EMPATIA


Relazione di Lidia Fassio

Incontro di Convivio – Roma 1 aprile 2001

 


Il termine “empatia” può trovare all’interno dei vari dizionari definizioni abbastanza diverse, anche se tra di loro vi sono alcune similarità. Nel linguaggio comune significa più che altro capacità di compartecipazione, saper condividere gli stati d’animo degli altri e in particolare le loro sofferenze; da qui giungono capacità di aiutare, sostenere e, soprattutto, comprendere. Indubbiamente il significato è molto ampio, tuttavia si lega sempre al saper “sentire” stati d’animo sia negativi che positivi, ed al saper alleviare la sofferenza.

Di fatto, non può esistere relazione significativa se non c’è empatia: la mamma che consola il suo bambino lo fa grazie all’empatia; la persona che riesce a condividere la gioia dell’amico lo fa perché può usare la sua capacità di condivisione empatica; l’innamorato che riesce a sintonizzarsi su ciò che sente l’altro anche senza l’uso di parole, lo fa usando questo strumento. Ci sono poi professioni che comportano, o meglio comporterebbero necessariamente l’empatia: nessuno psicoanalista può condividere il vissuto del suo analizzando se non possiede empatia, ed anche gli infermieri, i medici e gli operatori sociali devono essere dotati di empatia. Molte volte però questo termine viene confuso con altre qualità che possono essere simili: tipo la simpatia, la compassione o la pietà cristiana.
La parola EMPATIA fu usata per la prima volta in Germania da Titchener a proposito di “sentire dentro”, e deriva forse dalla parola greca empatheia.
Fu usata all’inizio più per definire termini di condivisione estetica e solo successivamente venne presa a prestito dalla psicologia.
Negli ultimi 20-25 anni la parola empatia è stata oggetto di divergenze sia teoriche che terminologiche poiché si è a lungo discusso se dovesse essere considerata un’esperienza affettiva oppure cognitiva. Per molti studiosi viene vista come una condivisione affettiva; tuttavia molti autori considerano la vera empatia come subordinata anche allo sviluppo di capacità cognitive che consentono in primo luogo di immedesimarsi negli altri, di mettersi dal loro punto di vista e di comprendere il loro modo di valutare cose e situazioni (tutto ciò è frutto del pensiero riflessivo).
In questo contesto io cercherò di definire alcune cose che si riferiscono sia al concetto di “empatia emotiva” che a quello di “empatia cognitiva”, ovvero sia l’aspetto prettamente affettivo che quello cognitivo. Proprio con l’aiuto dell’astrologia possiamo infatti vedere come l’empatia richieda l’uso di entrambe le tonalità – affettiva e cognitiva – anche se apparentemente potrebbero sembrare in antitesi: in realtà, solo un vissuto affettivo può permetterci di “sentire” le cose, però le capacità cognitive ci possono fornire la capacità di vedere la prospettiva dell’altro.
Infine, l’empatia necessita di due presupposti anch’essi apparentemente antitetici: la fusione affettiva tra sé e l’altro e la differenziazione tra sé e l’altro. Senza differenziazione infatti non è possibile giungere ad una vera condivisione, perché gli stati emotivi altrui non sono riconosciuti come esterni a sé e non sono correttamente discriminati; vedremo in seguito come l’astrologia ci dia conferma di tutto ciò. Tuttavia, senza la capacità fusionale che consente di far propri gli stati emotivi altrui non vi può essere empatia, ma soltanto una distaccata rappresentazione cognitiva.
L’empatia è quindi il risultato di un equilibrio estremamente complesso tra la capacità di discriminare e riconoscere gli affetti dell’altro come diversi dai propri e quella di accoglierli e farli propri.
L’empatia affonda le sue radici nella simbiosi madre-figlio, si raffina con l’evoluzione della differenziazione tra sé e altro, per giungere infine ad una reale maturità allorché si è in grado di percepire con estrema esattezza i sentimenti ed i vissuti altrui, staccandoli totalmente dai propri fino al punto da comprendere pienamente il punto di vista dell’altro.
Secondo un’ottica psicologica, già Reik nel 1949 aveva sostenuto che l’empatia comportava in primo luogo un processo affettivo di assorbimento attraverso l’introiezione dell’altro, con la conseguente capacità di entrare in risonanza con i sentimenti dell’altro interiorizzati; tuttavia, l’autore riteneva che la forma più evoluta di empatia necessita di un distanziamento che possa consentire una risposta in grado di riflettere sia la comprensione dell’altro che la differenziazione da esso. Proprio questa definizione consente di vedere che l’empatia è figlia sia di processi cognitivi che di processi affettivi.
Nella prospettiva affettiva dell’empatia, in cui è prevalente il tema della differenziazione tra sé e altro, diventano centrali i meccanismi di introiezione e proiezione. La proiezione consiste nel localizzare all’esterno di sé i contenuti psichici non riconosciuti e quindi rifiutati; più semplicemente può essere definita come l’attribuzione di propri atteggiamenti, pensieri e sentimenti ad un’altra persona. Comporta sempre una riduzione della differenziazione tra sé e gli altri, e l’inconsapevole sovrapposizione dei propri contenuti psichici e del proprio vissuto ad un altro.
L’introiezione invece si riferisce alla capacità umana di incorporare sentimenti, atteggiamenti e pensieri altrui. Nella relazione tra sé e un altro, l’introiezione comporta una permeabilità ai vissuti altrui ed una ricettività nei loro confronti. È chiaro che la disponibilità ad accogliere l’emozione altrui può rendere la persona troppo permeabile ad introiettare i contenuti al punto da subire un vero e proprio “contagio”, e ciò accade nella fase di gestazione, nelle prime fasi si sviluppo infantile e, in seguito, quando non vi è alcuna mediazione cognitiva. In questo caso la differenziazione tra sé e l’altro si annulla.
Bisogna però prendere in considerazione l’idea che il contagio ha svolto un importante ruolo nella filogenesi e svolge ancora un ruolo positivo nelle fasi dello sviluppo, in particolare nella relazione madre-figlio. Possiamo quindi sostenere che la radice dell’empatia sta nelle prime manifestazioni di “contagio” emotivo. Infatti, la possibilità di empatizzare deriva proprio dall’attaccamento tra madre e figlio in cui si verifica un vero e proprio mimetismo affettivo in una fase in cui non vi è ancora differenziazione e non vi sono confini, in quanto non vi è neppure in Io.
Le prime reali manifestazioni di questa forma di empatia le ritroviamo nella casa 4° Cancro-Luna, che oltre a rappresentare l’inizio di una vera e propria possibilità di relazione del bambino, che passa da una posizione di fruitore ad una di scambio, vede il bambino stesso iniziare una partecipazione attiva all’amalgama fusionale materno e familiare. In questa casa, che rappresenta “la possibilità o meno che noi avremo di creare rapporti stretti con gli altri”, fondata sul piacere o meno di stare in una relazione affettiva, il bambino entra in una identità emotiva conglomerata che racchiude, a livelli diversi di intensità, tutte le emozioni familiari. Questo “amalgama” darà il via alla capacità di rispondere emotivamente agli altri; molto dipenderà dal tipo e dall’intensità di tali emozioni: se saranno rassicuranti il bambino non sarà spaventato da esse, se invece avranno un’intensità e gradi di intimità che possono procurare disagio e ansia, il Sé del bambino sarà incorporato in quello degli altri membri. In questo sistema è molto importante il processo di proiezione della famiglia attraverso cui i genitori trasmettono anche i loro problemi e le loro aspettative ai figli.
Ovviamente, questa è la forma più primitiva di empatia; è spontanea, istintiva, immediata e involontaria, caratterizzata da assenza di mediazione cognitiva. In questa fase quindi non possiamo ancora parlare di una vera e propria empatia e la psicologia evolutiva la chiama appunto contagio, riservando l’altro termine solo alle forme più differenziate e non automatiche di risposta e condivisione.
Il contagio tuttavia è utile sia per l’individuo che per il gruppo nelle prime fasi della vita, o lo è stato nelle prime fasi dell’umanità, poiché la capacità di essere contagiati è utile anche come meccanismo di difesa. Il contagio è importante, poiché anche nelle persone con scarsa differenziazione, consente comunque di allevare i piccoli, di sintonizzarsi sul dolore altrui e di alleviarne le sofferenze. Si tratta quindi di una tendenza universale che sta alla base di ogni consorzio umano e che svolge un ruolo profondo nella formazione del legame sociale.
Ovviamente il contagio compare molto prima che il bambino abbia acquisito una vera e propria consapevolezza che gli altri sono entità fisiche separate da lui. Si tratta di una primitiva struttura che dovrebbe – in teoria – rimanere confinata alla sola prima infanzia; in realtà la ritroviamo in persone che non hanno compiuto i necessari passi di differenziazione e che non hanno stabilito confini solidi tra sé e gli altri; può comparire anche in casi di regressione dovuti a situazioni di emergenza o a choc emotivi che annullano temporaneamente la differenziazione.

Il contagio si compone di due modalità:
- L’imitazione motoria, che è un processo automatico di risposta alle emozioni altrui che sollecita il contagio emotivo per effetto di retroazione. Questa particolarità produce nell’osservatore uno stato emotivo simile a quello della persona osservata, senza che vi sia alcun intervento da parte di processi cognitivi di mediazione più elaborati quali la discriminazione e la rappresentazione dello stato emotivo dell’altro. Questa modalità comporta la capacità del bambino di compartecipare agli stati emotivi della madre per sintonizzazione. Secondo alcuni studiosi ciò tenderebbe a lanciare nell’altro un messaggio del tipo “sono come te e sento le cose che senti tu”. Ha un duplice vantaggio evolutivo: provoca immediatamente il contagio e comunica contemporaneamente – sempre in maniera automatica – che si è realizzata la condivisione.
- La reazione circolare primaria è invece la tendenza del bambino a mostrare le stesse emozioni che mostra l’altro, quindi, ad esempio, a piangere quando piange un altro bambino. Questa sembrerebbe una reazione più specifica che ha lo scopo di mantenere il contatto con la figura di protezione e di attaccamento, e avviene proprio rispondendo agli stimoli sociali esterni in una maniera che possiamo definire “congruente”.

Queste due modalità di contagio appartengono alla fase cancerina-lunare e alle persone che hanno forti concentrazioni su questi due simboli o sulla casa quarta; a maggior ragione se presentano anche delle lesioni Luna Nettuno o Luna Plutone, in cui la sintonizzazione con gli altri è immediata, ma non vi è capacità di riconoscimento vero tra ciò che accade dentro e ciò che invece appartiene al fuori. Il modello emotivo in questo caso è di tipo fusionale, è pochissima o nulla la distanza tra sé e l’altro, e nella maggior parte dei casi non vi è stata differenziazione, e quindi manca sostanzialmente la costanza oggettiva, per cui interno ed esterno sconfinano e si confondono. In pratica, il “sentire” e il “reagire” non hanno alcuno spazio intermedio. Questi soggetti tendono poi a proiettare egocentricamente le loro emozioni sugli altri, giacché hanno anche molte difficoltà a contenerle. La proiezione sugli altri di propri stati emotivi è quindi considerata a livello psicologico un processo di cruciale importanza nell’ostacolare la condivisione emotiva reale.
Nella fase Cancro-Luna non c’è ancora empatia e non possiamo quindi parlare di queste persone come di persone empatiche giacché queste ultime hanno la capacità di riconoscere le emozioni altrui, sono in grado di distinguerle dalle proprie e quindi meno inclini a proiettare sugli altri i propri stati emotivi. Per giungere però ad una forma di empatia matura di condivisione, occorre avere sviluppato una serie di capacità cognitivamente differenziate.
Dal punto di vista psico-genetico l’esperienza empatica matura presuppone la definitiva conquista della differenziazione fra sé e l’altro, e l’acquisizione della permanenza oggettiva. L’ipotesi più accreditata è che i soggetti empatici manifestino una maggior disponibilità ad accogliere e a fare propria l’emozione altrui, senza attribuire le proprie ad altri. Hanno quindi un atteggiamento di minore egocentrismo ed anche di minore difensività.
L’empatia vera comporta la messa in atto di buone abilità non solo cognitive e sociali ma anche affettive, e l’attuazione di un modo di essere con gli altri attento e responsivo, non troppo centrato su di sé e sui propri problemi. Questa seconda fase empatica implica innanzitutto il riconoscimento dell’altro come persona separata da sé, una sana capacità di condivisione ed una necessaria differenziazione, tutti processi che devono avvenire in casa 7a e che sono il preludio alla fase successiva, scorpionica-plutoniana da casa 8a.  

La presenza di Mercurio nel segno dello Scorpione garantisce il riconoscimento delle emozioni, la capacità di discriminare le proprie da quelle altrui, e ciò svolge un ruolo importantissimo nell’empatia. Questa fase comporta anche la capacità di discriminare in modo corretto ed appropriato tali diversi stati emotivi e di vedere le emozioni degli altri come appartenenti ad un’altra persona differenziata.
Questa stadio di casa ottava, in cui troviamo Plutone e lo Scorpione, è la zona della nostra vita in cui mostriamo se siamo o no in grado di entrare veramente in intimità con un’altra persona a livello emotivo, situazione che può diventare raggiungibile solo se siamo giunti ad una reale differenziazione dall’altro, il che comprende la consapevolezza che l’altro può provare stati emotivi interni diversi dai nostri. Comporta il saper condividere in modo vicario le emozioni di un’altra persona, pur avendo chiaro che si tratta di emozioni separate dalle proprie, ed anzi spesso anche molto diverse dalle proprie. La capacità di condividere empaticamente lo stato emotivo di un’altra persona implica dunque che l’individuo abbia sviluppato la consapevolezza che gli altri sono diversi da sé, che hanno una loro stabilità e continuità nel tempo e che per questo vivono emozioni e sentimenti differenti dai suoi che si esprimono attraverso differenti modalità.
In secondo luogo l’individuo deve essere in grado di discriminare in modo corretto i molti modi di espressione dell’altro, nonché di assumere la prospettiva dell’altro per poterne comprendere intenzioni, pensieri e motivazioni. Infatti, se possiamo affermare che l’empatia è una esperienza affettiva, basata sulla compartecipazione del “sentire”, è altrettanto vero che non può esserci partecipazione e condivisione dove non vi sia una buona capacità di discriminazione che consenta di comprendere la prospettiva e il ruolo dell’altro, il che significa aver superato pienamente lo stadio di egocentrismo ed aver acquisito un crescente controllo del proprio punto di vista, che viene sempre più differenziato e non sovrapposto a quello altrui, anche in condizioni di attivazione emotiva. Si tratta anche di saper comprendere che gli altri, anche in situazioni simili a nostri vissuti, possono avere modi molto diversi di sentire poiché la loro personalità è diversa, come i loro atteggiamenti, i loro valori e i loro punti di riferimento.
L’empatia in questa fase di casa ottava comprende la rappresentazione del vissuto dell’altro, il che significa aver raggiunto la capacità di rappresentarsi gli stati interni dell’altra persona svincolandoli dagli eventi cui sono correlati, e rendendosi sempre più conto che questi stati interni possono essere radicalmente diversi da quelli che il soggetto ha provato in situazioni analoghe. Questo comporta anche un grado molto elevato di intensità, tipico dei rapporti da casa ottava, che può portare a temporanee fusioni emotive, senza che vi sia un contagio di tipo psicologico: in effetti, in questa sede gli opposti psichici si devono ricomporre all’interno della persona.
Le lesioni sulla casa ottava e su Plutone possono però portare ad un comportamento con finalità del tutto diverse: pur mantenendo salda la capacità di rappresentare il vissuto soggettivo dell’altro, questo può non tradursi affatto in condivisione poiché possono entrare in gioco meccanismi di tipo difensivo che portano il soggetto a provare empatia chiudendosi però nei confronti dell’altro. A questo grado di sviluppo, il soggetto potrebbe addirittura sfruttare la sua capacità per aggredire l’altro in modo più incisivo e fargli maggiormente del male, in maniera volontaria e premeditata. Infatti, a questo punto dello sviluppo emotivo, vi è una buona capacità di controllo e quindi possono esserci intenzionalità precise; è il tipico caso in cui vi sono degli atteggiamenti ricattatori, fatti però con un intento finalizzato ad avere un preciso potere sull’altro, cosa molto diversa dall’inconsapevolezza del ricatto emotivo cancerino volto a mantenere o creare una situazione di dipendenza indispensabile per la persona che non ha raggiunto un grado di autonomia.
A questo livello stanno gli aguzzini, i torturatori, i sequestratori e, a livello individuale, gli psicopatici che usano il controllo emotivo per colpire in maniera più circostanziata ed efficace le loro vittime. In questi casi la rappresentazione del vissuto dell’altro (ad esempio il capire quali sono le cose a cui tiene di più o le sue reazioni alla sofferenza) possono essere usate per ferire più efficacemente e raggiungere i propri scopi. Tale capacità empatica può essere usata per organizzare una vendetta o per ricattare materialmente o moralmente l’altro, proprio basandosi su una approfondita ed assolutamente corretta rappresentazione del vissuto altrui.
In termini positivi questo tipo di empatia, molto più evoluta, si fonda su una risposta emotiva non più solo parallela ma partecipatoria. Per questo tipo di empatia occorre una buona mediazione cognitiva che permetta di differenziare l’esperienza dell’altro senza un eccesso di coinvolgimento. Questa capacità è raggiungibile a partire dall’adolescenza in cui, proprio grazie al pensiero formale, diventa sempre più possibile per il ragazzo distaccarsi dall’immediatezza della situazione osservata per rappresentarsi vissuti interni possibili, per immaginarsi condizioni che non sono direttamente osservabili, nonché per riuscire a generalizzare tali vissuti e condizioni ad interi gruppi. Tali capacità risentono fortemente dell’influenza culturale ed educativa, e in particolare dei modelli e dei valori che per l’adolescente, e in seguito per l’adulto, sono riferimenti portanti della propria visione del mondo e dei rapporti.

L’ultima forma di empatia, la più differenziata in assoluto, è quella da casa 12a Pesci-Nettuno. Richiede un buon processo di individuazione – che dovrebbe essere concluso nella fase di casa 11a – un buono sviluppo dell’identità, una crescente consapevolezza che tutti gli individui hanno una continuità nel tempo, una propria storia e una loro identità da rispettare.
In questa fase la conoscenza e il padroneggiamento delle proprie emozioni, che si è formalizzato in un sano distacco, offrono nuove opportunità per andare oltre la situazione osservata e per rappresentare all’interno la condizione dell’altro come uno stato non solo transitorio ma stabile nel tempo. In questa fase, la capacità di rappresentazione può inoltre riguardare non soltanto un individuo ma generalizzarsi ad interi gruppi sociali, quali i deboli, gli ammalati, gli emarginati, ecc. Analogamente diventa possibile rappresentarsi il vissuto di una persona in situazioni ipotetiche che non sono ancora reali, e che forse non lo diventeranno mai, quali ad esempio un’eventuale malattia.
In questa fase da casa 12a occorre tener presente nella valutazione dell’empatia la visione del mondo di questa persona, che può essere fortemente segnata dalla rappresentazione degli altri e dall’idea che la condivisione sia un valore da perseguire in quanto considerato moralmente valido e importante.
Questo tipo di empatia necessita di una potente radice affettiva che tende alla promozione di comportamenti positivi verso gli altri. Possiamo giungere in questo caso ad usare il termine “affetto morale empatico”; alcuni autori hanno anche visto in questo tipo di empatia un vero e proprio ruolo nel contrastare l’aggressività e nel promuovere relazioni sociali positive di accettazione reciproca anche in condizioni difficili. Questo tipo di risposta empatica richiede la capacità di padroneggiare la propria attivazione emotiva: solo in questo caso si è in grado di intervenire, focalizzando l’attenzione sull’altro, sui suoi bisogni e non sui propri.
Qui l’empatia è sempre cognitivamente mediata.
Ovviamente, le lesioni sulla 12a e su Nettuno possono portare invece ad una sorta di empatia egocentrica nel senso che, nel migliore dei casi il soggetto fa quello che, in base alla propria esperienza, allevierebbe la sua sofferenza in una situazione simile a quella in cui si trova l’altro, ma non tiene conto dell’effettivo bisogno dell’altro, non si rende conto che l’altro potrebbe aver bisogno di un aiuto diverso; tipo ad esempio il soggetto che conforta una persona che ha subito un lutto con discorsi religiosi che avrebbero effetto su sé stesso, senza però rendersi minimamente conto che l’altro è privo di convinzioni religiose e quindi non può trarre alcun giovamento dai suoi discorsi, ma può anzi aumentare la sua tensione.
Questo tipo di empatia richiede un buon decentramento cognitivo, ovvero la capacità di considerare la situazione esclusivamente dal punto di vista dell’altro, con gli occhi dell’altro e permette di mettere in atto comportamenti sociali e di aiuto davvero decentrati. Nei casi in cui l’empatia nettuniana è compromessa, non ci troviamo di fronte a persone a cui manca la capacità di aiutare, ma l’aiuto è dato per motivazioni egoistiche e di interesse personale, oppure è volto a risolvere problemi quali deficit di identità o carenze di autostima mai risolti.
Questa terza fase empatica, nella sua accezione positiva, può essere invece definita altruistica, ed è quella in cui non vi dovrebbe essere alcun vantaggio né diretto né indiretto, né presente né futuro per chi la applica. Questo stadio non può essere applicato ai soggetti ad empatia egocentrica o parallela, tanto meno a quelli nella fase “contagio”.  

Per concludere possiamo dire che il bambino avrebbe bisogno di contesti relazionali ed educativi che incoraggino a percepire gli altri come simili a sé; tuttavia, perché questo sia possibile è necessario che l’incoraggiamento a percepire la similarità sia fondato su livelli di astrazione adeguati all’età e al grado di maturità del bambino. È molto importante a questo scopo il clima del gruppo; infatti, un contesto relazionale troppo competitivo può portare il bambino a concentrarsi troppo su di sé e quindi ad interferire sulla capacità di rispondere empaticamente ai bisogni degli altri.
Nel particolare contesto storico in cui stiamo vivendo, l’indifferenza dei rapporti sociali faccia a faccia nelle grandi città, la tendenza a tenere lontani i bambini dalla partecipazione ai momenti di dolore quali malattia e morte, la chiusura delle famiglie nucleari e, in ultimo, la sempre più massiccia presenza nella vita infantile dell’esperienza passiva attinta dalla televisione a danno dei reali rapporti, rappresentano gli ostacoli più pesanti al raggiungimento di una sana empatia e quindi di una buona capacità di entrare in relazione con l’altro, nonché di una possibilità reale di migliorare sensibilmente le condizioni sociali in cui ci troviamo.
L’empatia serve anche per negoziare e per risolvere conflitti. Infatti, per risolvere un conflitto bisogna sapersi mettere nei panni degli altri, riconoscere e vivere empaticamente i loro obiettivi. È difficile cedere anche su un solo punto se non si capiscono le ragioni della controparte. L’incapacità di affrontare emozioni sfumate o ambivalenti, che fa parte della tendenza a polarizzare, crea ostacoli alla risoluzione dei conflitti. Chi ha una visione estrema delle cose vuole o tutto o niente e fatica ad accettare soluzioni intermedie. La distanza emotiva conduce a tollerare molto meglio la perdita e la delusione senza lasciarsi prendere dall’ira o dalla depressione: questa capacità richiede un buono sviluppo cognitivo ed una empatia matura unita ad una capacità di riflettere e di condividere. Permette infatti di cedere i limiti senza perdere in nessun caso il senso di separazione né quello dell’identità.



TORNA AD ARTICOLI


HOME