NETTUNO E IL COUNSELLING:
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RIFLESSIONI IN CORSO
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Conferenza di Angela Leonetti |
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Ho scelto il titolo di questa
conferenza [1] più di un anno fa, sulla base di una suggestione, senza avere
ancora ben chiaro l’argomento in tutte le sue implicazioni. Mi sono tenuta
sul vago (e trattandosi di Nettuno mi pare una linea di condotta pertinente)
perché dovendo dare un titolo con così tanto anticipo desideravo preservare
una certa libertà di scrittura. |
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Tentare di confrontarmi con
Nettuno è forse inevitabile per me in questo momento: non solo il mio tema di
nascita ha un Nettuno importante, in quanto opposto alla Luna (che è il
governatore del mio segno zodiacale), trigono al Sole e trigono a Mercurio;
non solo Nettuno è uno dei due pianeti focali del modello planetario cui
appartiene il mio tema: in questi giorni Nettuno di transito si trova al
quadrato esatto della mia opposizione Luna-Nettuno di nascita, mentre
Saturno, l’altro pianeta focale del modello, si trova da giorni in transito
pressoché esatto di congiunzione al mio Mercurio natale. |
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Il momento non è forse dei
migliori: ho scritto con grande sforzo, avvertendo un’atmosfera di
insoddisfazione, di autocritica, di evitamento, di molteplicità
incontrollabile di stimoli, di inafferrabilità, e anche forse di eccessive
aspettative nei confronti di me stessa. Quello che comunque mi auguro è che
la congiunzione di Saturno a Mercurio mi aiuti a sviluppare il tema scelto in
modo sufficientemente comprensibile e strutturato. |
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D’altra parte, questa non è e
non può essere una conferenza su Nettuno (di cui utilizzerò soltanto
alcuni concetti chiave), e neppure sul counselling: troppo ci vorrebbe
per entrambi gli argomenti, che hanno già alle loro spalle una ricca
bibliografia alla quale si può ricorrere per ogni approfondimento. Il
tentativo di questa sera consiste nel portare avanti un confronto
metodologico, per quanto necessariamente parziale, tra counselling
astrologico, counselling propriamente detto e psicoterapia, e nel provare a
utilizzare alcuni tra i molteplici significati che Nettuno può assumere
astrologicamente come primo possibile ponte fra astrologia e counselling. |
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Mi rendo conto che questo
(ovvero la necessità di un ponte fra astrologia e counselling) potrebbe non
essere avvertito da molti come un reale problema, poiché già da qualche anno
si utilizza in Italia l’espressione ‘counselling astrologico’ per indicare la
relazione che si instaura fra cliente e astrologo. In realtà, com’è già stato
osservato, sarebbe più corretto parlare di ‘consultazione
astrologica’, e questo per evitare indebite sovrapposizioni di significato,
sfocature di confini: ecco un primo elemento che richiama Nettuno, signore
degli annebbiamenti, delle mancate messe a fuoco. Lo stesso termine
‘counselling’ partecipa della natura di Nettuno: a tutt’oggi intraducibile,
rinvia sempre a qualcosa di più delle parole usate per descriverlo (non è
consiglio, non è consulenza, non è terapia, è relazione d’aiuto ma piuttosto
particolare, ecc.), come se avesse un alone: la gente non sa cos’è, lo
confonde con altre cose, ti guarda con occhio vitreo, e dopo che per
l’ennesima volta hai cercato di spiegare di che si tratta, rimane la
sensazione fastidiosa e frustrante che l’interlocutore non abbia afferrato
completamente. |
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Come conto di illustrare
adesso, consultazione astrologica, counselling e psicoterapia sono una triade
interessante, perché il mestiere dell’astrologo, il cui ambito di intervento
non può e non deve oltrepassare i confini del counselling, partecipa
tuttavia, come vedremo, di un certo assetto mentale che è tipico della
psicoterapia ma non del counselling. Tale sfasatura pone l’astrologo
contemporaneo di fronte alla necessità di un costante monitoraggio del
proprio intervento, e dove i confini sono maldestramente definiti o
parzialmente cancellati, con conseguente possibilità di sviste o invasioni di
campo, là c’è Nettuno. |
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Per dare consistenza al
discorso vorrei tornare ancora un momento sulla natura e sugli scopi del
counselling professionale, e sulle sue differenze con la psicoterapia,
soprattutto per coloro che sentono ora parlare del counselling per la prima
volta. |
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1) A differenza della
psicoterapia, riservata attualmente a psicologi e medici, il counselling come
professione ha un accesso potenzialmente illimitato: non solo è ammessa la
laurea in altre discipline, ma è in teoria sufficiente il diploma di scuola
media superiore. |
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2) A differenza della
psicoterapia, che prevede quattro anni di specializzazione post-laurea e
circa 2000 ore di formazione minima personale fra terapia individuale e di gruppo,
il diploma di counseling professionale si consegue con 450 ore di formazione
teorico-pratica (distribuibili in due o tre anni) più 70 ore di formazione
personale fra terapia individuale e/o di gruppo. |
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3) Il patrimonio teorico che
ha dato origine alla psicoterapia è, come tutti sanno, quello psicoanalitico,
con forti radici, per lo meno inizialmente, deterministico-biologiche e
orientate alla rilettura del passato; le radici teoriche del counselling sono
invece fenomenologico-esistenziali, ovvero hanno da subito posto al centro
del proprio interesse il vissuto individuale e l’osservazione del fenomeno
(inteso come ciò che accade qui e ora nella relazione con il cliente); questo
non perché non sia possibile una lettura ipotetica delle motivazioni
inconsce, ma perché tale lettura, oltre ad essere poco compatibile, come
stiamo per vedere, con gli scopi del counselling, allontana dal contatto con
il cliente e lo de-responsabilizza, ponendo il counselor nel ruolo
dell’esperto-che-sa, laddove il suo compito è quello di agevolatore. |
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4) A differenza della
psicoterapia, che si occupa di disagio psicologico acuto o cronico con
interventi a breve, medio o lungo termine miranti a ristabilire l’equilibrio
psichico o a riorganizzare l’assetto della personalità complessiva, il
counselling interviene (sempre nel breve/medio termine) per cercare di
impedire che la crisi temporanea si trasformi in disagio, per ampliare la
prospettiva angusta del cliente intorno ad un problema, per sostenerlo a
fronte di un evento imprevisto spiacevole o di una decisione delicata da
prendere, o, ancora, per accompagnarlo allorché si ritrovi alle prese con
eventi o situazioni che lo disorientano. |
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5) Pur condividendo e
ritenendo fondamentali, tanto in via teorica che pratica, alcuni strumenti
quali l’instaurazione e il mantenimento di una relazione autentica con il
cliente (‘alleanza terapeutica’ in psicoterapia), basata sull’empatia
(contatto, supporto, partecipazione) [2], sull’ascolto attivo
(riformulazione, feedback) [3], sull’accettazione incondizionata
(assenza di valutazione), sulla congruenza tra linguaggio verbale e non
verbale (consapevolezza estesa), e pur condividendo il concetto di
responsabilità del cliente/paziente nei confronti del proprio processo di
cambiamento, esiste tuttavia uno strumento che è portante per la psicoterapia
e pressoché vietato nel counselling, ed è l’interpretazione (sulla quale
torniamo fra un attimo). |
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Ora, tutti questi distinguo
anti-nettuniani (o correttori dell’evasività nettuniana) mi sembrano utili
per prendere confidenza con quello che per me è il lato nettuniano (diffuso,
sfuggente, sconfinante) del counselling, e al modo in cui Nettuno e
l’astrologia possono contribuire ad ispirarlo e arricchirlo. |
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Parlando di ‘lato nettuniano
del counselling’ mi riferisco innanzitutto alle sue origini. Padre
riconosciuto di questa forma autonoma di intervento è Carl Rogers, che lo ha
messo a punto negli Stati Uniti negli anni cinquanta, il quale però era uno
psicoterapeuta, e Psicoterapia di consultazione è l’opera sua che
maggiormente ha rivoluzionato l’approccio terapeutico dell’epoca, stabilendo
alcuni principi cardine che a tutt’oggi nessuno psicoterapeuta può
permettersi di ignorare. Il counselling è quindi nato come un punto di vista
particolare, focalizzato e limitato, all’interno della psicoterapia. E poi:
sono psicologi e/o psicoterapeuti la stragrande maggioranza dei docenti dei
corsi di counselling. Il counselling, di fatto, viene insegnato a chi
potrebbe anche non avere alcuna cultura psicologica (poiché formalmente non
richiesta; parlo di cultura, non di orientamento o mentalità), e, d’altro
canto, insegnato da persone la cui cultura psicologica, invece, è nella
maggior parte dei casi molto elevata. Questo stato di fatto pone intorno al
counselling un alone involontario di ambiguità nel modo in cui esso viene
prima appreso, e poi esercitato. |
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Tentare di tracciare dei
confini, assenza di confini, violazione di confini, impossibilità di mettere
confini, sconfinare, difficoltà a distinguere i confini: sono tutte variazioni
nettuniane che nel caso del counselling ci pongono di fronte a una
professione relativamente nuova i cui confini, molto chiari da un punto di
vista teorico e didattico, risultano un po’ più sfumati nella pratica. Faccio
al riguardo due soli esempi: i limiti stabiliti per l’intervento di
counselling e il divieto di interpretare. |
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Il primo si riferisce al
fermo che il counselor che non è psicologo né psicoterapeuta deve
darsi allorché il cliente pone questioni che travalicano la crisi episodica
ed entrano nell’area della sofferenza psicologica; il secondo è l’impegno del
counselor, che non è psicologo né psicoterapeuta, a restituire il
vissuto del cliente per mezzo del feedback fenomenologico, della
riformulazione e della sperimentazione di possibili alternative nel qui e
ora; in altre parole, a restituire al cliente lo stesso materiale, verbale,
corporeo ed emotivo, presentato dal cliente senza alcun’altra aggiunta; il
counselor deve quindi astenersi rigorosamente dall’interpretare, nel senso di
leggere i contenuti portati dal cliente per mezzo di una qualsivoglia griglia
esterna di significati. |
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Entrambi
questi esempi hanno la loro ragion d’essere non soltanto teorica (oggi sono
molti anche gli indirizzi di psicoterapia che ridimensionano il ruolo e il
peso dell’interpretazione, e tendono a porgerla come ipotesi), ma anche e
soprattutto didattica: 70 ore di formazione minima personale a fronte di 2000
ore per il training psicoterapeutico sono niente, e per un counselor, che
non sia psicologo né psicoterapeuta, gestire un cliente in sofferenza o
azzardare interpretazioni con così scarso bagaglio (anche a livello di teoria
psicologica) significa avere alte probabilità di violarne i confini (sempre
Nettuno) e danneggiarlo. |
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Nella
pratica, tuttavia, questo rigore teorico può essere messo a dura prova,
complice la cultura psicologica di massa, perché per un potenziale cliente
rivolgersi al counselor invece che allo psicoterapeuta può voler dire cercare
di passargli sottobanco problemi anche seri con l’illusione di salvare la
faccia. Come a dire: se mi rivolgo al counselor, in fondo tanto male non sto,
ma questo atteggiamento inconscio, se trova collusione nell’operatore, può
indurre a lunghi percorsi pseudoterapeutici che non sono counselling
né tanto meno psicoterapia, ma solo un disonesto (se pure in buona fede)
girare intorno a un nodo di sofferenza che non è possibile affrontare
efficacemente per mancanza di strumenti adeguati da parte del counselor.
Possedere una mappa precisa dei propri confini culturali e professionali
diviene allora indispensabile per imparare a soccorrere fin dove è possibile,
e per il resto inviare. |
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Nella
sua ottima (quand’anche discutibile su alcuni aspetti) monografia su Nettuno,
Liz Greene affronta il tema nettuniano del glamour [4]. Al pari del
termine ‘counselling’, glamour è parola che è preferibile non
tradurre, perché non è ancora stata trovata un’espressione sintetica che ne
renda completamente il senso: ha a che vedere con il fascino, ma ancor di più
con la fascinazione, che può tramutarsi in mistificazione; in altre parole,
ha a che fare con il vendere a caro prezzo qualcosa che vale molto meno. In
questo particolare tipo di illusione noi tutti riconosciamo Nettuno, e ogni
volta che il counselling viene richiesto, o peggio ancora offerto, come una
sorta di scorciatoia psicoterapeutica per furbi, siamo alle prese con il
particolare glamour di questa nuova professione, con la sua
particolare attrattiva, che può promettere più di quanto non sia poi in grado
di mantenere. |
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Analogo
problema può avere l’astrologo, con una difficoltà in più che deriva proprio
dalla storia di questa disciplina. Nel caso in cui egli sia già psicologo e/o
psicoterapeuta, [5] la consultazione astrologica può scivolare senza
controindicazioni nell’intervento di sostegno o terapeutico, giacché
l’operatore è competente su più fronti. Nel caso invece in cui egli non
disponga di questo tipo di competenze, valgono e devono valere le
delimitazioni indicate per il counselling professionale, ossia la
concentrazione dell’intervento nelle aree della crisi, della motivazione,
della sollecitazione di risorse, della presa di decisione (campi del resto
tutt’altro che facili, e da non sottovalutare). |
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Su
questo e altri aspetti della consultazione astrologica molto è stato detto, e
proprio in questi giorni è stato pubblicato, sul numero 138 di Linguaggio
Astrale, un lungo e utile articolo (scritto in collaborazione da alcuni
partecipanti alla mailing-list “Convivio astrologico”) che affronta
finalmente l’argomento in modo sistematico e completo. |
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Quello che qui mi preme
rilevare è il nodo che l’astrologia pone diversamente dal counselling,
e mi riferisco al nodo dell’interpretazione. L’astrologia è nata come
lettura di segni sulla base di una chiave, e tutto ciò che decodifica segni è
interpretazione. Il cliente arriva portando un vissuto, una domanda, una
carta di nascita, e l’astrologo legge: che la chiave sia la personalità, il
futuro o una vita precedente, non fa differenza. Possiamo discutere su come,
quando, quanto, cosa, l’astrologia possa o debba interpretare, ma non
possiamo negare che interpreti, a pena di snaturarla. L’astrologo puro non
riformula: vede, com’è possibile vedere un testo crittografato poggiandovi
sopra la griglia di lettura. L’astrologo ha bisogno della collaborazione del
cliente per meglio adattare la chiave a quel particolare individuo, ma se
vuole esercitare questa professione deve avere il coraggio di vedere. |
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Il fatto che oggi il porgere
al cliente quello che si vede, ossia l’interpretazione del tema o dei
transiti ecc., sia diventato un compito così complesso per l’astrologo, è
dovuto all’alto livello di libertà, di autodeterminazione e responsabilità
che grava culturalmente sull’individuo, e impone all’astrologo di fornire
responsi che siano anche ‘educativi’ in questo senso [6]; ed è dovuto anche
alla mentalità psicologica in espansione, che collabora con il movimento di
autoriflessione ed autodeterminazione dell’individuo combattendo l’idea
antica (e storicamente originaria) di un destino predeterminato. |
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Tutto
questo fa sì che ciò che oggi l’astrologo vede e restituisce al cliente non
abbia più confini così netti e nitidi, ma sia fondato sulla possibilità,
sulle potenzialità, sulla multiformità del simbolo, su una indeterminatezza
relativa, su un parziale vuoto di informazioni che, mentre delude le
aspettative di certezza del cliente, si fa però garante della sua libertà di
scelta, e gli restituisce la responsabilità del proprio percorso. Quindi,
ancora Nettuno nel bene e nel male: la lettura astrologica perde in
definizione e guadagna in ricchezza di prospettive. Ma richiede anche un
consultante molto più maturo che in passato. |
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Riassumendo, l’astrologia può
affiancarsi spontaneamente ed efficacemente al counselling professionale dal
punto di vista dell’area di intervento (nei termini in cui l’abbiamo
descritta poc’anzi), in altre parole della sua destinazione… più problematico
è il suo accostamento al counselling per quanto attiene ai mezzi privilegiati
per giungere a tale destinazione, perché la lettura di una carta di nascita
non può offrire, di per sé, quella esperienza emozionale correttiva
che deve invece essere tipica, ad un certo momento, dell’intervento
psicoterapeutico, e in forma circoscritta anche dell’intervento di
counselling. |
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Tanto la lettura astrologica
che il colloquio di aiuto, tuttavia, favoriscono con mezzi diversi le
condizioni perché si verifichi un insight, il cosiddetto flash
illuminante, e questo evento, di natura uraniana per la sua imprevedibilità,
fulmineità e sconnessione apparente con il contesto che lo ha preparato, ha
tanta più probabilità di verificarsi quanto più siamo in grado di
trattenerci, per tutto il tempo necessario, in un’atmosfera nettuniana fatta
di penombra in cui le cose si avvertono ma non ancora si vedono, in cui
grande è l’ansia di certezze ma anche l’opportunità di cogliere il maggior
numero di sfaccettature di una situazione; perché quando illuminiamo in
maniera troppo decisa alcuni aspetti, il resto non scivola nella penombra,
bensì nel buio completo. |
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Imparare a familiarizzare con
la visione sfocata e penombrale tipica di Nettuno, e in particolare dei suoi
transiti, può rivelarsi un utile strumento di autosostegno per il cliente, se
abbinato ad alcuni mezzi correttivi quali, per esempio, la maggiore focalizzazione
sul presente e sulle sensazioni corporee. La prima combatte le tendenze alla
fuga, all’evasione in un mondo migliore, ideale, perfetto che, chissà come,
non si trova mai dove noi siamo in questo momento; la seconda ci permette di
sentire un centro, un confine relativamente certo proprio entro la nostra
pelle, e quindi di mantenere un aggancio fisico al nostro senso di identità
anche nel caso in cui una relazione o una situazione della nostra vita si
stiano lentamente dissolvendo sotto l’impatto del transito. |
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Tener presente Nettuno nelle
consultazioni può inoltre aiutare l’astrologo e/o counselor sia nella
prevenzione di alcuni rischi che nel porgli almeno un paio di sfide: |
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a) Nettuno è presente ogni
volta che rischiamo di scivolare dall’empatia, che è la capacità di
rappresentarsi a tutti i livelli (mentale, emotivo, fisico) la prospettiva di
un particolare cliente, senza che ciò perda mai la qualità della
rappresentazione, all’identificazione, che, come osserva Sanders in Counselling
consapevole, dà l’illusione di sapere esattamente come l’altro si sente,
quando in realtà è il nostro vissuto che stiamo guardando, sovrapponendolo al
vissuto del cliente; |
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b) Nettuno è presente ogni
volta che non abbiamo chiari i confini del nostro intervento, della relazione,
della professione, o quando malauguratamente li violiamo; quando proiettiamo
inconsapevolmente; quando manchiamo un vero contatto (che secondo la Gestalt
può avvenire solo al confine, delimitato ma permeabile, tra due identità ben
formate) scivolando nella confluenza (che è con-fusione); quando ci facciamo
agganciare dal cliente schierandoci inconsapevolmente dalla sua parte,
restituendogli solo ed esclusivamente ciò che vuole sentirsi dire. [7] |
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Infine, Nettuno può essere
utilmente evocato per smorzare volontariamente le luci su ogni carta di
nascita che vediamo per la prima volta, o su ogni nuova questione che ci
viene posta. Ne L’interpretazione dei significati, di E. Giusti e G.
Minonne, si legge: “L’impressione che grazie alla teoria possiamo immediatamente
comprendere il paziente ci dà un senso di potere cui è difficile rinunciare”.
Ora, se la dimensione del potere è qualcosa che nella consultazione chiama in
causa soprattutto Plutone, tutti noi conosciamo la sensazione di poter
cogliere al volo il significato di un aspetto, di una configurazione, con una
sola occhiata. Questa sensazione, giustificata soprattutto dalla lunga
esperienza di molti astrologi, può essere con il tempo fortemente limitante,
perché sclerotizza la visione. |
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Se entriamo in una stanza in
penombra per la prima volta, ci sembrerà di riconoscere determinati oggetti,
ma ci prenderemo il tempo per esserne sicuri. Ricordare di prendersi
il tempo necessario è fondamentale in tutti i micro- e macro-processi di
cambiamento, è fondamentale per trovare, mantenere o ripristinare la giusta
sintonia con quanto sta accadendo. [8] Ed è fondamentale in tutti i transiti
di Urano, Nettuno e Plutone: nel caso di Urano per essere certi di quello che
andremo a fare; nel caso di Plutone per venire a patti con i nostri desideri
più profondi, soprattutto se ci rivelano cose di noi stessi che non avremmo
mai creduto; nel caso di Nettuno, infine, per essere sicuri di quello che
vediamo: e questo non solo per evitare di prendere lucciole per lanterne, ma
perché potremmo ritrovarci davanti al nuovo e non vederlo, paradossalmente abbagliati
dalla luce del passato. |
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NOTE
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[1] Tenuta a Roma il 20
maggio 2005, per il CIDA-Lazio. |
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[2] Secondo la definizione
classica di Rogers, l’empatia consiste nel partecipare emotivamente alle
esperienze del cliente come se fossero le proprie, senza tuttavia mai perdere
la qualità del ‘come se’. |
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[3] La riformulazione è lo
strumento principale del counselling umanistico, e consiste nel restituire al
cliente quanto egli ha appena detto, con parole identiche, simili o
diversamente organizzate, purché non venga aggiunto ad esse alcunché di
sostanziale (che in tal caso apparterrebbe al counselor e non al cliente). Il
feedback fenomenologico consiste nel comunicare al cliente quanto di
lui si osserva soprattutto dal punto di vista non verbale, anche qui senza
aggiungere interpretazioni o valutazioni. |
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[4] L’attribuzione del glamour
a Nettuno era già stata stabilita dalla scuola esoterica di Alan Leo, e in
particolare da Douglas Baker, astrologo tuttora vivente molto noto in Gran
Bretagna. |
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[5] Nei paesi
anglosassoni la grande maggioranza degli astrologi ad orientamento
psicologico sono psicologi e/o psicoterapeuti, mentre qui da noi è ancora
molto forte, accanto a un’astrologia psicologica emergente, un’astrologia
legata in vario modo alla tradizione, o che si è rinnovata seguendo altre
strade (si pensi soprattutto a Lisa Morpurgo). |
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[6] Per
esempio, che non ingenerino nel cliente una dipendenza (Nettuno!)
dalle previsioni. |
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[7] Questo è
un punto delicato della consultazione, che molti autori hanno già affrontato:
non si tratta tanto di abbattersi come un sasso sui punti rispetto ai quali
il cliente non è ancora pronto, quanto di resistere al suo glamour,
alla fascinazione che possa esistere un solo punto di vista, quello del suo
io cosciente, resistendo al contempo alla fascinazione di imporgli il nostro,
di punto di vista… |
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[8] Mi viene
in mente il nome inglese di Nettuno, Neptune, che evoca il verbo
inglese to tune, ‘sintonizzarsi’. |
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Bibliografia
minima utilizzata
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“Il counselling astrologico” (sintesi a cura della List
‘Convivio astrologico’, Linguaggio Astrale n. 138) |
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·
E. Giusti, G. Minonne, L’interpretazione dei significati,
Sovera Multimedia, 2004 |
·
Liz Greene, The
Astrological Neptune & the Quest for Redemption, Samuel
Weiser, 1996
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·
Mauro Sanavia, “Sintonia planetaria”, Linguaggio
Astrale n. 134 |
|
·
Pete Sanders, First
steps in counselling: a students’ companion for basic introductory courses,
3a ediz., 2002 (Counselling consapevole: manuale introduttivo, La
Meridiana, 2003) |
|
·
J. Sharman Burke, “La consulenza astrologica”, Linguaggio
Astrale n. 114 |
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