IL MITO

di Rosamaria Lentini

 

 

INTRODUZIONE

 

Oggi si parla molto di Mito, di archetipi e d’inconscio collettivo, e nel fare ciò non s’incorrerebbe in alcun pericolo se – cosa che accade molto di rado – fosse ben chiaro e, perchè no, anche esplicitato, che queste designazioni non fanno altro che descrivere, sotto differenti angolature, un fenomeno religioso, anzi, per essere ancora più precisi, un sentimento religioso da cui è nata una religione.

Trattare il Mito da un punto di vista simbolico, infatti, o considerare l’archetipo e l’inconscio collettivo dal versante psicologico, può facilmente indurre a perdere la sacralità di ogni simbolo oppure a psicologizzare una “materia” che nasce dal sentimento del sacro, in esso deve rimanere e di esso deve nutrirsi. In effetti le religioni, qualsiasi esse siano, non contengono alcun simbolo, né alcun mito se non per noi, quando, privi dell’intima connessione con il sentimento da cui è nata quella religione, dobbiamo ricorrere ad interpretare ciò che in origine è stata la manifestazione diretta e spontanea di un sentire e di un vivere il sacro, manifestazione avvenuta tramite il racconto – il nostro Mito – e tramite quei riferimenti del tutto comprensibili per coloro che li hanno usati e che noi chiamiamo simboli.

Non sarà possibile arrivare a comprendere alcuna religione, se ci fermiamo solo alla decodificazione delle immagini tramite le quali si è espressa; questo costituisce solo il primo e indispensabile passo, ma poi ne vanno compiuti ancora molti fino ad arrivare a sentire come l’anima di un popolo si sia manifestata attraverso quelle immagini che ne costituiscono solo la veste esteriore. Perciò parlare di un singolo mito o di un qualsiasi simbolo ha sì importanza, ma solo come mezzo per entrare nell’essenza spirituale a cui appartengono. Tale ingresso non è cosa semplice e rapida, abbisogna di un tempo lungo, di un assorbimento interiore che, una volta compiuto, permetterà di accostarsi al senso più profondo di una religione; accostarsi e non altro, perché non è possibile arrivare a sentire, oggi e in perfetta corrispondenza con il passato, quel sentimento che è alla base di una religione, e questo perfino quando siamo al cospetto di un credo al quale noi aderiamo. Per quanto un individuo possa essere cristiano, infatti, non potrà mai avere nei confronti del cristianesimo il sentimento provato e condiviso da quell’umanità che per prima ha dato vita e corpo a questa religione.

Quando pronunciamo il termine Mito, il pensiero, per una buona parte di noi, si dirige al mondo greco e per tante ragioni: il nostro substrato culturale impregnato di ellenismo, studi secolari più o meno accurati, brevi riferimenti, aneddoti, una cinematografia per lo più arruffona, tutto ha comunque tenuto in piedi questo mondo religioso che con l’avvento del cattolicesimo sembrò dovesse scomparire definitivamente. Ma, anche per i Greci accade quanto finora esposto, perché non sempre un mito viene inquadrato e quindi letto come un’espressione della religiosità di questo popolo, per cui può capitare che, seppure si conosca il significato culturale e psicologico di tanti miti, non altrettanto chiaro risulta come ognuno di essi racconti una “storia” che va inserita in un discorso religioso al quale dover pervenire, perché, lasciata così, estrapolata dal contesto generale dal quale è germinata, quella storia non è altro, alla fin fine, che un aspetto ben poco significativo e che in alcuni casi rischia di degenerare solamente in un gradevole racconto.

 

"Il corpo muore, non c'è dubbio,

quando la vita lo abbandona.

La vita, però, non muore.

La realtà, l'atman è la libertà

di cui è fatto questo Universo".

(Upanishad)

 

 

l’uomo, gli dei, GLI EROI della grecia

 

Possiamo conoscere la religione greca tramite le tantissime testimonianze che ha lasciato in ambiti diversi: letteratura, filosofia, arti figurative e, non ultima, la “Teogonia”, l’unica opera che in modo organico narri la storia religiosa della Grecia arcaica. Seppure di poco, Esiodo segue Omero dal quale per primo possiamo ricavare un’ampia panoramica dell’Olimpo e del senso più profondo che permeava la spiritualità dell’epoca. Oltre quelle di Omero, le testimonianze sono poche e non tali da permetterci una visione sufficiente del periodo precedente, però ciò che troviamo nell’Iliade e nell’Odissea ha una tale ricchezza e una tale compiutezza da portarci forzatamente a pensare che, dietro alle divinità di cui parla il poeta e dietro ai significati di tali divinità, ci sia stata una lunghissima fase preparatoria, sulla quale purtroppo non abbiamo molto da dire.

Le analogie fra la religione greca e quelle dell’intera area mediterranea sono molte, e che molte figure divine ricalchino nei loro attributi divinità appartenenti al vicino Oriente, a Creta, agli Egizi è fuori discussione – identico discorso vale anche per i racconti cosmogonici – ma ciò che rende particolare e unica la religiosità greca è la concezione dell’Uomo e, tenuto conto che la religione è una delle tante caratteristiche con le quali si connota un popolo, perché esprime ciò che per lui è degno della massima venerazione in un determinato periodo della sua storia, conoscere cosa fu l’Uomo per i Greci diventa di primaria importanza. La loro fu una concezione totalmente diversa e lontana da quella che sottostà alle altre religioni, e lo fu così tanto che perfino le analogie o addirittura le trasposizioni si sfumano al punto che anche il singolo dio diventa un fenomeno assolutamente a sé stante e non paragonabile a nessun’altra divinità di qualsiasi altra religione

Le testimonianze che mancano sono appunto queste: quali percorsi precedono quella compiuta rappresentazione di Omero che, come sorto dal nulla, canta un mondo divino ed umano perfettamente concluso in sé stesso e non rapportabile a nessun’altra civiltà precedente, contemporanea e posteriore, a parte quella latina che, però, si formò alla sua scuola?

Prima della definizione di quella Grecia alla quale ci si riferisce sempre, e cioè la Grecia classica, nel suo territorio si diffusero due civiltà: la cretese e la micenea. Omero è il cantore di quella civiltà che gli studiosi hanno designato con l’appellativo di micenea, in quanto Micene fu l’epicentro di una cultura che, a partire dal XVI secolo estese la sua influenza su tutto il territorio ellenico fino a quando scomparve, per motivi che non vanno molto oltre la sfera delle ipotesi, intorno al secolo XII. (1) Il periodo miceneo è preceduto da quello minoico che, sviluppatosi a Creta intorno al III millennio, si era però propagato sulle isole dell’Egeo e sul territorio greco, fino a quando, anche in questo caso per motivi poco documentabili, verso la metà del millennio successivo ebbe una drastica battuta d’arresto.

Di queste due grandi epoche, eccetto l’Iliade e l’Odissea, non abbiamo alcun testo letterario, perchè i reperti cretesi e micenei – tavolette scritte in Lineare A e B – sono relativi a notizie intorno alle strutture sociali ed economiche, che non rientrano certo nella categoria della letteratura ed è per questo motivo che Omero si presenta nella storia come un fenomeno poco spiegabile. Molto più ricca, invece, è la documentazione religiosa, dalla quale è possibile enucleare in modo abbastanza esauriente quali furono i capisaldi intorno a cui si articolava il sacro e, partendo da esso, risalire almeno a sagomare quell’uomo che ne fu il lontano artefice.

Per quanto la religione minoica, infatti, rimanga sconosciuta nella sua struttura organica, come del resto quella micenea, eccezion fatta per le narrazioni omeriche, alcuni cardini risultano abbastanza evidenti, perchè ripetuti in pitture vascolari, statuine, raffigurazioni parietali, gioielli in oro, sigilli: la presenza della Grande Madre, un particolarissimo rapporto con la Natura, la Tauromachia, la cultura dei morti.  Anche a Creta, dunque, come in gran parte del nostro pianeta, troviamo il culto della Grande Madre, che possiamo vedere raffigurato in statuine stilizzate, molto eleganti, di pregevole fattura, rivelanti una raffinata capacità artigianale e quindi un livello culturale già molto avanzato. Le più celebri, le Dee dei Serpenti, sono due donne vestite con eleganti abiti lunghi fino ai piedi, con il seno completamente scoperto e serpenti che si avvolgono intorno alle braccia; rappresentano molto bene, nella loro leggibile simbologia, l’aspetto eternamente materno e nutritivo della Grande Madre, rimarcato anche dai serpenti, universali emblemi del perenne perpetuarsi della vita. Connessa alla Grande Madre è, ovviamente, la Natura che, da tanti reperti, appare raffigurata in un modo che potremmo sinteticamente definire vivo e rivelatore di un legame profondo e fiducioso che unisce la vita dell’uomo alla sua.

Ma che un grande messaggio di vita fosse presente nella civiltà minoica ce lo attestano altre fonti; Zeus, per esempio, nasce a Creta e lì rimane fino all’età adulta, come racconta Esiodo, e la “scelta” di fare diventare l’isola il luogo natio del supremo capo degli dei non può essere certo casuale, ma un segnale forse addirittura più forte ci viene da Dioniso, anche lui nativo di Creta e divinità di particolare significato, collegata alla Grande Madre, alla Luna, a Persefone, quindi al ciclo di vita-morte-rinascita, come a Dioniso e a questo ciclo è collegata Arianna – la sposa di Dioniso – che solo in un secondo tempo diventa la figlia di Minosse, ma che in origine era una divinità infernale cretese e Signora del Labirinto (il termine Signora era riferito alle sole dee), come attesta una tavoletta in Lineare A, e il labirinto era un luogo d’iniziazione ai grandi misteri della vita, della morte, della rinascita.

Il breve accenno a Dioniso immette immediatamente nell’essenza dell’Uomo, perché le peculiarità di questo dio, accoppiate a quelle d’Apollo, racchiudono ciò che per i Greci fu la sostanza di cui è formato l’Uomo, e arrivare a conoscere questa sostanza formava il senso e lo scopo della vita. Tale sostanza interessava anche gli elementi che, infatti, erano raggruppati secondo le caratteristiche di Apollo (Fuoco e Aria) e secondo quelle di Dioniso (Acqua e Terra). Non è possibile, dato l’obiettivo di questo lavoro, soffermarsi sulle due grandi civiltà che sono alle spalle di quella greca, né su quanto a loro volta avevano assorbito dai popoli viciniori, e non è neppure possibile parlare diffusamente di Dioniso e Apollo, sui quali ci sarebbe tantissimo da dire ma in un discorso a parte, perciò saranno date solo le notizie indispensabili a specificare in che senso entrambi rappresentino l’Uomo.

 

Il primo tratto che colpisce accostandosi alla civiltà greca è l’immenso valore che veniva attribuito alla libertà, e dalla Grecia infatti viene la prima forma di governo democratico. Nei “Persiani” di Eschilo, per esempio, quando la regina persiana domanda chi comandi su questo popolo greco di eroi, la risposta che riceve è:

 

“ Non sono servi di nessun uomo, sottomessi ad alcuno.”

 

A Sparta, tanto per fare un altro esempio, c’era un’espressione con la quale venivano designati i migliori: costoro erano gli “uomini divini”! E in quanto tali erano uomini apollinei, avevano raggiunto gli elevati valori insiti in Apollo che in sintesi sono Luce e Verità. La musica, la profezia, la verità e la libertà e la lotta per conseguirle, sono, infatti, il programma di vita di Apollo e contemporaneamente rappresentano ciò che apporterà alla vita degli uomini.

La verità di Apollo, se interpellato, arrivava tramite la Pizia, la sua sacerdotessa, che nel tempio di Delfi parlava per sua bocca. I vaticini erano dati in versi ed erano molto difficili da comprendere, erano enigmatici, poiché il sapere che offriva il dio era conseguibile solo a costo di una lunga ricerca, di una profonda riflessione, e riguardava soprattutto qualcosa che andava ben oltre il mondo immediatamente tangibile. Come scrive Walter Otto, le profezie di Apollo “richiamano l’uomo non alla propria individualità e interiorità, bensì a ciò che trascende la persona, a ciò che non muta, alle forme eterne”. (2)

Eraclito riporta la leggenda secondo cui Omero morì di scoramento a causa dell’incapacità di risolvere un enigma. E’ una leggenda e lo era già per Eraclito, però non è assolutamente leggendaria l’importanza dell’enigma nella vita dei Greci e, perciò, Omero, tramandato come il più sapiente fra tutti i Greci, può solo morire dopo la sconfitta di non essere arrivato a sciogliere un enigma.

La sapienza, la prassi misterica, la filosofia nascono tutte da questa forte spinta alla conoscenza, intesa come una necessità improrogabile della vita, e la lotta per sconfiggere l’enigma e arrivare alla sapienza con cui, poi, intraprendere la strada del Mistero, per i Greci fu un cardine del loro essere nel mondo. Tutto ciò apparteneva ad Apollo che non soppiantò mai il Sole, rimasto comunque una divinità a sé stante – Helios – però in quanto depositario della Luce e del Vero divenne in effetti il suo sostituto, come possono testimoniare l’arco e le frecce abitualmente equiparati al Sole e ai raggi. In Apollo, inoltre, Zeus volle creare il più bello dei suoi figli e, pensando al significato della bellezza presso i Greci – sinonimo di ordine, di armonia e di elevazione spirituale – il motivo di questa designazione appare del tutto evidente. Fra tutti gli dei, infatti, Apollo è quello che più apre lo spirito alla libertà del pensare, del dire, dell’operare, è l’emblema della purezza nel senso più elevato del termine; è, con parola moderna, l’Illuminato.

Il senso religioso e la religione che da esso derivò, già da queste veloci note risultano impostate a divinizzare l’uomo e non a umanizzare la divinità: l’universo greco sul piano mondano è, infatti, antropocentrico e all’antropocentrismo sul piano religioso fa seguire, come logica conseguenza, il teomorfismo. Qui non c’è l’Uomo creato a somiglianza di Dio, ma c’è un Dio verso il quale l’Uomo tende, e questo Dio l’ha creato l’Uomo per cui, come propria creazione religiosa, non può altro che esprimere quanto di più prezioso e sacro viva al suo interno. Ma sia la visione antropocentrica che quella teomorfa non costituiscono affatto quello che potremmo superficialmente definire un gravissimo peccato d’orgoglio e di presunzione, perché entrambi, seppure in due campi diversi ma comunque collegati, non fanno altro che esprimere quanto il Greco abbia sentito, valorizzato e amato la grande ricchezza insita nell’essere umano in modo oggettivo e non soggettivo. Il celebre motto inciso nell’atrio del tempio di Apollo a Delfi, “conosci te stesso”, non è da intendere come una conoscenza rivolta unicamente a sé stessi e al proprio beneficio, ma è un grande incitamento a conoscere l’uomo che è in ognuno e da quello partire per conoscere l’Uomo come “forma eterna” e facente parte di una “natura eterna”.

Questo è, in estrema sintesi, come i Greci intesero l’Uomo apollineo e, sulla falsariga di questa visione, eressero la Dignità a verificare quanto il proprio operato si avvicinasse o discostasse dal cammino che indicava il grande e solare Apollo, mentre il venir meno alla propria dignità e alla dignità umana in generale era un momento di cui rendere conto a sé stessi molto più che ad Apollo, perché il dio indicava, appunto, ma non voleva. Anche in questo senso c’era libertà.

Quanto, inoltre, il teomorfismo fosse totalmente altro dalla vanità e dalla vanagloria di equipararsi ad un dio, è del tutto evidente dalla gravissima colpa in cui era possibile incappare: la hybris, il reputarsi pari o, peggio ancora, superiore agli dei era il più grave peccato che potesse compiere un uomo ed infatti era punito dagli dei stessi perfino con la morte, come accade a Niobe che, per avere sfidato Latona, perse tutti i suoi figli, oppure ad Aracne che, dichiaratasi superiore ad Atena nella tessitura, fu dalla dea trasformata in ragno.

Il peccato della hybris era il peccato supremo, potremmo addirittura dire l’unico vero peccato: per esso non c’era appello, riscatto, redenzione ed era il più grande limite che i Greci dettero a sé stessi, onde non oltrepassare i confini che dividono l’umano dal divino.

 

Non è possibile avere un’idea completa di qualsiasi civiltà presente o passata, senza fare una riflessione su come è vissuta la morte e per la Grecia classica, anche in questo caso, è bene di nuovo partire da Omero perché, nonostante le divagazioni delle epoche successive, l’idea omerica della morte rimane sostanzialmente invariata anche nei secoli posteriori alle due opere attribuitegli.

Cosa rimane dell’uomo dopo la morte? L’ombra nell’Ade, come realtà residua di ciò che egli è stato. Questo concetto di essere ciò che si è stati non ha alcun riscontro in altra religione e ciò che si è stati è sempre riferito a ciò che si è fatto in vita. “Non ci sarà memoria di te…né avrai parte alle rose della Pieria, ma senza nome vagherai anche tu nell’Ade, tra pallidi morti privata dei sensi”. Questo dice Saffo, rivolgendosi ad una donna paga ed orgogliosa solamente dei propri beni: tu che nulla hai fatto per dare la forma all’Uomo che è in te, tu non lascerai alcuna memoria di te stessa e quella memoria che non esiste sulla Terra ti accompagnerà nell’Ade, rendendoti un’ombra vana, un’ombra persa nella massa di coloro che nulla hanno fatto, in nulla hanno dato alla Vita per contribuire e impegnarsi personalmente a migliorarne la qualità.

Il nome e la memoria di sé sono gli obiettivi maggiori da raggiungere nell’arco della personale esistenza e la memoria di sé non nasce da un aspetto fortemente narcisistico, per usare una definizione che ci appartiene, ma dal riconoscimento esterno di quanto il singolo abbia dato a favore della vita. Da questo concetto nasce l’Eroe, quell’individuo così particolare, così caratteristico e caratterizzante l’antica Grecia.

Chi è l’Eroe? Chi sono Eracle, Giasone, Teseo, Perseo, tanto per nominare i più famosi? Uomini, tutti educati da Chirone, notizia da non sottovalutare, che hanno lottato per l’umanità, per migliorare non la loro vita personale ma quella della comunità e per questo sono diventati celebri e immortali, sono un exemplum, che, come il loro nome, è sopravvissuto alla morte, perché loro sono morti esattamente allo stesso modo in cui muoiono “tutti gli uomini che sulla terra mangiano pane” come spesso sottolinea Esiodo rimarcando la differenza fra l’immortalità degli dei e la mortalità umana, però di loro è rimasta una memoria imperitura. (3)

E con questo riferimento a quanto dell’Uomo ha valore d’immortalità si lascia la sfera apollinea del Fuoco e dell’Aria e si entra in quella dionisiaca.

 

Acqua e Terra: Dioniso è questo. Non abbiamo le date di nascita (!) degli dei, ma anche senza possiamo affermare con certezza che Dioniso precede Apollo, perché Dioniso è un dio che fa parte del culto della Grande Madre Natura ed anche se come divinità olimpica compare al maschile, questo particolare niente toglie al suo appartenere alla vita nel suo aspetto e contributo femminile. Come la Madre Natura infatti, Dioniso è colui che nasce, muore e rinasce: è figlio di Zeus e di Persefone, è figlio di Semele e di Zeus, è figlio solo di Zeus, dalla cui coscia nasce a Creta, è Zagreus, Dioniso, Bacco… Questa nascita così tribolata e anche così straordinaria perfino nei nomi assegnati al dio, è un’assoluta anomalia dell’Olimpo e, proprio in quanto tale, non può costituire un elemento sul quale sorvolare del tutto, anche se saranno evidenziati solo gli aspetti ineliminabili per arrivare a dare un senso a questa divinità.

Dioniso nasce da Zeus e Persefone ed è Zagreus, il cacciatore, ma viene ucciso dai Titani che lo tagliano a pezzi. Di Zagreus, però, si salva il cuore che Zeus dà a Semele perché faccia nascere di nuovo suo figlio, ma Semele muore prima del completamento della gravidanza e allora Zeus cuce nella sua gamba il bambino, porta a conclusione la gravidanza e nasce Dioniso, il dio nato due volte.

Tralasciando, anche se con rammarico, il tanto che ci sarebbe da dire su queste nascite e in generale su questa divinità che è la più complessa del pantheon greco, almeno un accenno va fatto ai più verosimili motivi del loro essere “tre”: come figlio di Persefone il dio è un rinato dalla morte, quindi ha un’immortalità ma collegata al ciclo vegetale; come figlio anche di Zeus, però, gli viene attribuita un’immortalità celeste, quindi non appartenente soltanto alla naturale ciclicità della terra; e dopo la successiva quasi-nascita da Semele e il completamento della gravidanza operato da Zeus, Dioniso diventa un immortale olimpico. In queste tre nascite, che iniziano da quella correlata alla terra e alla morte sino ad arrivare a quella unicamente paterna e divina, c’è contemporaneamente un riconoscimento della Vita come processo naturale e quindi eterno nella sua naturalezza, ma nello stesso tempo in questo messaggio di un essere che nasce e viene ucciso c’è anche la connessione con il limite della vita, che in questo caso non è più la Vita, ma diventa la “vita umana”, che ha un inizio ed una fine.

Per esplicitare ancora meglio questo concetto, va fatta menzione che la lingua greca aveva due vocaboli per indicare la vita – zoe e bios – la prima indicava la vita nel suo eterno riproporsi (come non pensare alla parola Zodiaco?) ed era una vita fuori dal tempo e dallo spazio, riguardava gli dei, i rheia zoontes, i felicemente eterni come a volte venivano designati, mentre la seconda si riferiva ad una vita specifica e circoscritta ed era la parola che si usava per parlare della vita dell’uomo, ma anche di tutto ciò che aveva una nascita ed una morte. Dioniso, nella storia delle sue nascite, si ricollega ad entrambe, alla zoe e alla bios, all’eterno e al transitorio, al divino e all’umano, ma anche quando il suo significato è rivolto alla bios, anche a quella lui dà un carattere di eternità, perché il singolo uomo muore, ma non muore la Vita dell’Uomo, perché l’Uomo ha una “forma eterna” e questa forma non si estinguerà mai, parimenti a quella della “natura eterna” e, in sintesi, della Vita perché la Vita è eterna.

Dalla bios, da quella vita che inizia e finisce, nasce la Tragedia, perché l’Uomo Greco, per quanto così proiettato verso l’immortale conseguimento della sua fama e del suo essere stato, sa che morirà: il suo corpo appartiene alla terra, di essa è vestito, e niente potrà mai cancellare questa inesorabile realtà. E la Tragedia è dionisiaca. In occasione delle Grandi Dionisie, infatti, e nel teatro dedicato a Dioniso, si svolgevano le annuali rappresentazioni delle tragedie. Eschilo, Sofocle, Euripide da quel teatro, i cui resti ancora si possono ammirare ad Atene, hanno mostrato all’uomo che non sfuggirà alla morte e ciò, in ogni tragedia, si sa dall’inizio e si sa anche a chi quella volta “toccherà” quel destino. Lo sa in anticipo Antigone, come secoli addietro lo ha saputo Ettore che, quando vede che dietro le sue spalle non c’è più la presenza di Apollo a proteggerlo, capisce che il suo duello con Achille sarà l’ultimo, a quel duello non sopravviverà, e ciò nonostante scende in campo, non si sottrae allo scontro, perché quello ora è il suo destino e accettare di viverlo sarà la testimonianza di ciò che lui è stato, un Uomo che combatte e muore per la difesa della sua patria.

Le Dionisie non erano affatto, come si potrebbe pensare, semplici rappresentazioni teatrali, erano un rito religioso al quale partecipava tutta la polis e, proprio in quanto rito religioso e dal momento che tutta la giornata veniva trascorsa all’interno del teatro, i cittadini non in grado di rinunciare al denaro quotidianamente guadagnato, venivano rimborsati della perdita.

Come rito, inoltre, le Dionisie si aprivano con il sacrificio di un capro. Nell’uccisione del capro, animale scelto fra i tanti sacri a Dioniso per il motivo che un giorno era stato trovato a succhiare il rosso liquore della vite, veniva riproposta la vicenda di Zagreus il cacciatore e in quanto tale colui che uccide ma anche la preda cacciata, quando era stato ucciso e tagliato a pezzi dai Titani. Zagreus o il capro che si alimenta con ciò che produce la terra, che succhia il suo sangue e prende la sua forza pur di potersi sostenere e vivere, deve anche morire, deve essere restituito alla terra che lo ha generato e nutrito. E’ la bios. E a tale proposito splendidamente Kerenyi così dice: “La punizione anticipata colpirà un colpevole che nulla sa della sua colpa e che anzi non l’ha ancora commessa. Esso condivide un destino che in futuro verrà chiamato tragico sulla base del suo destino, del destino del caprone (del tragos), che in una cerimonia prestabilita diventa la vittima del gioco crudele che la vita fa con gli esseri viventi”. (4)

Ma le Grandi Dionisie, oltre le tragedie, prevedevano anche la rappresentazione delle commedie: i due generi s’intercalavano ed è opinione comune degli studiosi che la commedia iniziasse la serie delle rappresentazioni teatrali. Anche in questo particolare c’è un chiaro riferimento alla bios, perché ogni nascita, ogni nuovo individuo che si affaccia alla vita, è fonte di gioia e di allegria: è il cuore di Zagreus, quello che, scampato alle forze titaniche e violente della terra, esulta e gioisce alla vista della grande e amata madre natura che dal suo grembo genera una nuova vita. E nella commedia Dioniso è principalmente Bacco. Dispensatore di letizia e di follia, è il dio delle apparizioni e delle scomparse: c’è e non c’è, può sopraggiungere in un qualsiasi momento e in un qualsiasi modo, è colui che arriva festante in compagnia del suo corteo di donne su un carro ricolmo di suoni e fiori, è il buffone, l’ebbro che ride incoronato da una ghirlanda di edera o di vite, è colui che fugge e si butta nel mare per scampare a un pericolo mortale quando, giunto nella Tracia con le Baccanti, viene assalito dal re Licurgo e precipita nel mare dove è salvato da Temi.

“Così ti saluto, Dioniso ricco di grappoli;

fa’ che possiamo tornare in festa, la prossima stagione,

e così, di stagione in stagione, per molti anni.” (5)

 

Questo è Dioniso, zoe e bios, eterno e perituro, felice nella sua eternità, tragico nella consapevolezza che l’attimo di vita può finire in ogni momento e ogni momento essere funestato dal dolore, dalla perdita, dalla sconfitta, dalla sofferenza. Questo è, tratteggiato a grandi linee, l’Uomo Greco, libero, vivo e tragico, apollineo e dionisiaco, vincolato senza scampo alla “tragedia”, ma anche libero di poter scegliere come spendere la propria vita, perché nulla gli è richiesto, gli dei non pretendono niente da lui, e solo sua è la scelta di orientarla nella direzione stabilita. Quale è stata la sua religiosità? Non è difficile dirlo: una religione di Vita e una vita dedicata alla Vita e a coglierne il senso più profondo e più elevato, due estremi che si congiungono a formare quel grande cerchio che lo Zodiaco ci tramanda, con le sue divinità greche e con il sacro che i miti presenti nei vari Segni ci dicono, così profondo e contemporaneamente così elevato, dobbiamo riuscire a cogliere come procedere con dignità nella vita.

Ma non è solo nello Zodiaco che ritroviamo quell’Uomo, perché introdotto e diffuso in Europa dal mondo latino, poi dall’Umanesimo e dal Rinascimento, risorto a splendida gloria nelle pagine di Goethe, di Schiller, di Heidegger, di Husserl, di Nietzsche, di Holderlin nel grande Romanticismo tedesco, ha costituito l’essenza e lo spirito dell’uomo europeo. Quanto ne rimane ancora? Qualcosa sicuramente è ancora vivo e parlante, molto è sopito, sotterrato ad opera del gigantismo americano e di quello sovietico fino a qualche anno fa, drogato da una tecnologia e un meccanicismo che stanno devastando la libera creatività umana, come una criminale appropriazione della Natura sta mettendo a rischio la sua Vita Eterna… La nostra Grande Madre… Dioniso, ridotto alla vacuità di un Bacco che cerca solo di non sapere e non pensare… Ma non è possibile che lentamente risorga vivo e forte come è stato, non è possibile che Apollo, il Dio della misura e dell’ordine, da quell’ultimo suo Segno, l’Acquario, torni a parlarci e a non darci solo nuovi strumenti e nuove tecnologie, con le quali intorpidire ulteriormente le nostre menti? Dall’Acquario, l’Era che è appena iniziata, può far parlare di nuovo il Vecchio Saggio che dalla sua brocca versa sulla terra un Nuovo Amore e una Nuova Vita?

“ Le nature superiori hanno la loro origine infinitamente più indietro, per arrivare ad esse si è dovuto raccogliere, risparmiare, accumulare come per nessun altro. I Grandi individui sono i più vecchi…”. (6)

 

 

1. E’ stata tralasciata tutta la questione omerica, ma può essere di utilità precisare che c’è un’uniformità di ipotesi secondo le quali le due opere, con un intervallo di tempo, sono state scritte nel corso dell’VIII secolo, attingendo da una tradizione orale molto più vecchia.

2. Otto W: Theophania, pg. 126, Ed. Melangolo, 1989

3. Esiodo: Le opere e i giorni

4. Kerenyi K. : Dioniso, l’archetipo della vita indistruttibile, pg. 294, Ed. Adelphi, 1998

Il significato più accettato del termine “tragedia” è quello di “canto del capro”.

5. Dagli Inni Omerici, Inno a Dioniso.

6. Nietzsche F.: Ecce Homo, pg. 23, Ed. Adelphi, 1981

 

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