ASTROLOGIA: MITI E CULTI RELIGIOSI


di Maria Teresa Mazzoni

 

 

L’astrologia, quando nacque in Mesopotamia, circa 3500 anni prima di Cristo, era scienza e religione al tempo stesso. I sacerdoti, unici depositari del sapere, attraverso l’osservazione della volta celeste cercavano non solo di dare un ordine alla natura e al cosmo, ma di interpretare l’universo come un Tutto governato dalle stesse leggi; in questo Tutto era inserito anche l’uomo. Egli perciò non poteva che seguire il “destino” indicato nelle stelle o meglio ancora rispecchiarsi nell’universo. Il suo essere parte integrante della Natura lo rendeva un “microcosmo” riflesso di quello più grande e il fatto che le costellazioni, secondo calcoli precisi, un giorno lontano si sarebbero ritrovate nello stesso punto da cui erano partite, portava alla inevitabile conclusione che anche la vita e gli eventi umani, in quel preciso momento cosmico, si sarebbero ripetuti. Era il mito dell’Eterno Ritorno, già formulato dagli orfici e dai pitagorici, ma che con l’astrologia greca diventa la certezza di un’armonia in cui tutto ciò che avviene ha una sua collocazione precisa e già stabilita. Lo zodiaco con la sua fascia delle costellazioni rappresentava anche visivamente questa ripetitività; inoltre le sette sfere visibili, dalla Luna a Saturno, erano piani che circondavano la terra e attraverso cui si pensava fosse passata l’anima prima di nascere; ecco perché la forma quadrata dell’oroscopo e più tardi circolare, assunse la funzione di un “mandala” ossia, secondo le traduzioni più antiche, di “ciò che ci circonda”. Il mandala era ed è tuttora un’immagine del mondo; è al tempo stesso un pantheon simbolico e l’accesso ai suoi diversi livelli fa parte ancora oggi dei riti di iniziazione. D’altra parte fin dall’inizio l’uomo aveva visto nei corpi celesti, delle divinità esecutrici della volontà divina e la base della teologia babilonese - inizio dell’astrologia - si fondava sull’ordine religioso del cosmo e sulla dipendenza dell’uomo da questa volontà suprema; da qui la necessità di sapere ciò che si deve fare per non incorrere nell’ira celeste. I mutamenti del cielo stellato furono allora oggetto di un’osservazione da cui si trassero non solo la conoscenza dei ritmi planetari ma anche presagi e regole di comportamento; nacquero anche i riti religiosi grazie ai quali l’uomo sentiva di poter entrare in comunicazione con gli dei, di poter stabilire un legame tra il Cielo e la Terra; si creò inoltre un sistema di corrispondenza di segni tra il microcosmo e il macrocosmo che rendeva comprensibile la realtà terrestre e l’influenza su questa dei rispettivi prototipi celesti. Il cosmo intero quindi si rivelava come una struttura governata da leggi che, una volta comprese, potevano rivelare l’avvenire.

La successiva evoluzione delle idee religiose fa nascere poi miti e tradizioni che ampliano il simbolismo degli astri e le loro analogie con le cose terrene cosicché i pianeti diventano portatori di miti che sono metafora di caratteristiche umane e di situazioni esistenziali oltre che di un preciso destino. Le vicende a loro legate diventano nei templi rituali sacri o più tardi tragedie recitate nei teatri. In entrambe le situazioni l’uditorio è coinvolto in una partecipazione mistica che permetteva di condividere a livello profondo l’esperienza rappresentata. A sua volta lo zodiaco che nella sua sequenza indica simbolicamente tutti gli stadi della vita e tutte le tappe dello sviluppo umano – individuale e collettivo, materiale e morale – si connette inevitabilmente a tutta quella serie di miti che narrano le esperienze di una presa di coscienza difficile ma inarrestabile, proprio come difficile e inarrestabile è la vita. Ed è per affrontare con maggiore forza e consapevolezza questi passaggi spesso dolorosi che fin dai tempi più antichi molti di questi miti hanno dato vita a veri e propri culti religiosi.

Fra i miti più significativi ci sono quelli cosmogonici o delle origini. Nelle antiche religioni mesopotamiche la dea Nammu rappresenta il mare primordiale ed è indicata come la madre che generò il Cielo e la Terra; Cielo e Terra sono infatti la prima coppia che incarna il principio maschile e quello femminile. Nella cultura greca esiste invece il Caos da cui sorge Gaia ossia sempre la Terra; da questa è generato Urano che è il Cielo stellato capace di ricoprirla tutta. Comunque all’inizio c’è un unico elemento primordiale da cui nascono due opposti: il Maschile e il Femminile, quel maschile e femminile che nello zodiaco sono indicati dai primi due segni: Ariete e Toro. Ma il mare primordiale o il caos generatore sono sempre un principio femminile ed esso ha dato origine a molte divinità dal nome diverso ma che rivelano tutte lo stesso simbolismo: quello della Grande Madre fertile, nutriente ma terribile, che dà la vita e se la riprende, che è creazione e distruzione. Inanna ed Ereshkigal, Isthar e Iside, Demetra e Afrodite, Artemide e la Vergine Maria sono i vari aspetti di uno stesso Principio terrestre/lunare, femminile e materno che si è succeduto nei secoli e nelle varie culture.

In astrologia questo Femminile generatore fu collegato al segno del Toro il cui nome è quello di un animale maschio estremamente fertile e le cui corna ricordano la mezza luna, pianeta secondo la tradizione esaltato appunto in questo segno di Terra. In sanscrito GE è Terra e anche Toro e il sacrificio di questo animale costituiva la parte centrale del culto di Mitra, dio vedico onorato anche a Roma. Mitra per gli antichi indiani rappresentava la divinità nel suo aspetto benevolo e razionale, antitesi e complemento di Varuna che era invece il suo lato violento e aggressivo. Questa ambivalenza si mantenne anche nel culto romano dove, pur essendo Mitra un dio buono, era considerato in stretta relazione con l’uomo e la terra, tanto che l’uccisione del toro, animale a lui sacro, indicava la necessità di dominare l’istintualità per superare la dimensione umana. Il sangue dell’animale sacrificato veniva lasciato scolare a terra allo scopo di fertilizzarla, quindi anche qui si manifestava questa dualità: si uccidevano gli istinti per poterli sublimare e liberare così il lato fertile/creativo. Il Toro come segno astrologico è l’archetipo dell’energia della natura, un’energia indifferenziata e ricettiva che ad un livello elementare è finalizzata esclusivamente alla riproduzione ma in un secondo momento, con una diversa presa di coscienza e quindi con un diverso dominio dell’istintualità, può manifestarsi attraverso l’amore, l’arte e la creatività. Un altro mito associato alle caratteristiche di questo segno è quello del Minotauro, essere mostruoso dal corpo umano e dalla testa di toro, nato dall’accoppiamento contro natura di Pasifae regina di Creta con un toro. La storia di Minosse e del labirinto è troppo nota per ricordarla, ma tutto il mito con i suoi vari personaggi si ricollega all’aspetto più primitivo di questo segno, a quegli istinti che sepolti nel labirinto del nostro inconscio vivono e vogliono essere nutriti. Il rituale dei sette giovani e delle sette vergini che ogni anno a Creta venivano dati in pasto al Minotauro, è simbolo sia del nutrimento con cui noi teniamo in vita la parte inferiore di noi stessi che del meccanismo di acquisizione e possessività caratteristico del segno.Arianna che aiuta Teseo a uccidere il mostro rappresenta invece l’aiuto spirituale di cui l’uomo ha sempre bisogno e il suo famoso “filo” è il legame del sentimento. In altre parole, se Pasifae e il Minotauro sono l’aspetto primitivo del Toro, quello legato alla sensualità sfrenata e agli istinti bestiali, Arianna è l’Anima ossia l’energia che dà vita ai sentimenti e che con la sua potenza suscita la creatività, l’ispirazione, la spiritualità. Storicamente i culti del Toro precedono quelli dell’Ariete; iniziarono 4500 anni prima di Cristo e dominarono per più di 2000 anni.

Ma la creazione abbiamo detto ha inizio dall’unione di un Femminile e di un Maschile; e quest’ultimo, associato astrologicamente all’Ariete, è il Fuoco iniziale, quello che ai nostri giorni è chiamato il Big Bang. Questa esplosione primigenia è l’impulso espansivo, è il calore animatore che unendosi alla forza attrattiva della Natura genera la Materia. Amon-Ra, dio solare egizio, aveva la testa di un ariete ed era considerato il creatore di tutte le cose; il suo culto risale al 2000 a.C. circa e corrisponde al periodo di adorazione del sole epoca che durerà fino all’era cristiana. Il sole era il solo dio la cui azione era visibile in tutto il bacino del Mediterraneo; il segno dell’Ariete corrisponde all’inizio della primavera, periodo in cui le ore di luce prevalgono su quelle del buio e la natura rinasce; esso è quindi associato all’esaltazione e divinizzazione della funzione solare. L’Ariete dalla tradizione è stato considerato infatti luogo di esaltazione del Sole e domicilio di Marte. Marte in Grecia era onorato come Ares, dio della guerra e del coraggio, ma come Marte invece era un dio italico conosciuto ancor prima della nascita di Roma come dio della primavera e come tale anche simbolo della lotta e della vittoria contro l’inverno. Ci si rivolgeva a lui con riti e preghiere per assicurarsi la prosperità del bestiame e perché tenesse lontano il cattivo tempo e i germi morbosi.

Marte e il Sole sono quindi i signori dell’Ariete, il segno astrologico in cui fu ravvisato il principio maschile generatore che penetra la materia per darle la vita; la sua simbologia è legata al calore del fuoco e al movimento la cui azione, combinata insieme, rende possibile il passaggio dallo stato potenziale a quello virtuale. La sua forza maschile è considerata capace di rigenerazione ma la potenza del suo slancio è difficile da gestire al punto che può provocare la distruzione. Come il Principio Femminile infatti questa energia primaria contiene in sé la vita e la morte e il suo Fuoco può essere sacro, sacrificale o distruttivo. L'impresa degli Argonauti e la conquista del vello d'oro sono la narrazione mitica rappresentativa delle capacità di conquista dell’Ariete ma si tratta di una conquista che ha bisogno di essere “aiutata” perché il suo “fuoco” ad un primo livello non conosce strategie o equilibri. Medea, sacerdotessa e maga, darà a Giasone, eroe degli Argonauti, la possibilità di realizzare la sua impresa; essa rappresenta una diversa potenzialità del Fuoco, quella dell’Amore e della Conoscenza. Ma quando Giasone, tipico spirito arietino, tradirà Medea che era diventata sua moglie, il fuoco che anima costei regredirà allo stato primitivo diventando quello distruttivo della vendetta che brucia ogni cosa. La figura di Medea rappresenta il potenziale di “Anima” dell’Ariete, un’energia che conserva tutto il suo impeto e capace anche di evolversi. La sua forza tuttavia è ancora molto primitiva e le è difficile dominarsi per superare gli ostacoli che si ergono di fronte ad ogni nuova manifestazione; di fronte al tradimento di Giasone, Medea dimentica le sue capacità superiori (qualità che chiaramente non erano state ancora acquisite ma solo sperimentate) e si fa travolgere da quei sentimenti di aggressività e distruzione che sono la manifestazione inferiore e pericolosa del segno. In questo mito vive il Fuoco primitivo, quello dell’esplosione e della conquista, quello che crea e distrugge; quel fuoco che, secondo la tradizione, più tardi verrà donato agli uomini da Prometeo che lo avrà rubato per loro agli dei. Esso sarà quindi considerato sempre sacro, custodito e onorato al punto che presso i Romani, coloro che dovevano conquistare e colonizzare altre terre, ne portavano un po’ con sé come simbolo di civiltà e legame con la patria.

Ma come i miti della creazione, sono altrettanto numerosi e importanti quelli della nascita e della nutrizione. Anche questi sono appannaggio del Femminile e i pianeti ad esso preposti sono Luna e Venere che rappresentano diverse divinità e acquistano una simbologia differente secondo i segni e le funzioni che devono espletare. Astrologicamente il Cancro è il segno della nascita; in esso il Principio Femminile Materno è associato ai ritmi della Luna.

Fin dai primordi era stata notata l’influenza di questa sulle acque, sulla terra e su tutti i processi vitali, motivo per cui la Luna fu considerata fonte di fertilità e associata alla fecondità femminile, a quella degli animali e ai ritmi della vegetazione. Essa nell’immaginario primitivo era anche il luogo in cui soggiornavano le anime prima di incarnarsi e il Cancro, suo domicilio astrologico, era chiamato “Porta degli uomini” perché si pensava che le anime scendendo dalla Luna entrassero nel mondo terrestre attraverso questo segno zodiacale. La scomparsa della Luna durante i tre giorni di novilunio era considerata una minaccia per la vita sulla terra mentre la sua ricomparsa, simile alla rinascita delle piante e della Natura, era un’ulteriore conferma del duplice potere del Femminile: la sua capacità di dare la vita era sempre accompagnata dalla possibilità di toglierla. Dea della luce lunare era Artemide: in lei era rappresentata la giovinezza apportatrice di nuovi inizi e nuova vita, era benefica per la natura ma possedeva arco e frecce con cui poteva dare anche la morte; era una dea della caccia ma contemporaneamente proteggeva gli animali; era una dea vergine ma in molti luoghi era venerata come un’immagine femminile dotata di molte mammelle, cosa che la poneva chiaramente tra le dee madri. In lei erano quindi compresi aspetti diversi e contraddittori quali vita e morte, purezza e fecondità - espressioni delle fasi lunari e della duplicità luce/buio. Le divinità d’altra parte avevano spesso funzioni opposte e contrastanti che esprimevano la “coincidentia oppositorum” in cui l’uomo aveva intuito essere l’essenza della divinità; ma è anche possibile che questo archetipo lunare indicasse un materno che nella sua funzione nutriente e protettiva era considerato puro e sacro. Non è un caso che ad Efeso dove il culto di Artemide era molto sentito, questa devozione sia stata sostituita più tardi dal culto all’immagine cristiana di Maria, vergine e madre del figlio di Dio. Artemide era comunque una dea lunare che prendeva il nome di Selene come luna piena indicatrice della femminilità fertile, apportatrice di abbondanza; diventava poi Ecate, la Vecchia che portava la morte, come novilunio. Sotto quest’aspetto buio proteggeva la magia, le cerimonie di iniziazione e quelle dei moribondi. Le sacerdotesse di Ecate assistevano i malati terminali e quando questi spiravano preparavano i loro corpi e presiedevano ai loro funerali. Durante la celebrazione dei loro misteri esse spezzavano una verga con le foglie bianche come la luna, simbolo della vita, perché come Ecate era seguita dal ritorno di Artemide, così si pensava che alla morte sarebbe seguita una rinascita. La Luna e il segno del Cancro suo domicilio, furono comunque identificati come simboli astrologici del legame madre/figlio, della funzione di allevamento, allattamento, protezione della prole; come nascita, origine della vita individuale e familiare. Culti dedicati alla Luna esistevano tra i Sabini e gli Etruschi per non parlare del famoso culto egiziano di Iside, del legame con suo figlio Horus e della sua capacità vivificatrice grazie alla quale poté “ricomporre” il suo sposo/fratello Osiride.

Ma i miti del femminile nutritivo si collegano anche a quelli della vegetazione e ai riti ad essa connessi. La fertilità della terra era associata a quella della donna e poiché le donne erano depositarie dei segreti della creazione, ad esse fu demandata l’agricoltura e i suoi misteri.

Demetra era la dea delle messi; veniva spesso rappresentata con una spiga in mano e questo suo aspetto è anche il simbolo del segno zodiacale della Vergine. Questo segno, legato alla fine dell’estate, è associato al lavoro e alla meticolosità nell’eseguirlo ma è probabile che questo lavoro all’inizio fosse quello agricolo e in quel particolare periodo dell’anno riguardasse il raccolto e la sua conservazione durante l’inverno. L’inverno, rappresentando la morte della natura, poneva il problema della sopravvivenza e nei Misteri di Eleusi, fondati da Demetra, l’iniziazione sembra che comprendesse una sorta di discesa agli inferi dove erano presenti sia Demetra che sua figlia Persefone. Il rapimento di questa da parte di Ade era all’origine di una vicenda di dolore e di ricerca da parte della dea che infine invitava gli uomini a costruirle un grande tempio dove essa avrebbe insegnato loro i suoi riti. Questi erano legati all’agricoltura e specialmente al grano che, secondo molti testi e raffigurazioni sui monumenti, era stato donato all’umanità da Demetra dopo il rapimento di Persefone e in ricordo di questo evento, durante la celebrazione dei Misteri, gli iniziandi vagavano con le torce in mano imitando la dea e la sua affannosa ricerca. Queste cerimonie avvenivano due volte l’anno: in primavera venivano celebrati i Piccoli Misteri; a settembre/ottobre avevano luogo i Grandi Misteri che duravano 8 giorni con processioni, sacrifici, danze, e riti segreti. Queste cerimonie comunque sembra che si riferissero sempre al mito delle due dee, madre e figlia; da ciò si deduce che l’agricoltura, la conservazione del cibo indispensabile per la sopravvivenza e l’esperienza della morte con relativa discesa nell’oltretomba erano associate e fatte oggetto di un rito comune. E se il segno zodiacale della Vergine, come si è già detto, è legato non solo al lavoro e al raccolto ma all’atavica insicurezza per la possibile scarsezza del cibo, cosa che rende questo segno particolarmente attento a tutti i dettagli – è nello Scorpione che ritroviamo la simbologia della morte, della trasformazione e della rinascita. Il segno della Vergine è ancora legato ad un Femminile che nutre e provvede alle necessità, anche se qui l’istintualità dell’energia si scontra con le necessità della vita e per questo la sua fertilità rischia di trasformarsi in sterilità. Demetra che non vuole separarsi dalla figlia infatti è il materno che non vuole staccarsi della prole nonostante la vita lo esiga per la continuazione della specie. Siamo legati perciò ad una simbologia di crisi che deve portare alla acquisizione di una nuova consapevolezza ma siamo ancora comunque nell’ambito di quei miti associati alla Natura, alla fertilità, alla vegetazione; mentre lo Scorpione a cui appartiene il mito di Proserpina, ci porta al mistero del ciclo vita/morte/vita e a quello della morte e resurrezione. Secondo la sequenza zodiacale è nell’ottavo segno che avviene il confronto diretto dell’uomo con la sua mortalità; è lì che dopo tutta quella serie di esperienze simboleggiate dai sette segni precedenti e legate alla nascita e alla crescita, al lavoro e all’unione - è lì, dicevamo, che si comprende l’inevitabilità di questo evento. L’uomo che si è accoppiato e riprodotto ha realizzato la finalità della natura; la conservazione della specie è assicurata; quindi non gli resta che morire. Questa drammatica realtà è vissuta nello Scorpione, segno autunnale in cui nel bacino del Mediterraneo si vivono i giorni più brevi, quelli in cui la luce scompare sempre prima, annunciando così l’incombere della morte. Nell’antico Egitto Osiride, dio dei vivi, deve affrontare la morte che lo rende dio dell’Ade, ossia di un mondo invisibile da cui ritorna però ogni giorno sotto l’aspetto di Horus.

Horus è il sole che nasce dalle tenebre, illumina il mondo e sparisce per poi tornare ancora e ricominciare il suo viaggio di vita e di morte; esso è il simbolo del creato, dell’uomo e del suo destino, del sacro ritmo della natura di cui l’uomo fa parte. Esso prospetta la dissoluzione come necessità della natura, motivo per cui niente di ciò che esiste può restare uguale e la morte è il passaggio attraverso il quale si opera la trasformazione. Nello Scorpione ha luogo la lotta tra la vita e la morte; la vita individuale e materiale viene annientata ma la sconfitta paradossalmente si accompagna alla conquista: quella di una vita diversa, di un diverso livello di coscienza che si apre al piano metafisico. Ma perché questa ascesa possa compiersi è necessario prima scendere in basso, affrontare l’inferno - e i miti del viaggio agli inferi non si contano. Il più antico sembra sia quello sumero delle sorelle Inanna ed Ereshkigal, una regina del cielo e l’altra dell’oltretomba. Inanna, pur di salvare suo marito Dumezi dalla morte, scende nel mondo oscuro di sua sorella e accetta tutta una serie di spoliazioni fino al sacrificio della sua stessa vita; ma quando, rivitalizzata si accorge che nonostante tutto suo marito è morto, in essa si scatenano la rabbia e il desiderio di vendetta.

Alla fine però si calma e accetta la nuova modalità di essere che le proviene proprio dalla iniziazione a cui si è assoggettata. In questo mito sono presenti tutti gli elementi dello Scorpione: la morte, la spoliazione, il male, la trasformazione. Per poter accedere ad un diverso livello di vita bisogna morire in senso letterale o figurato, bisogna sacrificare ciò che è più caro e il male, così come la morte, possono essere superati solo affrontandoli e vivendoli fino in fondo. Inanna viene trasformata non solo dal suo viaggio nel regno delle ombre e dal suo sacrificare tutto, compreso il marito ma anche dall’essersi abbandonata all’ira e al dolore. Solo vivendo anche i sentimenti negativi può conoscere davvero se stessa e solo accettando la sua sconfitta può conquistare un altro tipo di coscienza. Questo mito, come quello di Proserpina che rapita da Plutone e trascinata nell’Ade ne diventerà poi la guida e la regina, parla di una resurrezione che è anche una trasformazione: colui che scende nell’oltretomba vive un’esperienza limite che permette l’acquisizione di altre capacità e quindi di altre modalità di esistenza. Nella sequenza zodiacale, superata la terribile prova della morte, si arriva al Sagittario dove si comincia a prospettare la trascendenza. In questi miti tuttavia non è presente solo il tema della morte ma anche quello dell’amore. Eros e Thanatos sono le due grandi forze che si contrappongono nello Scorpione e non può esserci una senza l’altra. L’amore e la sessualità danno la vita ma per preservare la vita bisogna morire. La morte è una realtà dell’esistenza non solo perché essa rappresenta il grande equilibrio senza il quale la riproduzione della specie sarebbe una calamità, ma perché è proprio la morte che nutre la vita. L’uomo da sempre per vivere si è cibato delle piante e degli animali e questa violenza, così come quella che in modo diverso viene fatta a Proserpina o ad Inanna, è strettamente connessa alla vita e alla sua trasformazione: materiale o morale. E’ nello Scorpione che si realizza l’intuizione del legame tra vita e morte, tra amore e violenza; e questa complementarietà si ritrova in tutti quei riti in cui la divinità viene uccisa, smembrata, mangiata e dove la sua carne e il sangue si trasformano in pane e vino consumati dagli adepti. I misteri dionisiaci, quelli mitraici o di Attis, la messa cristiana, ripetono tutti questo rituale attraverso il quale si incorpora a se stessi lo spirito della divinità e dove si cerca di ottenere l’unione mistica con il dio attraverso l’omofagia. Il pasto iniziatico sottolinea il valore sacramentale del pane e del vino e anche il processo dialettico vita/morte/rinascita.

Ma la storia di queste divinità che muoiono e risorgono si ricollegano anche ad un altro grande mito: quello della redenzione. Il tema della redenzione vive da sempre nella storia umana perché, secondo tutte le religioni, l’incarnazione dell’anima è il risultato di una “caduta” ed essa per risalire deve redimersi. Ed è nel segno dei Pesci, ultimo della sequenza zodiacale, che si manifesta più forte questo desiderio; esso è la tappa finale, l’ultimo stadio di un viaggio in cui si sono percorse tutte le esperienze dell’esistenza individuale e tutte le aspirazioni di un Io che gradualmente si è aperto al Tu e al Noi per arrivare ad intuire la Totalità e a voler quindi abbracciare il Tutto. Ma per poter accedere a questa riunificazione totale è necessario redimersi e la devozione, lo spirito di sacrificio, la capacità di assistenza che animano il segno dei Pesci – così come le altre manifestazioni quali il misticismo o la capacità creativa o la stessa malattia – sono espressione del desiderio di redenzione. Questo si può attuare abbracciando la Croce e la storia di Cristo che, sacrificandosi e morendo su questa, ha espiato i peccati degli uomini e ha riaperto loro le porte del Paradiso, indica la strada da percorrere: il sacrificio volontario di se stessi, la capacità di vivere la sofferenza, la solidarietà umana sono i mezzi attraverso cui si può realizzare questa mistica aspirazione.

Il redentore è una vittima che accetta di morire, ma come si è già visto, si muore ad un livello per rinascere ad un altro. Cristo dopo tre giorni è risorto ed è salito in cielo ed altrettanto è accaduto ad altre divinità come Dioniso che, divorato dai Titani, è rinato dalla coscia di Zeus, ha iniziato gli uomini ai suoi misteri e ha salvato Arianna, simbolo dell’anima umana; Osiride che, rianimato dalle cure di Iside e di Horus, è diventato il simbolo della vittoria sulla morte e perfino la testa di Orfeo, pur staccata dal corpo, diventerà un oracolo e continuerà a cantare. La redenzione è quindi, per la mente umana, quell’iter miracoloso che può restituire agli uomini l’immortalità e se l’espiazione, il sacrificio, la sofferenza sembrano essere la tematica del segno dei Pesci, la spiritualità, l’amore per il prossimo, la fede sono i veicoli attraverso cui in questo segno si cerca di superare la barriera del tempo e dello spazio per raggiungere l’eternità.

 


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