal canto e dalle danze dei Bãul
(17). Presa dalleccitazione e dalla curiosità, volle capire se fosse ancora
presente in lei la capacità di sedurre e quanto reale fosse la sua indifferenza al
desiderio. Si concesse varie ore damore ma, nonostante il piacere provato, sentì
ancora più forte il bisogno di tenersi lontana dai mortali. Alcuni giorni dopo, la
shãdhikã, desiderosa di apportare un cambiamento radicale alla sua vita, decise di
recarsi nella foresta per adorare Svãpnesvari, la Dea dei sogni, e chiederle una visione
rivelatrice, attraverso il metodo della Dhyãna Nidrã (18). Giunta ai piedi di un albero,
preparò laltare votivo, offrì gli ingredienti rituali, accese il fuoco sacro e lo
vegliò fino allo spegnimento dellultima scintilla. A notte fonda, la donna
depositò i dodici oggetti magici nel sacchetto del viaggio onirico e preparò il paniere
delle offerte. Al momento di costruire lo jantra (19) dei sogni astrali, ella ricordò di
avere una pessima manualità e che, pur conoscendo luso e larcano significato
dei colori, non sapeva disegnare. Nel passato, durante i sacri riti, era stato sempre suo
marito a raffigurare i simboli. Svapnãmudrã si sentì afflitta ma non si arrese; dopo un
attimo di riflessione, si concentrò sul suono del suo stesso nome (20) e, sfiorando il
vaso sacro, invocò la Dea della Conoscenza. Improvvisamente, ricordò che una qualsiasi
azione poteva essere eseguita, anche in maniera simbolica, con laiuto delle Mudrã
(21). Eseguì allora tutti i gesti che rappresentavano le forme da raffigurare e infine
recitò il mantra monosillabico dei sogni astrali. A poco a poco, grazie alla magia del
gesto e del suono, lintera foresta cantò con lei: gli alberi, gli animali, gli
insetti ed ogni singola creatura erano in sintonia con la divina sillaba dei sogni. La
natura intera partecipava alle visioni della meditante. Quella notte, grazie
allincantesimo dei gesti di Svapnãmudrã e alla magia delle dodici pietre (22)
contenute nel sacchetto, persino i saggi e gli asceti delle foreste limitrofe che non
avevano assistito al rito (23) dormirono allunisono e vissero lo stesso sogno nel
medesimo istante. |
Nel
cielo vegliava la bianca e azzurrina Acamar. |
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IL
SOGNO
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Dalle
brume della visione collettiva, la Dea Svãpnesvari si manifestò, poi si tramutò nel
serpente lunare e si rivolse alla donna che aveva attivato i sogni di tutti i meditanti:
Dolce Svapnãmudrã, ti prego, contempla i miei occhi.. Così parlò
laffascinante cobra smeraldino dagli occhi dargento. La devota fissò
fiduciosa le iridi del serpente e in esse vide i suoi stessi globi oculari, il triste
sguardo del sedicenne, gli occhi luccicanti del marito, quelli di un cigno, le pupille di
tutte le creature viventi e, infine, i tre occhi ammalianti della Dea Tripurã che, una
volta riprese le forme originali (24), così annunciò: Svapnãmudrã, ti ho
mostrato la mia Lila (25) perché è arrivato per te il tempo di cambiare. Lascerai le
rosse vesti (26) dasceta, ritornerai in città e indosserai tutti gli altri colori.
Sarai unanonima terrena allesterno e la stessa asceta allinterno;
eviterai, come già sai fare, di convertire persone alle tue idee, ti asterrai da ogni
forma di proselitismo (27) e rivelerai la mia Vidyã (28) solo a coloro che la chiederanno
con fermezza perché, come già ti è noto, non esiste la Via unica o assoluta e ognuno ha
la sua strada. Durante questo nuovo viaggio, scoprirai anche il tuo karma astrologico,
anzi sarà questa la tua Arte.. Così affermò la Dea rossa e scomparve, dopo aver
scritto su una foglia il mantra bisillabo HAMSA. (29) |
La
stessa scena appariva a tutte le creature presenti. Per ogni essere sognante, lo
spettacolo si arricchiva di contenuti, grazie alle differenti sfumature derivanti dalle
emozioni personali, e simpreziosiva di significati a causa delle infinite
sensazioni, trasmesse dai mille altri personaggi che condividevano la rappresentazione
onirica. La natura intera partecipava al sogno e attraverso la figura di Svapnãmudrã
ognuno riceveva un messaggio, lo leggeva secondo le emozioni del momento e lo traduceva in
unazione inerente ai propri bisogni. |
Nel
cielo brillava la costellazione del Cigno di cui tutti conoscevano il significato: in
positivo, la riscoperta del proprio Io, la realizzazione personale e lunicità che
spicca anche nel più scuro anonimato; in negativo, il narcisismo e lesasperazione
dellego, anche a costo di sacrificare gli altri al proprio splendore. |
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IL
CAMBIAMENTO
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Al
primo raggio di sole, sentendo di aver accettato con gioia il cambiamento, anzi di averlo
desiderato ancora prima dellannuncio divino, la Sognatrice riaprì gli occhi,
rinvenne al mondo e decise di partire. Pensando però a colui che, accecato
dallamore per lei e che, pur restando un eccelso sadhu (30) aveva fallito, ella
provò compassione. Le mancò così il coraggio di partire e per evitare il bruciore del
conflitto decise di ritornare ancora un po dal santo e prolungare, per la prima
volta, oltre i limiti del comprensibile, unesperienza ormai finita. |
Trascorsero
quasi due anni. Con il passare dei giorni, ella vedeva Ãkãsthya sempre più triste e
cupo. Con il trascorrere dei mesi, lei capiva che la depressione, derivante dalla
diminuzione del distacco ascetico, era tanto profonda in lui quanto era stato intenso
lequilibrio della vita passata. La sacerdotessa finiva per allontanarsi sempre più
dal compagno e sembrava indifferente al suo tormento. Una sera di novilunio, fissando il
cielo e scorgendo la Dea Tãrã, lei ladorò con i riti stagionali e poi
simmerse in una profonda meditazione. Allalba riprese i sensi, ritornò per
lultima volta alleremo e con voce appena udibile, disse al santuomo:
Kshepã (31), sono stanca e, forse, ammalata. Vado verso le colline dellOvest
per curarmi. Ritornerò, quando starò meglio.. Così bisbigliò la Distaccata,
sapendo di mentire per pietà. Amica, lascia che io taccompagni per un piccolo
tratto, poi tornerò alleremo e dalla soglia resterò a guardarti mentre
tallontani. Una volta al di là dellorizzonte, ti prego, parlami così che con
leco del ricordo io possa sentire allinfinito il suono delle tue mille voci.
Permetti poi che io mediti sul tuo nome e sulla tua figura, così che nellattesa di
un sicuro ritorno, io possa sognarti ogni notte.. In questo modo implorò
linnamorato, fingendo di sperare. |
Invisibile
ma potente, lastro arancione Kaus Borealis emanava i suoi raggi. |
Svapnãmudrã
posò la testa sul petto del compagno, gli prese la mano, con laltra gli cinse la
vita e dopo essersi incamminata con lui per un breve pezzo, si allontanò da sola. Una
volta di là dellorizzonte visibile, ella gridò forte il nome del consorte
abbandonato, lo salutò e poi scomparve per andare a confondersi nei colori della folla
cittadina, alla stregua di una comunissima mortale. Nei suoi occhi brillava una luce
inafferrabile e unespressione enigmatica la rendeva assente dal mondo, pur
partecipandovi in pieno. Era impossibile capire se larcano di quello sguardo fosse
il riverbero delle stelle e della luna che ella aveva studiato e venerato sin dalla più
tenera età o se fosse il muto terrore per un mondo fatto di regole terrene a lei poco
gradite o chissà che altro ancora. Nessuno riuscì mai a sondare il mistero della
portatrice di sogni astrali. |
Trascorsero
cinque anni. Una sera di fine giugno, durante la meditazione sul cielo estivo, ella intuì
lesistenza di un nuovo astro e volle considerarlo per afferrarne la natura. Studiare
le virtù di quella stella fu cosa molto ardua e perciò Svapnãmudrã, decidendo di
ricorrere alle visioni del Dhyãna Nidrã, si allontanò dalla città. Recatasi in un
bosco, ella accese il fuoco sacro, lo alimentò con gli ingredienti rituali e lasciò che
si consumasse da solo, poi quando le ceneri divennero bianche come la luna, prese il
sacchetto con le dodici pietre magiche, recitò il mantra del viaggio onirico,
simmerse nella meditazione e passò dallo stadio di sonno senza visioni a quello del
sogno vigile. In poco tempo, le si spalancò lUniverso: vide tutte le stelle, vagò
nel Cosmo, visitò mille pianeti e poi, riatterrando, ella giunse alle soglie della sua
vecchia capanna. Lì, scorse Ãkãsthya in Nirvikalpa Samadhi, lo vide poi salire al cielo
e trasformarsi in una stella. Allistante, ella prese coscienza della morte del
compagno e sconvolta cominciò a tremare. Stava per essere sopraffatta dallo sgomento
quando si lasciò distrarre da una visione estranea che neutralizzò subito il dolore e il
rischio di soccombere allemozione nascente. |
Al
risveglio, la donna non volle più occuparsi di un passato luminoso ma assai opprimente e
dimenticò ogni cosa, compresa la visione. Con loblio, scomparve anche la
sensibilità a certe emozioni. Sebbene in maniera differente e con sviluppi daltra
natura, Svapnãmudrã era ritornata al precedente stadio del distacco emotivo. Nel
medesimo istante, le fu rivelato il significato del corpo celeste che ella aveva cercato
di studiare. Si trattava di un pianeta sconosciuto e ancora invisibile. Pur ignorandone il
nome, ella ne comprese la natura che simbolizzava in positivo la spiritualità o
lascesi, e al negativo la depressione, lillusione o la mancanza
dinteresse per la vita. Allora, ella pregò per uscire dalloblio e ritrovare
il gusto amaro e dolce della vita, attraverso i sensi e le emozioni. |
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EPILOGO |
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Dopo
varie esperienze, Svapnãmudrã ideò la pratica dellHãmimata (32) Vidyâ,
discostandosi per un po dalla linea Kâlimata (33) di Ãkãsthya. Al ritorno da una
visita al tempio dei nove pianeti in Ãssam, ella si dedicò alle ricerche sulla natura
degli astri e al loro influsso sullanimo umano. Meditando sul nuovo pianeta senza
nome, ella ricordò, a poco a poco, le antiche storie stellari e la sua scorsa vita. Poi,
ricordò anche il suo vissuto dasceta, rammentò il volto dei devoti che si recavano
alleremo e le mappe oroscopiche che aveva visto disegnare dal marito
e volle
andare oltre. Fu così che ai calcoli, al disegno e allinterpretazione, ella
aggiunse la meditazione, il sogno e il viaggio analogico; in effetti, ella voleva
comprendere che cosa spingesse unanima a scegliere una data, unora e un luogo
stabilito per nascere e riprendere il karma interrotto. Voleva, inoltre, capire in qual
modo una mappa astrale, coniugandosi con la meditazione sulle trascorse vite, potesse
trasformarsi in uno strumento evolutivo. E così, nacque lAstrologia Karmica. |
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NOTE |
1) Sapnãmudrã = il nome significa
Gesto rituale del sogno |
2) Ãkãsthya = dalla radice ãkãsh,
cielo. Significa fatto di cielo. |
3) Rishi = Erano chiamati così i vati
e i profeti dellantichità. Secondo le sacre scritture hindu, ogni rishi fu
tramutato alla sua morte, in una stella o in una costellazione. |
4) Mahãtripurãsundari = è la Dea
che con la sua bellezza protegge lo splendore delle tre città sacre. |
5) Sacro rettile = per gli hindu, i
serpenti sono sacri, rappresentano la Conoscenza e la spiritualità. Anche la Kundalini,
la Dea presente come Energia nei Chakra, ha la forma di un serpente arrotolato. La gola
del Dio Siva è adornata da un cobra. |
6) Medicinale = il veleno dei
serpenti, in dose ridottissima è usato come potente medicinale. In senso metaforico,
nelle pratiche del Tantra, molti degli ingredienti sono considerati veleni che possono
uccidere o guarire. |
7) Dieci emozioni = per gli indiani,
le dieci emozioni di base sono piacere, dolore, allegria, tristezza, collera,
tranquillità, coraggio, paura, meraviglia, disgusto. |
8) Veicolo = ogni Divinità cavalca un
animale che oltre ad essere il proprio veicolo per i viaggi astrali, è anche il simbolo
che rappresenta le sue caratteristiche. Ad esso vengono tributati gli stessi onori e la
stessa venerazione che al Dio corrispondente. |
9) Frangipani = sono fiori dal profumo
intenso e vengono offerti alla Dea Sarasvati. Ogni Divinità ha il suo fiore particolare,
il suo profumo, il suo colore e il suo veicolo. |
10) Banyan = ficus bengalensis. |
11) Nirvikalpa Samãdhi = è lo stato
in cui la coscienza è unita allintero creato ed è del tutto indifferenziata,
perché priva di rappresentazioni (nirvikalpa) mentali. In tale stato, il meditante, la
meditazione ed il soggetto su cui si medita diventano una sola cosa. Il termine Samãdhi
è usato anche per indicare la morte fisica o la tomba di un asceta. |
12) Sãri = è il tipico abito
femminile indiano, costituito da cinque metri di stoffa da drappeggiare intorno al proprio
corpo. |
13) Kãma bija = indica il mantra
monosillabico (bija) del piacere (kãma) ma anche lo sperma. Lasceta tantrico,
durante lamplesso rituale, deve impedire la fuoriuscita dello sperma, grazie alle
tecniche di ritenzione o di riassorbimento. |
14) Jogini =donna asceta che pratica
una delle varie forme dello yoga. |
15) Shãdhaka = è lasceta
tantrico alla ricerca della Conoscenza e dellilluminazione; il corrispondente
termine femminile è shãdhikã. |
16) Ingrediente rituale = tra gli
ingredienti per i riti tantrici vi erano il soma o lalcool che venivano usati in
quantità minime o massime, senza che lasceta potesse sviluppare un qualsiasi
disturbo o dipendenza. In effetti, il sadhu tantrico è sempre sul filo del rasoio perché
deve dedicarsi a pratiche pericolose dalle quali tenersi, in ogni modo, libero. |
17) Bãul = sono gli aedi dediti ai
canti e alle danze devozionali che raccontano gli amori del Dio Krishna e della sua amante
Rãdhã. Seguono alcuni principi del Tantra ad indirizzo vishnuita e rallegrano le feste
in onore di persone importanti. |
18) Dhyãna Nidrã = Si tratta della
meditazione, attraverso il sonno con i sogni (nidrã), una pratica usata dai Tantrici
hindu. Tecniche simili sono solite anche presso i Pellerossa delle tribù Lakota Sioux. |
19) Jantra = è un diagramma colorato,
fatto di figure perfette che sintrecciano tra loro e simbolizzano una Divinità o la
rappresentazione segreta di un suo aspetto. Ogni jantra corrisponde ad un determinato
mantra. Esistono anche jantra usati come amuleti protettivi. Nel linguaggio comune, la
parola jantra indica uno strumento di qualsiasi genere. |
20) Nome = la meditazione sul proprio
nome è un metodo di espansione della coscienza molto usato dai mistici della corrente
tantrica. |
21) Mudrã = Letteralmente, significa
sigillo; le mudrâ rituali sono gesti speciali che, oltre ad un significato segreto, hanno
poteri incredibili su chi le esegue o su coloro per i quali sono eseguite. In genere, sono
associate ai mantra, nel corso delle cerimonie sacre. |
22) Pietre = per la pratica del sogno
astrale, le gemme sono: rubino, perla, smeraldo, diamante, ametista, lapislazzuli,
corallo, turchese, opale, occhio di tigre, zaffiro blu e topazio giallo. In mancanza di
tali pietre si possono anche usare oggetti o sassi dello stesso colore. |
23) Rito = di solito, questo rito
viene eseguito in gruppo, in modo che ognuno possa offrire il proprio sogno. |
24) Forme originali = La Dea Tripurâ,
come ogni altra Divinità, oltre ad avere la sua forma principale, prende tantissimi altri
aspetti e nomi, tra cui quelli menzionati. |
25) Lilã = Significa gioco,
rappresentazione, opera teatrale, miraggio, trasformazione da un personaggio ad un altro. |
26) Rosse vesti = gli asceti tantrici
indossano solo ed unicamente il colore rosso, simbolo dazione, invece che
locra, larancione o il bianco, usati in segno di rinuncia, da asceti
daltre scuole. |
27) Proselitismo = Il Tantra è
contrario ad ogni forma di proselitismo, alla conversione degli altri alla propria fede e
alla creazione di istituzioni religiose. |
28) Vidyã = Conoscenza.
Lopposto è Avidyã, ignoranza. |
29) Hamsa= significa cigno ma si
traduce anche con la formula segreta io sono lei se laccento è posto
sullultima sillaba e se lasceta sidentifica con la Dea; diventa io
sono lui se non vi è laccento e se il devoto sidentifica con il Dio.
Lalternarsi delle due sillabe rappresenta anche i due momenti della respirazione.
Hamsa è inoltre il titolo onorifico dato ai sãdhu e agli asceti illuminati. |
30) Sãdhu = asceta, santuomo. |
31) Kshepã = è il vezzeggiativo
usato per rivolgersi ai sãdhu tantrici illuminati e particolarmente amati dai devoti.
Significa matto, nel senso di alienato dal proprio corpo e fuori di testa perché rapito
in estasi; non significa pazzo nel senso patologico della parola, anzi in tale caso, si
usa il termine "pãgal" o "pãgla". |
32) Hãmimata = è il cammino per la
conoscenza dellio umano ed è basato sulla misura del tempo individuale. Hã è
linizio di Hãm, lio. |
33) Kãlimata = indica il cammino per
la conoscenza della Dea ed è rappresentato dal tempo cosmico. Kã è linizio di
Kãla o tempo universale e di Kãlî, la Dea oscura. |